Woke in progress

da | Ago 26, 2026 | IN PRIMO PIANO

Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere un articolo a firma di Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle ed ex premier, che sul quotidiano La Repubblica (precisamente il 21 agosto) ha innescato un dibattito, pensato per le forze di opposizione ma in realtà destinato a tutti, sulla cultura «woke», e cioè l’espressione che nei paesi anglosassoni designa la sensibilità necessaria a trattare temi di discriminazione e diseguaglianza sociale, razzismo, diritti LGBTQ+, e più in generale, ogni forma di inclusività.

Già il 9 agosto scorso, una delle figure simbolo della sinistra progressista americana, Alexandra Ocasio-Cortez, ospite della trasmissione tv «This Week» sulla ABC, riprendendo un’espressione già utilizzata da un consigliere comunale di New York, «Woke was crazy», aveva preso le distanze dalla prima stagione di quella cultura (a ridosso del Lockdown), pur difendendone i dibattiti scaturiti e definendoli «molto produttivi».

Secondo AOC, l’acronimo che ormai l’accompagna ovunque, durante la pandemia «la finestra di Overton» (e cioè lo spettro di idee socialmente condivisibili nell’agorà politica contemporanea) si era allargata enormemente portando a dei cortocircuiti non tanto di contenuto quanto di linguaggio, arrivando ad affermare che «la retorica utilizzata durante il lockdown non è quella che verrebbe utilizzata oggi».

Soprattutto la leader democratica ha preso le distanze, per Donald Trump solo per candidarsi alle presidenziali del 2028, dal programma nazionale dei Democratic Socialists of America, basato sull’abolizione della polizia, del Senato e del sistema carcerario, sulla chiusura delle basi americane all’estero e sull’amnistia degli immigrati irregolari, oltre che sulla proprietà pubblica di imprese e industrie essenziali, una lista di propositi fra l’utopico e l’anarchico che in effetti ha poco a che vedere con un realistico piano di governo.

Il termine Woke deriva dall’inglese «awake», e cioè sveglio, e pone l’accento sulla necessità di essere vigili e attenti alla realtà che ci circonda; «stay wake» era il mantra della comunità afroamericana dei primi del Novecento, un invito a non abbassare mai la guardia di fronte al razzismo e ai tanti episodi discriminatori, anche se successivamente si allargò anche ai bianchi che sostenevano la causa, lottando a loro volta contro le disparità sociali.

Nella seconda parte del Novecento, ma soprattutto nel nuovo millennio, il termine woke è diventato sinonimo di una sensibilità accresciuta nei confronti di ogni minoranza o categoria considerata vulnerabile, dalle persone LGBTQIA+ ai disabili, passando attraverso migranti o persone che vivono sotto la soglia di povertà.

Molto più recentemente, sono state definite woke anche le posizioni ambientaliste e tutte le lotte contro il cambiamento climatico, anche se non bisogna sovrapporre (come spesso purtroppo accade) quest’espressione col «politicamente corretto» o il «radical chic».

Nel 2020, l’uccisione di George Floyd da parte di un agente di polizia a Minneapolis, che scatenò proteste un po’ ovunque nel paese, fece rientrare le mobilitazioni di «Black lives matter» nell’alveo della cultura woke, così come accadde alle recriminazioni sulle molestie e/o violenze sessuali denunciate dal movimento #MeToo.

Ma come sovente succede quando una definizione agglutina dentro di sé fenomeni così vasti, e per loro stessa natura ambigui o di difficile interpretazione, a fianco all’accezione identitaria e inequivocabilmente progressista, il termine woke è diventato per alcuni (soprattutto per le destre sovraniste) un eccesso di progressismo e di distanza dalle reali esigenze delle nazioni, e dei relativi governi.

Amplificate dalle affermazioni incendiarie di Matteo Renzi, che ha parlato di una vera e propria «ubriacatura woke» per la sinistra, che dovrebbe anteporre «la politica all’ideologa», le posizioni di Giuseppe Conte si pongono criticamente contro le categorie di «politicamente corretto» e «cancel culture», colpevoli di decontestualizzare tutto, schiacciando la prospettiva storica verso il conformismo ideologico e contro la libertà d’opinione.

Se la destra, prosegue Conte, ha usato il woke come capro espiatorio contro le istanze di uguaglianza (tutte), la sinistra l’ha trasformato da pantografo di norme giuridiche e regole di mercato per una fisiologia del potere foucaultiana più aperta simbolicamente all’inclusività, a dottrina totalizzante e moralista.

Una «religione morale autoreferenziale» che non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista, laddove una politica realmente democratica dovrebbe agire sulle radici materiali delle diseguaglianze, intervenendo sulla giustizia sociale e spostando preziose risorse dalle spese militari al welfare, e ricordandosi che, come scrive Papa Leone XIV nella sua enciclica, la politica deve avere un peso nella produzione di ricchezza e non solo sulla sua redistribuzione postuma, al fine di evitare e non riparare torti e diseguaglianze.

L’elenco anti-woke di Conte somiglia al suo programma politico e include nuove politiche salariali, piani industriali, equità fiscale e adeguate imposte sulle rendite finanziarie, il sostegno all’economia reale, il diritto all’abitazione, l’accesso alle infrastrutture e ai servizi pubblici, ma anche alle prestazioni sanitarie e a un’istruzione di qualità.

Attaccando una destra che secondo lui in Italia ha fallito puntando su ordine e sicurezza, ma senza garantirli, e promuovendo la meritocrazia mentre proteggeva la propria casta politica, il presidente del Movimento 5 stelle fa campagna elettorale provando, come la Ocasio-Cortez in America, a riconquistare i moderati e i delusi di sinistra, ma la sua operazione sembra quella di chi vuole copiare chi l’ha copiato vent’anni prima, e quindi di chi vuole copiare il vecchio sé stesso, ma fuori tempo massimo, come una band che cerchi d’innovare il proprio sound per poi accorgersi che il trend del mo(vi)mento si rifà al suo antico stile, e quindi faccia un passo indietro sembrando stantia, soprattutto a sé stessa.

La verità è che la storica dialettica fra diritti civili e diritti sociali è una finta dialettica, con buona pace di Pasolini che ne scrisse molto, perché una politica 2.0 può e deve occuparsi di entrambi, facendo molta attenzione a non distaccare il linguaggio dalla realtà, poiché la dimensione simbolica dilata la semantica e non la riduce ad aeree chiacchere da salotto televisivo, altrimenti qualsiasi dibattito sulla cancel culture si ridurrebbe alla gag di Troisi e Benigni su «Non ci resta che piangere» in merito alla scoperta dell’America: «[…] hanno fatto finta d’essere arrivati prima gli americani. Hanno detto agli indiani «E voi che ci fate qui?»

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