Gioia: le illusioni perdute della provincia borghese

da | Ago 5, 2026 | MONDOVISIONE

Uscito nel 2026, ma presentato in concorso alle Giornate degli Autori a Venezia ‘82 (2025), «La Gioia» è il secondo lungometraggio di Nicolangelo Gelormini, dopo l’interessante «Fortuna», tramite cui è iniziata la collaborazione con Valeria Golino, qui attrice e co-produttrice della pellicola, ma che con il regista campano ha anche co-diretto la miniserie tv su Goliarda Sapienza «L’Arte della Gioia».

Il soggetto è l’opera teatrale «Se non sporchi il pavimento», di Gioia Salvatori e Giulio Scarpinato, mentre la sceneggiatura, vincitrice del Premio Solinas 2021, è di Gelormini, Benedetta Mori, Chiara Tripaldi e dello stesso Scarpinato; la fotografia, claustrofobica come si addice a questa dark tale, è affidata a Gianluca Palma, mentre alle musiche dissonanti di Toti Gudnason, si legano narratologicamente quelle dei New Order (Blue Monday) e «Reality», spensierato inno all’amore da «Il tempo delle mele» (Dream is my reality…).

L’episodio di cronaca cui si ispira quasi pedissequamente la pellicola, e prima di lei l’opera teatrale soggetto del film, è quello di Gloria Rosboch, insegnante di francese di origini piemontesi plagiata e uccisa nel 2016 dall’ex studente Gabriele Defilippis, insieme all’amico materno Roberto Obert, episodio nerissimo approfondito sia da «Un giorno in pretura» che dal podcast «Indagini» di Stefano Nazzi.

Perfetto il cast, a partire proprio da Valeria Golino (imbruttita ad arte prosteticamente), in grado di coniugare imbarazzo, smisurato desiderio e ingenuità letteraria, passando attraverso il mefistofelico Francesco Colella e la credibile Jasmine Trinca, qui lontanissima dai suoi soliti ruoli eppure magnificamente a fuoco, fino a Saul Nanni, in grado di incrociare un’estetica alla Gabriel Garko al maledettismo di Helmut Berger.

TRAMA

Gioa è un’insegnante di francese torinese che vive ancora coi genitori, una madre oppressiva e un padre affetto da Alzheimer, in una casa soffocante piena di ninnoli alla Gozzano e alla sola compagnia degli amati conigli d’Angora; la sua esistenza, intrisa di letteratura, solitudine e del tiepido amore per la Juventus, cambierà per sempre quando Alessio, bellissimo ripetente di quarta superiore, le chiederà delle lezioni supplementari per evitare la bocciatura.

Il ragazzo, abbandonato a sei anni dal padre e con una madre cassiera di supermercato dalle ambizioni decisamente al di sopra delle proprie possibilità, è solito travestirsi e prostituirsi sotto la guida di Cosimo, ambiguo parrucchiere di origini meridionali che, nel tempo, oltre a procurargli clienti con l’implicito (e interessato) assenso materno, è anche divenuto suo amante.

Avendo intuito dei solidi risparmi dietro l’oculatezza di Gioia, Alessio inizierà un lento ma inesorabile rituale di corteggiamento cui la donna cederà arrivando a donargli 220 000 euro (praticamente tutto il suo denaro e quello della sua famiglia) per un presunto progetto immobiliare da impiantare insieme a Nizza.

Quando l’amante non si presenterà in aeroporto e sparirà per ben due mesi, Gioia, pressata dalla famiglia per il misterioso ammanco bancario e ormai consapevole del raggiro, ma non per questo meno innamorata, riuscirà a rivedere Alessio facendo pressioni sulla madre inizialmente ignara della truffa, ma in seguito felice di usufruire di parte dell’inaspettato bottino.

L’epilogo, tragico e banale come ogni male di provincia, apporrà il suo fatale sigillo su una storia che la regia di Gelormini ha reso più stratificata e sottile di qualsiasi archetipo di genere.

LA COMMEDIA UMANA 2.0

Tra Balzac e Flaubert, il secondo lungometraggio di Gelormini pantografa l’episodio di cronaca nera cui si ispira introducendo solo qualche piccola variazione, ma l’effetto d’insieme funziona perché dimostra quanto in ogni illusione ci sia un frammento di verità. E viceversa.

