Che cosa unisce, da un punto di vista epistemologico, le diete ossessive e l’attenzione alla linea (col cibo visto e vissuto come un nemico da combattere) e il food porn con la maniacale cura dei dettagli fotografici «plongé», e l’alimentazione come pietra miliare di ogni esperienza? Il narcisismo dell’apparenza e il rispecchiamento nel giudizio altrui, soprattutto se legato ai social.
In entrambi i casi il cibo come semplice dato nutritivo o fonte di convivialità, moneta di scambio sociale o identità culturale, scompare assumendo un valore simbolico relativo e individualista.
Non sono lontani i tempi dell’inclusività a tutti i costi, delle modelle plus-size e del body shaming come peccato capitale, quel «come as you are» confinante a volte con l’autoindulgenza, virato negli ultimi tempi nelle app per dimagrire con un procione come testimonial, triste o sorridente in base ai risultati raggiunti (una sorta di erede giudicante del Tamagotchi), nel Tai Chin casalingo, nel calisthenics o nelle infinite diete fai-da-te veicolate da Tik Tok o Instagram, e sponsorizzate dall’influencer di turno (molto famoso il pastore Rick Warren, autore della frase: «Perché mai Dio dovrebbe salvarti se sei obeso?»).
Sembra ieri, o un secolo fa, quando Vogue, da sempre monoteista in termini di magrezza, piazzava in copertina ben tre modelle curvy, o quando star del calibro di Adele, Demi Moore o Oprah Winfrey si scagliavano contro il sistema delle diete; ora tutto questo è stato spazzato via dall’animazione in stile Pixar con principesse sovrappeso rifiutate dal principe azzurro o dalla stessa Fiona, l’orchessa verde di Shrek, che nel quinto episodio del franchise appare ringiovanita da un incongruo lifting digitale.
Non molto tempo fa un report pubblicato da Vogue Business evidenziava come in 180 sfilate dedicate all’autunno inverno 25/26 solo lo 0,7% delle modelle presenti era plus-size e, parallelamente, l’equilibrato schema di vendita dei negozi di abbigliamento 1-2-2-1 (una taglia S, due M, due L e una XL) si è trasformato in un delirante 2-2-1-1 (due S, due M, una L e una XL), abolendo o quasi i numeri dalla 44 a salire.
Nel 2025 Sinpia (Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza) ha denunciato ben tre milioni di casi di disturbi dell’alimentazione contro i 300 000 dei primi Duemila, mentre l’indagine, pubblicata nel luglio 2026 dalla Fondazione The Bridge e Terres des Hommes Italia, sul benessere psicologico degli adolescenti lombardi, ha evidenziato uno scenario tutt’altro che rassicurante: un adolescente su quattro associa al concetto di bellezza corporale il termine «magro»; il 20,5% dei ragazzi intervistati lega alla parola «cibo» termini quali «ansia, disagio, paura o sfogo»; un adolescente su due conosce coetanei che fanno uso di sostanze e/o integratori per accelerare il dimagrimento o migliorare il proprio aspetto fisico.
Mentre aumentano i filtri su Tik Tok (e sui social in genere) e gli adolescenti che seguono con maggior frequenza contenuti su diete e integratori presentano un quadro di benessere più che fragile, il Bambino Gesù di Roma denuncia un aumento, dal 2019 ad oggi, del 60% di diagnosi dello stesso tipo, e attualmente i disturbi alimentari sono la seconda causa di decesso dopo gli incidenti stradali tra le giovani donne, ma con una soglia minima che si è abbassata dagli otto ai dieci anni.
Uno spettro farmacologico si aggira per l’Europa, e il suo nome corrisponde all’Ozempic (o semaglutide), medicinale approvato dall’Aifa per la cura del diabete di tipo 2, e «off label» per l’obesità, che è aumentato esponenzialmente negli ultimi due anni nonostante i dati relativi ai due disturbi appena citati restino sostanzialmente stabili.
La risposta risiederebbe nel fatto che molti medici, soprattutto in strutture private che devono fare cassa, e subendo le forti pressioni dei propri pazienti, prescrivono questo farmaco a non diabetici o a persone che vogliono dimagrire pur non avendo reali problemi di salute in tal senso: è il caso di un’endocrinologa portoghese che lo ha fatto per migliaia di pazienti causando un danno di tre milioni di euro allo Stato, oltre a quelli, psicologici e fisici, ingenerati ai destinatari delle prescrizioni.
