Girato integralmente in Imax 70 mm e senza ricorrere all’AI (anche se in Italia non esistono ancora sale in grado di proiettarlo nel formato originale analogico 1.43:1, e nel mondo ce ne sono soltanto 41), «The Odissey» di Christopher Nolan è sicuramente, per hype, sforzo produttivo e per le inevitabili critiche dei puristi omerici, l’evento cinematografico dell’anno.
Il soggetto è millenario, la sceneggiatura e la regia del londinese che ha anche co-prodotto la pellicola insieme alla britannica Emma Thomas, mentre la fotografia è stata affidata allo svedese Hoyte Van Hoytema, sodale di Nolan da Interstellar in poi e Oscar per «Oppenheimer», e i costumi ad Ellen Mirojnick.
Un discorso a parte va fatto per le musiche, visto che il filmaker anglosassone ha rifiutato l’orchestrazione classica chiedendo allo scandinavo Ludwig Emil Tomas Göranson (3 Oscar e 6 Grammy) di unire sonorità metalliche ed elettroniche, e questi ha utilizzato gong di bronzo e sinth, un’antica lira, strumenti a percussione sempre in bronzo, «l’aulos», sorta di oboe o flauto a doppia ancia, più tamburi in lamiera e fiati e cori isopolifonici albanesi, in quanto i più vicini filologicamente alle antiche pratiche musicali; James Blake e Travis Scott (anche attore nel film) hanno prestato le proprie voci alla colonna sonora e in particolare per il brano «When i’m home», che accompagna i titoli di coda, e alla cui stesura ha collaborato lo stesso Nolan.
Il cast, stellare e criticatissimo, vede Matt Damon nei panni di Ulisse, Tom Holland in quelli del figlio Telemaco, Anne Hathaway come Penelope, un sempre più luciferino Robert Pattinson interpreta Antinoo, capo dei Proci, Lupita Nyong’o è Eelena di Troia/Clitennestra, mentre Samantha Morton si cimenta nell’ambigua figura di Circe, Zendaya in quella di Atena e Charlize Theron nell’algida ninfa Calipso.
Successo al botteghino per un’opera che ha diviso la critica e spaccato il pubblico, fra nolaniani entusiasti ed ellenisti indignati, ma che ha fatto la felicità (turistica) delle location designate, e dei professori di liceo chiamati al cineforum didattico.
TRAMA (la versione di Nolan)
Mentre Odisseo è prigioniero delle torpide cure della ninfa Calipso, che attraverso l’ingestione dei fiori di loto ne allontana il ritorno a casa, incoraggiandone l’ingestione che determina l’oblio, ad Itaca i Proci, e in particolare Antinoo, pressano Penelope affinché sposi uno di loro al fine di proteggere l’isola dall’imminente incursione dei popoli del mare, sacrilegamente ignari della legge di Zeus; gli unici ancora a credere nel ritorno di Ulisse sono il fedele cane Argo, lo storico servitore Eumeo e il figlio Telemaco che decide di raggiungere Sparta col fido Mentore per dimostrare, a se stesso e al mondo, che è il padre è ancora in vita.
Nel frattempo, Ulisse inizia a ricordare il proprio passato, dallo stratagemma del cavallo che permise ai greci di vincere la guerra e di radere al suolo Troia, profanando il tempio di Atena, fino al periglioso viaggio di ritorno, col feroce episodio di Polifemo, il ciclope figlio di Poseidone che uccise alcuni suoi uomini ma finì accecato, passando attraverso i Lestrigoni, giganti antropofagi che divorarono molti suoi compagni, affondando tutte le navi tranne la sua.
L’episodio di Circe sull’isola di Eea, sublime atto di zoomorfismo messo in scena in chiave body horror, introduce la discesa nell’Ade dell’eroe che dialoga con l’indovino cieco Tiresia e con l’ex compagno di armi Sinone, prima di affrontare l’ombra di Agamennone e le sirene, scegliendo i tentacoli del mostro Scilla piuttosto che il maelstrom di Cariddi (secondo le istruzioni dell’indovino), fino ad approdare in Trinacria dove il sacrificio dei buoi cari ad Apollo per fame, scatenerà alla ripartenza una tempesta che ne decimerà l’equipaggio.
