È il 2000 quando il 37enne Alejandro Gonzàles Iñarritu, assemblando 11 cortometraggi e ben 36 bozze di sceneggiatura, scrive con Guillermo Arriaga il primo capitolo di quella che verrà definita «la trilogia della morte» (gli altri due saranno «21 grammi» e «Babel»), firmando il suo primo lungometraggio dal respiro internazionale: «Amores Perros» vincerà nel corso degli anni ben 60 premi (a caldo quello della critica giovani alla settimana della stessa a Cannes), inaugurando una nuova stagione del cinema messicano, non più confinato in Sud America ma in grado di conquistare, anche culturalmente, il mondo grazie a registi del calibro di Guillermo del Toro o Cuaròn.
Iñarritu, con un passato irregolare vissuto come mozzo sulle navi transoceaniche e speaker radiofonico di provincia, vincerà negli anni ben 5 Oscar (tre per «Birdman», uno per «Revenant» e l’ultimo per il corto «Carne y Arena»), grazie anche alla crasi col romanziere Arriaga, ma ora MUBI ripropone la sua prima opera in lingua originale sottotitolata, restituendoci la fotografia sgranata di Rodrigo Prieto, messicano anche lui, e le musiche di Gustavo Santaolalla (2 statuette anche per lui, una proprio per «Babel» e l’altra per «I segreti di Brokeback Mountain»).
La versione del film è quella del 2020, restaurata da Criterion Collection (New York) dall’originale formato in 35 mm a quello in 16 bit 4K, con colore e fotografia approvati da Iñarritu e Prieto; il nuovo missaggio surround 5.1 è stato effettuato preso Cinematic Media e Churubusco dagli steam digitali archiviati, cui sono stati aggiunti nuovi particolari sonori, mentre la nuova colonna sonora, approvata dal regista e dal progettista del suono Martin Hernàndez, è stata missata da Jon Taylor, presso la NBC Universal Studiopost.
TRAMA
«Amores Perros» (amori cani o, per estensione, «amori cattivi») è uno spaccato non lineare della Città del Messico di fine millennio: nella prima storia, Octavio (Gael Garcìa Bernal) vuole soffiare al fratello la moglie, in cinta per la seconda volta, per sottrarla a una continua spirale di violenza ed espedienti criminali (Ramiro, ufficialmente commesso, è in realtà un rapinatore), ma per riuscirci dovrà far combattere il cane di famiglia, un colossale rottweiler, nelle bische di periferia.
L’animale, rivelatosi provvidenzialmente un campione, inizierà a vincere arricchendo Octavio e alimentando i suoi desideri di fuga con Susana, finché un incidente e il tradimento morale della donna, non spezzeranno i piani del giovane (e improvvisato) imprenditore.
Nel secondo episodio, la top model Valeria andrà a vivere con l’amante Daniel (che nel frattempo ha lasciato la moglie per lei) in un elegante appartamento del centro ma, prima una voragine nel pavimento di legno inghiottirà il suo cane e poi un incidente (lo stesso occorso a Octavio) la condannerà fra alterne vicende alla sedia a rotelle, mentre il maxi-poster con la sua versione di successo verrà rimossa dal palazzo di fronte.
L’ultima storia, quella più stratificata ma dal finale un po’ scontato, vede l’ex guerrigliero e docente «El Chivo» (Emilio Echevarrìa), diventato dopo anni di carcere un barbone con muta di cani al seguito, e collaboratore occasionale della polizia per le pratiche più oscure e meno legali, accettare il ruolo di sicario per un ricco finanziere, dopo aver salvato dall’incidente che unisce le trame come un fil rouge, proprio il gigantesco rottweiler di Octavio.
Mentre a Valeria resterà solo l’amore di Daniel e del suo cane, nel frattempo recuperato dal buco nel pavimento, Octavio capirà di aver puntato sulla donna (e sul destino) sbagliati, ed El Chivo rinuncerà all’incarico, dai risvolti fratricidi, provando a riallacciare i rapporti con la figlia perduta.
TARANTINO IN SALSA MESSICANA
Che la fotografia sgranata, il montaggio frenetico e la narrazione à la «Pulp Fiction» siano la cifra di «Amores Perros» è universalmente riconosciuto, ma l’espediente tarantiniano è secondario rispetto alla violenza realistica che consacrò la pellicola all’attenzione degli addetti al mestiere.
Nonostante il film sia un continuo salto cronologico infarcito di flashback, da un punto di vista esistenziale uomini e cani sono sullo stesso piano (infernale), schiavi di un destino incomprensibilmente feroce che cercano di governare con meschina superbia, e da cui vengono distrutti senza redenzione; l’opera sembra ereditare tale pagano fatalismo dal vero padre nobile delle trame iñarrite, e cioè il miglior Almodovar.
Nessuno dei personaggi di Amores Perros è puro, tutti sembrano pedine di una violenza eterodiretta, quasi biblica: Octavio pagherà qualcuno per togliere di mezzo suo fratello, come il mandante del Chivo, mentre le telefonate mute al fisso di Daniel lasciano presagire l’ombra di una nuova, possibile, amante.
L’unica (genetica) innocenza, confinante con la crudeltà della sopravvivenza, è quella dei cani che uccidono o sono uccisi per istinto naturale e non per vanità, e qui la critica più spietata Iñarritu la rivolge al Chivo, reo di aver sostituito alla famiglia il destino del mondo, con l’assurda pretesa di renderlo un posto migliore.
Quando, tornando nel buco immondo che chiama casa, troverà il rottweiler ormai guarito coperto di sangue per aver dilaniato gli altri suoi amati cani, resisterà all’impulso di ucciderlo e fuggirà con lui, riconoscendo in quel gesto la corrusca purezza del suo stesso destino.
Nessun cane ha subito violenze reali (sono solo stati sedati e ricoperti di sangue posticcio), mentre il cast e la troupe sono stati ripetutamente derubati dalle gang di Città del Messico durante le riprese, e questa differenza spiega meta-cinematograficamente l’essenza della pellicola più di mille sinossi.




