Decreto scuola 2026: l’Italia all’italiano

da | Set 29, 2026 | IN CATTEDRA

Alle cinque e mezza di pomeriggio del 24 settembre scorso, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto-legge sulla scuola targato Giorgia Meloini e Giuseppe Valditara, un decreto definito dalla premier «un insieme di strumenti di buon senso per evitare le classi-ghetto» e salutato sui social da Matteo Salvini come una «vittoria per una battaglia storica della destra. Non passa lo straniero!».

Ferma la protesta delle opposizioni che, tramite la segretaria del Pd Elly Shein, hanno dichiarato: «mentre le famiglie sono preoccupate da crolli e infortuni negli edifici scolastici, gli stipendi degli insegnanti restano fra i più bassi d’Europa, il governo si inventa una nuova caccia alle streghe sulla pelle dei più piccoli, indicandoli come bersaglio»; Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha sottolineato il peso propagandistico-elettorale della proposta, al traino di Vannacci (popolarissimo fra i più giovani e che sul decreto ha chiosato a caldo: «andava fatto prima»), di fatto un inapplicabile concentrato di razzismo e ignoranza, che va contro la laicità della scuola e favorisce la dispersione scolastica.

Pensare che le prime bozze del decreto, ricorrette da Valditara fino a poche ore prima del varo ufficiale, erano ben più draconiane, prevedendo addirittura il ricorso al tribunale dei minorenni, tramite i servizi sociali, per togliere la patria potestà (o il permesso di soggiorno) ai genitori degli alunni stranieri che non avessero osservato l’obbligo di studiare l’italiano, anche se l’inquilino di Viale Trastevere ha negato tale versione ironizzando sulla provenienza di simili bozze direttamente dai partiti d’opposizione.

Ma cosa dice in concreto questo decreto che Antonello Giannelli (presidente dell’Associazione nazionale presidi) ha già definito «difficile da attuare»?

  1. Dal prossimo anno scolastico tutte le prime elementari, medie e superiori, dovranno essere formate in modo che gli studenti con cittadinanza non italiana (senza il sufficiente background didattico nel nostro paese) non superino il 30% totale degli alunni. Fuori dal testo restano quei bambini nati in Italia che hanno frequentato almeno due anni di materna o tre anni di qualsiasi scuola con successo: spetterà a presidi e uffici scolastici distribuire gli alunni nelle scuole vicino casa e, per chi si iscrive nell’anno in corso, varrà già la nuova norma. Per le scuole che non riescono a rispettare il limite del 30%, per mancanza di istituti di prossimità o in caso di necessità di assistenza per figli con disabilità, il provvedimento prevede l’istituzione di uno specifico fondo per organizzare attività extracurricolari per il potenziamento delle competenze di base sulla lingua italiana, affidate a docenti specializzati L2 (circa mille), con un finanziamento di 3,4 milioni di euro per il 2027 e di 14,1 milioni dal 2028 in poi. Provvedimento già in atto per le classi con più del 20% di studenti non italiofoni;
  2. Gli istituti tecnici e professionali cambieranno nome divenendo licei tecnologici e professionali, per riconoscere loro pari dignità culturale e educativa oltre che per promuovere, ha affermato Valditara, «un settore strategico per la formazione e per l’economia». Nella norma sono anche previsti la revisione del monte-ore per i neo-nominati licei tecnologici, e l’incremento di dieci milioni di euro del «Fondo per la promozione dei campus della filiera formativa tecnologico-professionale»;
  3. Il decreto vieta la partecipazione alle attività scolastiche col volto coperto (divieto di travisamento), senza un esplicito riferimento al velo integrale ma con la specifica del ministro: «niente burqa né niqab ma anche casco o mascherina sanitaria se non si è ammalati». Pena una multa, per gli alunni maggiorenni o per i genitori da 200 a 1000 euro, e per le famiglie che si rifiutassero (per diniego ideologico) di mandare le proprie figlie a scuola, il rischio diverrebbe la reclusione fino a due anni o la sottrazione della potestà genitoriale. Il precedente (Legge n. 152, 22 maggio 1975, detta «Legge Reale») prevedeva il divieto di caschi protettivi e di qualsiasi altro mezzo utilizzato per rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in un luogo pubblico, aperto al pubblico, o durante le manifestazioni pubbliche, e senza giustificato motivo; la misura venne varata durante gli anni di piombo per contrastare il terrorismo e la violenza urbana;
  4. Sono previsti corsi di italiano, gratuiti e obbligatori, per i genitori le cui barriere linguistiche rappresentino un ostacolo nel dialogo con la scuola o per il percorso di crescita dei figli; a erogare i corsi saranno i Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) su segnalazione dei servizi sociali territorialmente competenti. Per chi si sottrarrà a tale obbligo: multe dai 200 ai 1000 euro;
  5. Il decreto stanzia 21 milioni di euro in più all’anno per i libri di testo destinati alle famiglie meno abbienti, il 15% in più rispetto allo stanziamento iniziale; inoltre, viene innalzata anche la soglia Isee minima (da 30mila a 40mila) dei beneficiari, e verranno destinati 8 milioni in due anni per contrastare il cyberbullismo, facilitare la semplificazione digitale, e incoraggiare i percorsi contro la violenza di genere;
  6. Il decreto concede, in caso di procedimento di particolare complessità, l’esercizio «di professionalità e strumenti» della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, per minori coinvolti in fenomeni di «criminalità grave» (camorra, ‘ndrangheta o radicalizzazione in cellule terroristiche);
  7. 170 milioni andranno a rafforzare gli ambiti del sistema scolastico più in sofferenza (segreterie e corpo ispettivo);
  8. È prevista un’ora settimanale facoltativa di latino dal secondo anno delle medie.