La famiglia, e la sua assenza/distorsione, è sicuramente il concetto-chiave attorno cui ruota l’intero plot: da una parte quella criminale che circuisce e sfrutta Alessio, ovviamente (in)educato sin dalla prima infanzia al raggiro e al mito del successo facile (nel suo caso icasticamente veicolato dalla bellezza), dall’altra quella apprensiva/oppressiva che ha rinchiuso Gioia in una prigione di regole e buon senso, in realtà ricattandola attraverso l’affetto per i propri genitori e costringendola a rinunciare alla propria vita.

Alessio imparerà a voler bene a quella donna che proverà a prendersi cura di lui senza sfruttarne l’avvenenza (anche se sarà proprio quest’ultima ad affascinarla), mentre Gioia vivrà forse per la prima volta una passione travolgente (al punto di pagare una cifra esorbitante per mantenerne viva l’illusione): c’è un passaggio determinante del film in cui il ragazzo vorrebbe restituire i soldi alla donna, forse per pietà o per sfuggire alle conseguenze del gesto, ma è lei che insiste affinché investa quel denaro nei suoi/loro sogni, e questo perché la potenza dell’autoinganno è più forte del rassicurante feretro piccolo-borghese in cui ha consumato (e si è consumata) la sua esistenza fino a quel momento.

Alessio s’interesserà realmente alla letteratura francese, incassando una delle rare sufficienze della propria accidentata carriera scolastica, assorbendo per osmosi la passione di Gioia, mentre quest’ultima potrà dare sfogo alle sue voglie represse (la regia non mostra mai gli atti sessuali fra i due alimentando la dimensione metafisica del desiderio) che l’avvicinano cinematograficamente parlando alla protagonista de «La Pianista» di Haneke.

La furia che le scatenerà l’abbandono di Alessio non sarà legata alla truffa economica ma alla gelosia e all’amor (proprio) tradito, al punto che aprendosi per la prima volta con una sua collega vaneggerà di una possibile e tardiva gravidanza, accusandola d’invidia quando quest’ultima tenterà di aprirle gli occhi.

La caduta sarà rovinosa, e non poteva essere altrimenti per chi cita a memoria «Madame Bovary», e la bellezza del bacio sospeso nel bosco (degna di un quadro di Chagall) avrà come contraltare quella dei pover conigli costretti a mangiare le pagine strappate dai libri di francese, che ormai la donna associa all’amore perduto.

Nell’era del politicamente corretto e dello story telling, in cui la narrazione sostituisce e a volte precede un evento, soprattutto se infausto, «La Gioia» dona un senso più profondo al vocabolo «tossico», rivelandone i meccanismi di reciprocità e mutuo bisogno: il parassitismo fra Gioia e Alessio è fatale perché nasce da due enormi vuoti affettivi, e derubricare il tutto a semplice plagio emotivo sarebbe miope.

L’illusione è la componente fondamentale di ogni logica di mercato, pubblica o privata, ed è lei la variabile impazzita che può trasformare il bisogno in desiderio (che non ha mai un’unità di misura certa, o certificabile).

«Ti travesti da donna?», chiede un’attonita Gioia, «No, da sogno», risponde Alessio.

BONUS 500

DISLESSIA A SCUOLA

NEWS

[wp-rss-aggregator]

Articoli Recenti

Liberté: Salò, rivisto

Liberté: Salò, rivisto

Dopo 16 anni di carriera, nel 2019 pre-pandemico il regista catalano classe ’75 Albert Serra realizza il suo settimo (e forse più ambizioso) lungometraggio: dopo averne fatto un’installazione a due schermi presso il Reina Sofia di Madrid, e successivamente un’opera...

Fuori la verità (in diretta)

Fuori la verità (in diretta)

Al suo quarto lungometraggio, dopo un arcipelago di corti, il salentino Davide Minnella, classe ’79, mette a frutto la sua lunga esperienza di autore televisivo, firmando la regia di «Fuori la verità», co-prodotto da Netflix e presentato alla Festa del Cinema di Roma...