La fine del flashback porterà Ulisse a fabbricare una zattera coi resti della propria nave per far rotta verso Itaca con la benedizione della pur affranta Calipso e, dopo aver salvato Telemaco da un attentato orchestrato dai Proci, il vecchio padrone farà ritorno a casa nei panni di un mendicante (come gli aveva consigliato Agamennone nell’Ade).
Il proprio arco, una vecchia ferita e la morte per sollievo del fidato cane disveleranno la sua vera natura, fino alla vendetta tanto attesa e all’abdicazione in favore di Telemaco, con Ulisse e Penelope che rivolgono rotta e sguardo verso Occidente.
NOLLYWOOD
Nelle interviste rilasciate durante e dopo le riprese, Nolan ha parlato della mancanza di fedeltà alla storia originale in funzione di una visione più moderna, della trama e del personaggio di Ulisse, pur basata su molteplici letture e differenti traduzioni del capolavoro omerico, una sorta di trattato a tutto campo sul disturbo post-traumatico da stress bellico.
Il taglio naturalistico, o iperrealistico, si intuisce innanzitutto dalla verosimiglianza dei luoghi di Odissey: 10000 metri quadrati, 2000 comparse e 60 strutture ricostruite a mano in Marocco per il tempio e le porte di Troia; l’isola di Favignana che diviene Itaca, con la casa di Ulisse riedificata presso il Castello di Santa Caterina, gli interni (la stanza di Penelope e il megaron) sagomati nei teatri di posa californiani, e il Porto Peschereccio con dodici imbarcazioni ormeggiate, inclusa e soprattutto la Draken Harald Harfagre, la più grande nave vichinga al mondo.
Infine, la Grecia (e precisamente Corinto e la Grotta di Nestore) per la caverna del Ciclope, Lipari, Vulcano e Panarea per i lidi delle sirene, e l’Islanda sotto il temporale e il sole di mezzanotte per l’Ade.
Si possono guardare le due ore e cinquantadue minuti di The Odissey in tre modi: 1) criticando l’inaderenza filologica al testo e quella storica all’età del bronzo, e lì sarebbe facile scagliarsi contro l’Agamennone-Batman, l’Ulisse palestrato che non si consuma né invecchia, i Lestrigoni in chiave Marvel e il Ciclope simile a «Saturno che divora i suoi figli» di Goya, ma soprattutto contro l’idiosincrasia temporale di Damon che pronuncia uno ieratico «siamo alla fine dell’età del bronzo», quando tale definizione è stata coniata secoli dopo gli avvenimenti narrati; 2) facendo a pezzi il modernismo estetico di un regista che ha compiuto sull’Odissea la stessa operazione di Gibson in «The Passion», potendo usufruire di mezzi economici pressoché illimitati, ma completamente indifferente all’iconicità dell’epica greca, soprattutto dal punto di vista rappresentativo; 3) dare a Nolan quel che è di Nolan, riconoscendo che «The Odissey» è un film grande ma non un grande film, perché trasforma Elena, Circe e Penelope in vittime ante litteram del patriarcato sminuendone l’ambigua forza primigenia, perché toglie potere alla violenza ferina di Polifemo ed elimina l’ombra di Achille dall’Ade, uno dei passaggi-chiave dell’opera, ma soprattutto perché, nel voler eleggere Ulisse a precursore del senso di colpa (anche del militarismo a stelle e strisce) e delle nevrosi contemporanee, ne banalizza il rapporto vivo e dialettico con la divinità, che ne veicola la sorte verso la pace, frenandone il finale istinto distruttivo (la pace non è quindi il frutto di una mediazione giuridico-diplomatica, ma un atto ottriato dagli Dei).
Ulisse non mangia il loto per dimenticare nell’originale testo omerico, ma ne respinge la tentazione, per sé e per i propri compagni, e questo perché il suo eroismo non risiede nel combattere e nemmeno nel difendere la sacra legge dell’ospitalità di Zeus, ma nel ricordare ciò che è stato, e nel modellare il proprio destino in funzione di questa identità condivisa.
Nolan fallisce la prova d’autore, pur costruendo un grande film e rispolverando l’attenzione verso un immortale classico, non perché ha provato ad attualizzare il poema, ma perché ne ha snaturato l’inquietudine profonda cercando d’interpretare la complessità ellenistica attraverso una morale attualista, post-cattolica e rassicurante.
Nessuno avrebbe capito.
«Nessuno» è Ulisse.





