Al suo settimo lungometraggio a soli cinquantun anni, il regista norvegese di origini danesi Joachim Trier firma una pellicola di due ore e quindici minuti, affiancato alla sceneggiatura dal sodale Eskil Vogt, e alle musiche dall’istrionica cantante, polistrumentista e compositrice di origini polacche Hania Rani.
Il film colleziona ben nove candidature all’Oscar, vince il Gran Prix Speciale della Giuria a Cannes 78, e un Golden Globe come miglior attore non protagonista a Stellar Skarsgard, patriarca di una dinastia di artisti, e quindi non distante (nella vita) dalla parte che Trier gli ha cucito addosso.
Superlativa Renate Reinsve, nei panni della figlia di Gustav, già musa del regista ne «La persona peggiore del mondo», grazie al quale ha vinto nel 2021 il Gran Prix à l’interprétation féminine di Cannes, affiancata a Inga Ibsdotter, credibile unità di misura dei (dis)equilibri famigliari, e a Elle Fanning, fragile, emotiva e convincente nell’evoluzione di sé stessa dai tempi di «The Neon Demon».
Quasi unanime il coro d’assenso della critica per un’opera scandinava fino al midollo ma che, sul piano scritturale, tende all’universale omaggiando il miglior cinema europeo del secolo scorso.
TRAMA
Per la morte della moglie, da cui era ormai divorziato da anni, il regista settantenne Gustav Borg torna nella casa di famiglia, rimasta di sua proprietà, e rivede le figlie, Nora e Agnes, soprese da quell’incontro visto che da lungo tempo il padre era assente anche dalle loro vite.
Agnes, secondogenita e storica di professione, nonché sposata e madre di un bellissimo bambino, sembra serena mentre Nora, dotatissima attrice ma con psicosi legate alla recitazione e un tentato suicidio alle spalle, vive male il confronto, soprattutto perché Gustav, dopo quindici anni d’inattività, ha scritto una nuova sceneggiatura e vorrebbe fosse lei la protagonista del suo, a questo punto testamentario, film.
Nora rifiuta la parte che il padre ha deciso di affidarle, portandolo a virare sulla star americana Rachel Kempf, conosciuta durante una retrospettiva a Deauville e da sempre sua grande fan, invitandola in Norvegia visto che le riprese avverranno proprio nella storica residenza famigliare, una villetta in stile coloniale in un quartiere borghese di Oslo.
Mentre Netflix, ingolosito dalla presenza di Rachel, sembra interessato a finanziare il progetto, quest’ultima comprende che la pellicola, (in)direttamente ispirata al suicidio di Karyn, la madre di Gustav, torturata dai nazisti e venuta a mancare quando il figlio aveva appena sette anni, non è adatta al suo stile recitativo.
Nel frattempo, Agnes, equamente suddivisa fra la lettura del copione e lo studio approfondito delle torture subite da sua nonna, cerca di convincere Nora ad accettare il ruolo offertole dal padre, sicura che la parte sia stata pensata e scritta appositamente per lei.
JOACHIM (LARS VON) TRIER
Coprotagonista dell’opera, casa Borg, centenaria abitazione risalente ai bisnonni di Agnes e Nora, diviene la depositaria dei ricordi sia di Gustav che delle due bambine, del suicidio di Karyn e del divorzio fra Sissel (psicoterapeuta) e il marito regista: in un giovanile tema scritto da Nora, l’abitazione si antropomorfizza, mal sopportando il silenzio e gioendo al caos creativo delle piccole occupanti mentre, sul finale della pellicola, si trasforma in set cinematografico per consentire la catarsi del dolore che è stato.
Nel labirinto di citazioni cui impigliarsi riconosciamo lo Zemeckis di «Here», molto Woody Allen, qualcosa di Hitchcock, soprattutto nella fotografia, il Fellini di Otto e Mezzo e, ovviamente, Ingmar Bergman, per il rapporto fra vita e rappresentazione e per la scarificazione famigliare, ma anche per la sovrapposizione dei volti di Agnes, Nora e Gustav che omaggia esplicitamente il seminale «Persona»; ma il lavoro di scrittura di Trier non si ispira soltanto al cinema, tirando in ballo anche Cechov, l’Amleto, la drammaturgia dello svedese Strindberg e l’Ibsen di «Casa di Bambola», in cui il nome della protagonista è(ra) proprio Nora.
Lo spettro del suicidio si agita attorno all’ectoplasma del dolore («pregare non è davvero parlare con Dio ma solo riconoscere la propria disperazione») ed anche se noi non vediamo mai il gesto estremo, esso aleggia sulle figure messe in scena da Trier come un inevitabile tormento, storico ed esistenziale, e sotto questo punto di vista il parallelo con Lars Von Trier sembra inevitabile.
Il «valore sentimentale» (Sentimental Value) è quello che unisce, come silenziosa prossemica, Agnes e Nora, legate dalla reciproca assenza paterna, mentre il concetto di rappresentazione, che sembra essere l’unico punto di contatto fra Gustav e il mondo, nella primogenita attrice diviene al contrario una forma di isolamento attraverso la pantomima recitativa.
Nessuno dei personaggi dell’ultima fatica di Trier sembra emotivamente risolto, forse soltanto Agnes che ha sublimato nella maternità l’inquietudine ereditata dal padre, ed ognuno di loro esprime un tale pastiche di meschinità, grandiosità e rimozione, da risultare più che credibile; la superficialità con cui durante un pranzo il regista descrive i conflitti, interiori e artistici, di sua figlia, così come il trasporto tramite il quale decide di rivolgersi inizialmente a uno storico amico per la realizzazione del film, per poi metterlo cinicamente in dubbio data la sua parziale infermità, si coniugano a perfezione con l’abilità di narratore e con la consapevolezza delle proprie mancanze, di uomo e padre.
Inine, la pellicola è (in modo assolutamente non polemico né autocelebrativo) un chiaro manifesto anti-hollywoodiano che mette in scena un’idea di cinema, estetica e morale, distante dall’industria dell’intrattenimento, con un’attenzione data alla conflittualità e all’inquietudine, che sottolinea l’estraneità fra le due tipologie di visione.
Nella crisi autoriale di Gustav, che più si affanna a contraddire le esegesi autobiografiche del suo ultimo film, più le asseconda, il segreto di un cinema che cela dietro l’(auto)ironia le tragedie più insostenibili: alla fine recitare non è fingere né nascondersi, ma frammentare la propria identità per ricomporla in una storia coerente che tenti l’immortalità per sottrazione.




