Quando qualche anno fa sono andato per la prima volta in vacanza nella Sardegna del Sud, ho ascoltato due autoctoni a cena in un ristorante di Cagliari lamentarsi della triste consuetudine, maturata negli anni, di molti turisti di riportare a casa sacchi e sacchetti di arena prelevata direttamente dalle iconiche spiagge bianche dei litorali fra i più belli del Mediterraneo.
Una consuetudine che aveva inchiodato molti di loro in aeroporto, con sanzioni proporzionate al volume del prelievo, ma che stava anche contribuendo alla diminuzione delle candide rade, sempre più sottili e arrembate da un irrispettoso turismo di massa.
Riccardo Milani, celebre regista romano e conoscitore di quella parte di Sardegna, ha deciso di occuparsi della «questione territoriale» sarda attraverso un più che decennale episodio di cronaca, divenuto celebre sia per l’inatteso esito che per il coraggio dell’ottantenne pastore Ovidio Marras, insulare Davide contro le continentali mire del colosso-Golia (Sitas).
Aiutato in fase scrittura da Michele Astori, e alla fotografia dallo storico collaboratore Saverio Guarna, Milani ha alternato a un cast di sardi non professionisti (fra cui proprio l’alter ego di Ovidio Marras, Efisio Mulas, al secolo Giuseppe Ignazio Loi), stelle del calibro di Virginia Raffaelli (Francesca Mulas), Aldo Baglio (il capocantiere siciliano Mariano), Diego Abatantuono (Giacomo della Greatti immobiliare) e Geppi Cucciari (il giudice Giovanna), con il folk(loristico) supporto alle musiche dell’armonicista e beatbox Moses Concas.
Nelle sale dal 23 ottobre, «La vita va così» (sedicesimo lungometraggio del filmaker capitolino) è stato presentato il 15 ottobre scorso alla Ventesima Festa del cinema di Roma.
TRAMA
Alle mire espansionistiche del colosso immobiliare Greatti, che vuole realizzare un resort ecosostenibile a cinque stelle nella Sardegna del Sud, resiste la proprietà del pastore ottantenne Efisio Mulas che non vuole vendere la terra per continuare a portare le proprie vacche in spiaggia, attraverso lo stradello ereditato dagli avi.
Sembra la riduzione cinematografica di Asterix, con la Gallia mutata in pastorale insediamento della Sulcis e la Roma imperiale in una potente società immobiliare milanese; sta di fatto che il ceo Giacomo, un cinico e glaciale Diego Abatantuono, dopo aver acquistato tutte le proprietà limitrofe, prova a ingolosire Efisio con offerte economiche crescenti, usando come perno il capocantiere di origini palermitane Mariano (Aldo), da sempre fidato collaboratore anche perché senza famiglia.
Efisio e sua figlia Francesca si ritroveranno assediati da uno sciame di cittadini inferociti che vedono nel resort dai potenziali 2500 posti di lavoro, l’unico rimedio a un immobilismo secolare e a una miseria irrimediabile.
Fra piccoli dispetti, insidie legali e il cemento che si stringe intorno all’umile dimora del pastore (la scena in cui Aldo dirige le ruspe come un’esiziale orchestra è memorabile), passeranno gli anni e l’ultima, clamorosa, offerta che verrà rifiutata sarà di ben 12 milioni di euro.
L’orgoglio, o la testardaggine, del senescente Mulas lo porteranno a fare causa alla Greatti, che nel frattempo ne ha recintato lo storico passaggio al mare, e mentre tutti i concittadini gli faranno terra bruciata intorno, e a lui resterà l’appoggio della figlia, dei due nipoti e di un redento Mariano, un giudice «che non guarda in faccia nessuno» (Geppi Cucciari) si occuperà della vicenda non lasciandosi minimamente intimorire dalla disparità di forze in campo.
L’epilogo con l’incontro al vertice fra i due antagonisti Giacomo ed Efisio, proprio sulla spiaggia di Bellasamanna, diviene la parabola economica della sperequazione Nord/Sud e la sintesi morale della dialettica fra valore e prezzo, arcadismo e voracità capitalistica.
RESORT ALLA MILANESE
Ovidio Marras non ha fatto in tempo a vedere il film a lui ispirato perché è venuto a mancare nel 2024, alla veneranda età di 93 anni, ma d’altronde si sa che la Sardegna è la regione dei centenari, grazie al tris Casu Marzu, Cannonau e pane carasau.
È molto facile, infatti, cadere negli stereotipi quando si parla di questa meravigliosa e negletta isola, ma la vicenda legale di Ovidio, iniziata nel 2009 e terminata nel 2016 col suo trionfo in Cassazione contro la potente Sitas, è un fatto reale, come reali sono l’ormai paese fantasma di Malfatano, e il Comitato pro-Sitas istituito dalla maggioranza dei suoi concittadini, bisognosi di lavoro e di un’opportunità che non li costringesse, come si sente dire a uno dei protagonisti del film, «ad andare a fare i camerieri a Londra».
L’isola di Tuerreda, nella zona di capo Malfitano, territorio di Teulada, in piena Sulcis, trasfigurata narrativamente nella spiaggia di Bellasamanna, diviene metafora cinematografica del «furriadroxiu», e cioè un insediamento pastorale monofamiliare che nell’immaginario sardo si traduce nel «posto in cui fare ritorno».
Brecht scriveva: «sventurata è la terra che ha bisogno di eroi» ed Ovidio/Efisio non si spaccia come tale: egli è solo un uomo piantato nella terra dei padri che difende non solo il proprio diritto di proprietà ma anche la bellezza di un luogo derivante dal suo appartenere a tutti, e in questa semplice (non semplicistica) visione da quarta elementare, sineddoche dell’Italia e della sua triste esterofilia che l’ha portata a svendersi negli anni, c’è la dignità di non cedere ai ricatti della politica e dei potentati in genere, e a non incoraggiare quel «tutti contro tutti» che ha portato la Sardegna a non credere più in sé stessa, e a concludere che la soluzione ai suoi mali debba sempre provenire da fuori.
La storia è potente e infinitamente declinabile ma il pur bravo Milani, sfumato nel descrivere il melting pot de «Come un gatto in tangenziale», cade qui invece nel manicheismo hollywoodiano e nella retorica, col Bene e il Male impermeabili e antitetici, e in una regia scolastica come quella dei suoi due documentari su Gaber e Riva.
Aldo è macchiettistico e Abatantuono troppo navigato nella sua imprenditorialità per non capire che per il vecchio Efisio non si tratta di soldi ma di rispetto della tradizione: quello che ne fuoriesce è un buon film, meritevole di portare al grande pubblico una vicenda degna di nota, ma approssimativo e didascalico, nonostante le buone interpretazioni della Raffaelli e della Cucciari.
L’elemento che più funziona in «La vita va così» è la denuncia al greenwashing e all’ecologia di facciata, rappresentato non solo dal tycoon stanco di tisane e di succhi di melograno ma anche dalla figlia, rampante laureanda in economia, presente e futuro di un’imprenditoria meneghina interessata solo ai maxi-profitti e disposta a strumentalizzare il lavoro solo come arma di ricatto per gli autoctoni, e come grimaldello per una politica locale sempre più ostaggio dei capitali esteri o, in questo caso, extraregionali.
Immobilismo e immobiliarismo diventano così le opposte facce della medaglia del mancato progresso sociale, in una regione che con la sua disarmante bellezza rappresenta in Italia, ciò che l’Italia sta diventando nel e per il mondo.