In Italia, nel frusinate, una donna custodiva in casa dodici confezioni di Ozempic ottenute tramite un ricettario rubato e sette prescrizioni da diversi medici, mentre in Trentino cinque persone hanno rubato ricettai e falsificato ricette rosse per un dolo complessivo di undici mila euro.
All’invasività dell’Ozempic si somma il mercato degli integratori alimentari (5,4 miliardi di euro solo nel 2026) che, grazie alle forti spinte del marketing, all’aumento dell’attenzione per la salute post-covid, e alla ricerca di scorciatoie alle classiche diete, stanno spopolando nonostante non si possano classificare come farmaci e si fondino su una semplice notifica al Ministero della salute, che non è né un’autorizzazione preventiva né implica alcuna verifica di efficacia.
Siamo ben lontani dall’evidenza scientifica e agli inizi del 2026 il Ministero della salute ha oscurato ben 100 siti web che pubblicizzavano o vendevano integratori alimentari (o prodotti fito-sanitari) non autorizzati, o accompagnati da claim terapeutici illeciti.
In quest’ultimo caso bisognerebbe promuovere degli studi clinici su un ampio campione che ne verifichino gli effetti a lungo termine, ma anche dare maggiore attenzione al controllo delle materie prime degli integratori, oltre che ai loro effetti per uso cronico o alle possibili interazioni con altri farmaci.
Nel frattempo, anche la patinata superficie della moda sta subendo un’onda sismica da quando i brand non puntano più sulle modelle ventenni ma si affidano ad altre fasce d’età per ingolosire generazioni di consumatori con maggiore potere d’acquisto: Eva Herzigova e Christy Turlington, rispettivamente 53 e 57 anni, Stephanie Cavalli (metà italiana metà di Guadalupe) coi suoi 50 anni, Helen Mirren che posa per Stella McCartney e la fotografa settantenne Ming Smith che ha sfilato il maggio scorso per Carolina Herrera.
In estate, la piattaforma Tagwalk ha raccontato di come in tutte le fashion week i brand avessero fatto sfilare donne sopra i trent’anni (età un tempo considerata pensionabile per le modelle), mentre secondo Farfetch il 70% dei consumatori sopra i 55 anni considera lo shopping di lusso un «gesto emotivo», laddove il 40% dei trentenni lo ritiene un «investimento da ponderare».
In altri termini, le persone agé sono diventate un ottimo affare, ma gli esperti del settore faticano a definirlo un nuovo trend perché ritengono piuttosto si tratti di una semplice diversificazione dell’offerta.
Tornando alle diete e all’Ozempic, l’autorevole antropologo Marino Niola definisce il food porn e la pillola aka panacea salutista come «complementari aspetti di uno stesso malessere», e denuncia entrambi i fenomeni come una deresponsabilizzazione alimentare e una dimissione dalla dimensione sociale/conviviale che offre il cibo, e che rende le persone più «in format» che in forma, più «salutristi» che salutiste.
Dalla body positivity (mi piaccio come sono), al body shaming (mi piaci se sei come dico io) fino al body shaping (mi piaccio se mi dite che vi piaccio), passando attraverso diete improbabili e la farmacologia, ma anche attraverso modelle plus-size o over cinquanta, il minimo comune denominatore non sembra l’emergere di un fattore generazionale sedimentato su una lenta consapevolezza culturale ma solo l’espandersi, muscolare, di un mercato onnivoro e orizzontale, in grado di anticipare o addirittura costruire nuove nicchie di (presunto) benessere corporale.
Dalla prova costume alla prova «di» costume il passo è stato breve: il corpo è entrato nella nuova società dello spettacolo.
Toxic: l’apprendistato alla bellezza nella Lituania post-comunista
Parafrasando uno dei più celebri album della cantautrice islandese Björk, «Post», «Toxic», l’esordio alla regia della lituana Saulé Bliuvaité, è un mandala di post: post-comunismo, post-industriale, post-adolescenziale and so on, fino a quando il centro non coincide...





