Criature: perché nessuno sia uno schiavo

da | Ott 16, 2026 | MONDOVISIONE

Aveva già vinto numerosi premi lo script del 2019 della regista romana (ma francese d’adozione) Cécile Allegra, prima di diventare la sceneggiatura di «Criature», il lungometraggio d’esordio dopo molti documentari alcuni dei quali proprio su Napoli, con la fotografia intimista di Valerio Azzali, le scenografie del turbo-campano Carmine Guarino e le musiche (chitarre e violini) di Dario Sansone, membro-chiave dei Foja, e qui autore-interprete di «I’m walking» e «Appriesso a nuje».

Il film, uscito nel 2024 ed ora disponibile su Netflix, ha fra i suoi interpreti un calibratissimo Marco d’Amore, qui nei panni dell’educatore militante e lontano dal cinismo compassato di Gomorra, Marianna Fontana, assistente sociale che dovrebbe rappresentare le istituzioni ma che invece ne apprezza, e a volte spalleggia i mezzi poco ortodossi ma estremamente efficaci, e Alessio Gallo che domina su un’eterogenea enclave di adolescenti al servizio della macchina da presa.

La pellicola, che deve la sua forza d’impatto a una lunga incubazione fatta di appostamenti territoriali e voyerismo processuale, è ispirata alla vita di Giovanni Savino, detto «u prufessore», pedagogo di strada e presidente della cooperativa sociale «Il tappeto di Iqbal», tuttora operante nel rione popolare di Barra, a Napoli.

TRAMA

La camera segue ovunque le infinite passeggiate di Mimmo (Marco d’Amore) che, fumando incessantemente, strappa letteralmente dei minori al lavoro nero, alle piazze di spaccio e all’indolenza dei genitori: il suo obiettivo, e quello dell’assistente sociale e sua compagna Anna (Marianna Fontana), è quello di traghettarli verso la licenza media, il tutto tramite la lettura di Italo Calvino, il teatro di strada e un associazionismo dal sapore quasi tribale.

In una biblioteca di fortuna, con pochissimi fondi, e cullato dall’utopia di un tendone da circo alto 8/10 metri da issare al centro del quartiere, Mimmo convince Daniela a smettere di aiutare il padre al banco dei carciofi e Margherita a farsi sfruttare come parrucchiera a trenta euro a settimana, il tutto per studiare e allestire uno spettacolo itinerante che può sottrarli al giogo delle gang e all’incubo di un futuro a forma di condanna.

Il più fragile dei suoi ragazzi, Ciro, vive col fratello neo-camorrista in una casa priva di madre (carcere) e padre (morto, anche se lui pensa sia fuggito in America) e con l’incombente minaccia dell’affido in una casa-famiglia: grazie all’aiuto di Bruno, figlio di un boss ma virtuoso del parkour e amico di Mimmo, vincerà le proprie paure riuscendo a sfilare con gli altri amici acrobati.

Lo sfondo è il più classico dei quartieri popolari di Napoli, con la gara rionale dei carri a nascondere il riciclaggio delle gang, e i campi lunghi della città fra i quali domina quello col Vesuvio, perfetta allegoria della precaria e incessante vitalità dei ragazzi di vita partenopei.

La tragedia finale, virata in fiaba tramite l’onirico epilogo del Barone Rampante, chiude in una policroma bolla l’affresco neo(n) realista della regista.

STRAPPARE LE PERLE AI PORCI

«Dobbiamo strappare le perle ai porci», sussurra un Marco d’Amore totalmente assorbito dal proprio idealismo, e in un altro frame notturno, mentre aspira l’ennesima sigaretta: «Non la vedi, vero, la bellezza?»

E la bellezza sta tutta nei sogni dei ragazzi che pitturano muri che non possono essere abbattuti, o volteggiano sulle travi delle eterne periferie, in un immaginario debitore (a detta della stessa Cécile) di De Sica, Loi e Comencini; un cinema «éncarné» che pedina il protagonista utilizzando il piano-sequenza in modo immersivo, e non per uno sterile esercizio di stile.

La filmaker italo-francese sfiora con estrema delicatezza tematiche di grande attualità come la dispersione scolastica, l’aumento detentivo fra i giovanissimi (quasi raddoppiato), che non corrisponde al relativo tasso di criminalità anche a causa del recente decreto Caivano, il tutto attraverso un realismo magico che include un cavallo bianco, un cane a tre zampe e rapide agnizioni di passerotti.

L’apprendistato circense degli attori è avvenuto in modo naturale e progressivo perché la troupe ha «fatto banda» con loro prima delle riprese, mentre il sound design (curatissimo) ha deposto sullo sfondo della storia il rumore dei motorini, delle voci di quartiere e soprattutto delle sirene, compiendo un’operazione acustica simile a quella de «La zona d’interesse», dove l’orrore nazista, a due passi dall’ambientazione filmica, veniva reso dai rumori fuori campo e da sinestesie olfattive date da un esasperato cromatismo.

L’espediente narrativo più interessante di «Criature» che, a differenza di chi l’ha attribuito all’ingenuità e/o didascalicità della sceneggiatura, è stata a mio avviso una scelta ponderata, è quello di non mostrare mai in modo diretto la violenza della Camorra, se non attraverso qualche sporadica rappresaglia in motorino, o intimidazione stile testa di maiale appesa, e questo rende la vicenda dei ragazzi più pura e favolistica ma nient’affatto retorica.

Se in Gomorra (la serie) a sparire quasi del tutto erano lo Stato e la polizia, quasi a voler ricreare uno spazio letterario autonomo come in un western di Leone, in «Criature» la Camorra diviene un titanico non detto (o non-visto) confinante più con il panico che con la paura, un baubau che nella sua invisibile ma tangibilissima presenza si fa rito di passaggio, archetipo, trauma collettivo da abitare per scegliere se farne parte o meno.

Il libero arbitrio embrionale dei ragazzi monta sui trampoli e indossa i panni del clown che per sua natura può irridere il potere qui rappresentato dai boss locali e dalla «carromachia» allegorica che sfila per le strade di quartiere: la sagoma di «Paoluccio», padre di Bruno e camorrista vero, che vigila a cavallo i festeggiamenti come un mobile monumento equestre all’illegalità riconosciuta e rispettata, è il totem d’abbattere perché la violenza che rappresenta, in grado di lì a breve di giustiziare un bambino, non obbedisce (se mai ha obbedito) ad alcuno statuto morale, norma corporativa o tabù sociale.

«Criature» non ha la violenza e la precisa collocazione storica di «Parada», il gioiello di Marco Pontecorvo ambientato nelle fogne di Bucarest col clown Miloud alle prese coi giovanissimi orfani di Ciausescu, ma forse è proprio la sua a-storicità o il quadrilatero di posa stile Dogville a fare del film di Cécile Allegra una metafora assoluta e senza tempo, in grado di parlare a tutti.

Da Saviano a Giovanni Savino, «comandato» alla VI municipalità di Napoli, quarantamila anime senza cinema, teatri, alcuno spazio sociale e la scuola più vicina a quattro chilometri senza autobus, la didattica laica e militante di questi eroi più di periferia che di provincia, ci ricorda due citazioni: quella di Brecht: «sventurata la terra che ha bisogno di eroi», e quella di Gianni Rodari: «[…] non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo».

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