Lezioni vere: da True Detective a True Education

da | Ago 17, 2026 | MONDOVISIONE

Sta facendo molto discutere il nuovo k-drama sud-coreano «Lezioni vere», distribuito da Netflix a partire dal 5 giugno scorso.

La prima stagione, coi suoi dieci episodi, dal titolo internazionale «Teach you a lesson», si ispira al webtoon di Chae Yong-taek, «Chamgo-yuk» (tradotto con «Get schooled» o «True Education»), un fumetto censurato in vari paesi e rimosso dalle piattaforme nordamericane per i suoi contenuti violenti e/o denigratori, motivazioni che hanno indotto il primo regista designato all’adattamento ad abbandonare il progetto.

Il nuovo regista, Hong Jon-chan, ha preso le redini della storia attenuando alcuni dei contenuti ritenuti più estremi e dichiarando: «So che le punizioni corporali sono inaccettabili in qualsiasi forma, ma nel nostro drama vi prego di considerarle un elemento d’intrattenimento».

La trama della miniserie ruota attorno allo stravagante e manesco Na Hwa-jin, un ex militare promosso a ispettore dal Ministro dell’Istruzione Choi-Gang Seok, entrambi in lutto per la perdita rispettivamente di moglie e figlia, uccisa da uno studente il cui movente verrà rivelato progressivamente tramite dei flashback durante gli episodi; a fianco a Na Hwa-jin, l’ex ufficiale delle forse speciali Im Han-rin, salvata da studentessa durante un’aggressione di gruppo proprio da lui, ed ora muscolare combattente dall’emotività disturbata, e Bong Geun-dae, esperto informatico laureatosi in tempi record ed ora perfetto (e potenziale) infiltrato sia per la tenera età che per la «nerd-attitude».

Celebrato in ben 48 paesi e fra le dieci serie Netflix più viste di sempre, «Lezioni vere» riconferma il talento visionario dei sud-coreani, ma anche la loro capacità d’infilare la macchina da presa nei nervi scoperti del sistema sociale (non solo il loro).

TRAMA

L’Istituzione dell’«Ufficio per la protezione dei diritti educativi», l’acronimo inglese è ERPB (Educational Rights Protection Bureau), e in effetti per tutta la serie ci si riferirà a lui semplicemente come al Bureau, è frutto della fantasia degli autori, anche se la maggior parte degli episodi si riferisce a fatti di cronaca realmente accaduti.

Si va dall’induzione al suicidio di un compagno di classe dopo estremi atti di bullismo, fino alla pressione di un genitore sul primogenito affinché si laurei in Medicina a qualunque costo, passando attraverso presidi classisti disposti a truccare test d’ammissione universitari pur di agevolare la propria carriera, fino allo spaccio di droga fra adolescenti a scuola («un mercato pressoché illimitato») o la ludopatia on line, che non risparmia né i teenager né le rispettive famiglie.

La serie non rappresenta soltanto il dualismo fra bulli e bullizzati, ma anche la solitudine degli insegnanti, orfani del rispetto dei discenti, spesso stalkerizzati dai genitori e non adeguatamente tutelati dalle istituzioni (dai presidi fino al Governo); lo strumento dei social, con le sue potenziali caratteristiche manipolatorie, filtra in ogni puntata rimarcando sia una repentina necessità di regolazione che la propria ineluttabile presenza in qualsiasi scenario educativo futuribile.

Classismo, violenze di genere, pressione sociale, il tutto shakerato a un’ironia grottesca e a una violenza stilizzata alla Bud Spencer (in realtà l’ex wrestler John Cena ha riscontrato una certa somiglianza fra sé stesso e il protagonista), hanno permesso a Lezioni vere di penetrare nell’immaginario collettivo, divertendo, indignando e dividendo l’opinione pubblica come precedentemente accaduto al gioiello generazionale della HBO, «Euphoria».

Se alcune trame si limitano allo scenario sud-coreano, come le oltre undicimila denunce annuali per abusi sui minori contro i docenti, di cui solo l’1,6% ritenute credibili e fondate sul discutibile perno dell’ «abuso emotivo» (giuridicamente impalpabile), o la piaga crescente della criminalità minorile che da più di settant’anni fa delle scuole i vivai d’elezione delle future mini-gang, grazie proprio alla depenalizzazione dei reati minorili, l’angoscia degli insegnanti e dei bullizzati, ma anche l’impotenza sistemica di chi dovrebbe proteggerne il diritto all’insegnamento e allo studio, sono un tema internazionale di continuo dibattito.

La task-force del Bureau si abbatterà sugli iniqui a suon di ceffoni, cavilli legali, supporto intergovernativo e hackeraggio etico, proteggendo non i docenti o i discenti ma «qualsiasi vittima» dei cortocircuiti del sistema educativo, purché quest’ultima abbia la forza e il coraggio sia di esprimere il proprio disagio che di chiedere aiuto, passaggio fondamentale sia sul piano psicologico che legale.

La vendetta personale dei due co-protagonisti, una delle maggiori armi nelle mani dei detrattori del Bureau, infiamma la già rovente polemica alla base della serie: fino a che punto la violenza può essere una risposta e quanto il dialogo ha veramente fallito?

Se, a qualsiasi livello sociale, si legittimano dei vigilantes, chi determina il tasso di giustizia privata necessario a ristabilire un equilibrio accettabile?

Non c’è il rischio di creare nuove vittime? E la regola alla base della k-drama (che dietro la godibile maschera dell’intrattenimento resta la vetusta legge del taglione) non corre il pericolo di semplificare questioni molto complesse?

VERITA’ O REALTA’?

La risposta del sindacato sud-coreano degli insegnanti e dei lavoratori dell’istruzione non si è fatta attendere ed è stata molto chiara: «questa serie rischia di semplificare troppo delle questioni educative estremamente complesse e di celebrare la violenza che in nessun caso può essere considerata una risposta credibile».

Dall’altro lato di questa impervia barricata ideologica, c’è invece la provincia sudcoreana di Gyeonggi, e in particolare l’ufficio provinciale dell’istruzione, che ha deciso di istituire una task-force analoga a quella della serie, ma legittimata ad utilizzare solo strumenti legali (leggi niente ceffoni): degli oltre 1800 candidati al ruolo di «responsabile della tutela dei diritti agli insegnanti» ne verranno selezionati cento, che lavoreranno con avvocati, medici, supervisori scolastici e consulenti, affiancando i docenti vittime di violazioni e/o denunce infondate fino al termine dei loro casi.

La vera domanda, cui nessuna task-force saprebbe rispondere, è perché si sia rotto il patto di fiducia fra famiglie e insegnanti e perché la figura del docente abbia progressivamente perso la propria funzione pedagogico-formativa, inducendo i discenti a cercare supplenti educativi ovunque, e spesso con risultati discutibili.

Servirebbe una task force culturale che al posto dei ceffoni utilizzi degli affilati strumenti critici e chissà se Netflix finanzierebbe mai un simile progetto? Chissà se lo finanzierebbero i governi?

In attesa della seconda stagione, che verosimilmente potrebbe affrontare anche l’illustre assente della prima e cioè le dinamiche sessuali prepuberali, taciute in questa per una precisa operazione di marketing o per semplice puritanesimo, aspettiamo una serie che non si limiti a parlare alla pancia del proprio pubblico ma che si rivolga anche alla testa, visto che la nostalgia di un sano e meritato ceffone è pur sempre nostalgia, attributo base di ogni totalitarismo.

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