Toxic: l’apprendistato alla bellezza nella Lituania post-comunista

da | Ott 21, 2026 | MONDOVISIONE

Parafrasando uno dei più celebri album della cantautrice islandese Björk, «Post», «Toxic», l’esordio alla regia della lituana Saulé Bliuvaité, è un mandala di post: post-comunismo, post-industriale, post-adolescenziale and so on, fino a quando il centro non coincide con la periferia, e viceversa.

La filmaker, classe ’94, ha dichiarato ufficialmente che lo script è nato dalla visione del documentario del 2011, «Girl Model» di David Redmon e Ashley Sabin, dove si narrava della tratta di modelle fra Usa, Siberia e Giappone: l’opera, sceneggiata dalla stessa regista, si avvale della suggestiva colonna sonora di Gediminas Jakubka (un mix d’elettropop con innesti acustici) e delle sublimi interpretazioni di Leva Rupekaité (Kristina), Vesta Matulyte (Marija), e del veterano Giedrus Savickas (Sarunas).

Nonostante la pellicola abbia vinto il Pardo d’Oro al festival di Locarno 2024, e il premio principale alla trentaseiesima edizione del Trieste Film Festival, parte della critica ha rimproverato alla Bliuvaité uno stile registico troppo freddo e impersonale, che si ferma alla denuncia sociopolitica ma inibisce l’empatia dello spettatore nei confronti delle due protagoniste.

A prescindere dai differenti punti di vista, siamo di fronte all’ennesima opera che, distante dall’alveo hollywoodiano, infila la macchina da presa nel corpo e nell’immagine, i due grandi traumi collettivi del nuovo millennio, senza fare sconti, né etici né estetici, a nessuno.

TRAMA

Nell’estrema provincia lituana, Kristina vive col padre e la sua nuova compagna in un triste bilocale mentre Marija, bellissima ma zoppa dalla nascita, vende fiori con la nonna mal-gestendo l’abbandono materno: le due tredicenni, dopo un iniziale episodio di bullismo e una grottesca lite sotto la pioggia, divengono amiche e platoniche amanti, con l’unico obiettivo di fuggire dall’Est per inseguire la carriera di modelle fra Parigi, Tokio e New York.

Parzialmente (o per niente) sostenute dalle rispettive famiglie, o da quello che ne resta, entreranno a far parte di un’equivoca scuola d’indossatrici gestita da una cinica affarista che circuisce genitori in buona fede con clausole-capestro corrette ai sogni di gloria, estorcendo cifre da capogiro per dozzinali shooting fotografici e presunte tournée all’estero.

Fra notti brave con ragazzi più grandi che le iniziano all’alcol e al crack, feroci rituali autolesionisti per dimagrire e un vuoto emotivo colmato da tutto quello che di più estremo la Rete possa fornire, il climax discendente del plot si chiuderà su un epilogo decadente e fallimentare.

La provincia resta in provincia.

La provincia resta la provincia.

SPUDORATO

Il titolo originale di «Toxic», «Akiplesa», che in lituano significa «sfrontato, sfacciato, spudorato», non si riferisce in questo caso tanto all’estetica del film (per quanto oggettivamente perturbante), quanto a cosa siano disposte a fare le due minorenni pur di sottrarsi al torpore etilico e sociale della città in cui sono sepolte.

A differenza delle coetanee del millennio appena trascorso, che avevano dalla loro le ceneri culturali del Comunismo, Kristine e Marija vivono l’assoluta palingenesi del Capitalismo nel nuovo mondo ad Est del muro ormai crollato di Berlino: il loro unico passaporto e moneta di scambio è il corpo.

Le crudeli misurazioni del girovita e del giro-cosce, si alternano alle dita in gola e al cibo decomposto sotto la finestra della camera da letto, illuminata fra bave cadenti di carta da parati dall’oblò catodico del Pc, mentre la Kapò dell’agenzia vaneggia di sicurezza in sé stesse ritmando algide coreografie in stanzoni geometricamente brutalisti.

Gli esterni sono case ad un piano invase di spazzatura ed erbacce, chioschi di bandone che vendono birra e superalcolici, dighe e vasche di raffreddamento, e su tutto, come dita di rastrello verso un cielo indifferente, ciminiere d’ogni foggia ed altezza.

Il formato 16 mm, in 1,66:1, dona all’immaginario un’estetica autoriale impreziosita dai grandangoli fissi in plongée, come la scena in cui le modelle-bambine sfilano ad elica saldamente schiacciate in una prospettiva aerea; i miniquad e le passerelle in piano-sequenza dietro la centrale elettrica, ma anche le sospensioni musicali con balletti ipnotici, o i tableaux à la Nicholas Wind Refn (videoclippati e icastici), denunciano una febbrile ricerca stilistica che non risulta gelida ma distante.

L’occhio della telecamera è voyeristico, clinicamente indagatore, come quando Kristina, dopo aver ingerito in capsula un embrionale uovo di tenia per dimagrire, cerca d’invitare il parassita ad uscire bagnando di latte i propri orifizi, mostruoso parto alla Cronenberg, o evoluzione chirurgica della normale pornografia (?).

La improbabile dieta di sonno, dall’esotico nome di «Bella Addormentata», o quella a base d’urina di donna incinta, unite alla spietata combo anoressia/bulimia, non riescono a colmare il vero vuoto, che non è solo affettivo, politico o sociale, ma esistenziale, perché edificato sul nichilismo.

Kristina e Marija sognano una Parigi che non esiste ed auree passerelle che le riscattino dalle eterne sterrate con polli razzolanti, dalle coniche ciminiere alla Chernobyl o dai supermercati vedovi di prodotti, perché non sono (solo) orfane di famiglia ma di Storia.

Il niente pneumatico della post-ideologia bolscevica scava il loro latteo addome più di qualsiasi fame chimica, e nessuno shooting fotografico potrà salvarle dall’icona bizantina di canto popolare, che incide lo sfondo industriale trasformandole loro malgrado (degrado) nelle vuote matrioske di sé stesse.

La t-shirt di Marija, col Marilyn Manson di Mechanical Animals e la scritta «Bigger than Satan» fa tenerezza perché persino l’estremismo a stelle e strisce del reverendo del metal per antonomasia ha più speranze del canestro da basket senza rete, e delle rottamate auto lituane senza più pneumatici per non andare da nessuna parte.

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