L’attrito dialettico è fra il principio enunciato da Valditara, che pone l’italiano come grande strumento d’integrazione, e l’articolo 34 della Costituzione («la scuola è aperta a tutti»), che proprio dal punto di vista statutario rileva un problema di reciprocità per la questione di burqa e niqab, e cioè, chi entra nel nostro sistema scolastico è portatore dei propri diritti o deve prima rispettare le regole del nostro ordinamento?

Che nelle classi gli studenti stranieri dovessero essere al massimo il 30% lo sosteneva già una circolare del 2010 della ministra Gelmini, ed anche un’altra circolare del 1990 dell’allora ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella (formare classi con al massimo cinque stranieri, [anche se erano altri tempi, Ndr]), argomento impugnato dalla Meloni di fronte alla Gioventù Nazionale sui palchetti dell’Eur il 21 settembre scorso, in evidente contrasto proprio col discorso pronunciato dal presidente della Repubblica ad Amatrice: volgare strumentalizzazione per le opposizioni, solida argomentazione per le forze di Governo.

Al netto degli estremismi (vedi le classi differenziate per i disabili proposte da Vannacci) e degli inevitabili scontri per l’attuazione di un decreto molto complesso, non va dimenticata l’eredità storica di un paese di migranti, da sempre attraversato da mille culture differenti, ma anche la metamorfosi di un sistema educativo in grado di accogliere ogni tipo di diversità (vedi l’insegnamento di Alessandra Ginzburg), per evitare di slegare l’istruzione dal paese reale, facilitando la necrosi del tessuto didattico attraverso l’abbandono e la dispersione dei più fragili e dei più giovani.

Il suggerimento di un’insegnante di lungo corso, nel commentare a caldo gli effetti del decreto, e senza alcuna verve provocatoria è stato: «anche io sono per il numero chiuso degli stranieri e contro le classi-ghetto ma per evitare che i non italiofoni vengano emarginati e non (solo) per tutelare gli italiani».

Per la serie: stesso percorso ma con motivazioni antitetiche.

L’idea di un paese che dalla gastronomia alla lingua, passando per l’artigianato e la moda, fino ad arrivare alla scuola, debba essere protetto in nome di una preziosa cultura, monolitica e immobile, ed in funzione di un progresso economico dissociato da un complementare sviluppo socioculturale, poggia sul nostalgico fraintendimento di un passato mitizzato che non è mai stato tale, e sul tentativo (patetico) di sigillare una bellezza che si è resa grande nel mondo proprio quando si è aperta alla contaminazione.

Al ministro Valditara, e alla sua esaltazione dell’italiano come fattore coagulante e dato integrativo, andrebbe ricordato che molti dei ragazzi che non parlano ancora correttamente la nostra lingua sono già bilingue per nascita e necessità, e spesso masticano un inglese decisamente migliore del nostro.

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