La legalizzazione della prostituzione è un argomento inesauribile e scivoloso sia dal punto di vista politico che fiscale, anche perché meta-testualmente include tabù religiosi e valori etici che variano a seconda delle latitudini, ma che antropologicamente non possono negarne l’onnipresenza storica.
In uno degli Stati più scopertamente votati alla censura e che nell’immaginario collettivo evoca scenari pan-repressivi, e cioè il Giappone, essa è vietata dal 1956: eppure intorno al desiderio in questa nazione ricca di contraddizioni ruota una linea d’ombra fatta di locali e prestazioni, con relativi rituali e cavilli giuridici, estesissima e impalpabile.
Il termine «fuzoku», che significa «modo di vivere, aria che tira» o «usanze popolari», nel parlato contemporaneo designa ormai l’industria dell’intrattenimento per adulti, ma non nel modo diretto e parzialmente denigratorio che gli attribuiremmo in Occidente, visto che in molti casi il sesso lì arriva solo alla fine o non arriva proprio.
Le «fuzoku eigyo», le attività d’intrattenimento notturno, secondo la polizia nipponica sono decine di migliaia e muovono miliardi di euro: si va dagli hostess bar ai locali di karaoke, passando attraverso le sale da gioco, e il centro nevralgico di questo graduale domino di prestazioni (dal ludico all’esplicito) è Kabukicho, il distretto a luci rosse nel quartiere Shinjuku a Tokio, di giorno nucleo commerciale e di notte diorama al neon abitato da hostess e prezzolati butta-dentro.
Il primo step sono dei normali «girls bar», che non rientrano nemmeno nel fuzoku in senso stretto, e cioè locali come molti altri ma con la peculiarità che dietro al bancone ci sono solo ragazze curate che interagiscono carinamente col cliente; risalendo la piramide dell’entertainment per adulti, troviamo poi i «Kyabakura», o «cabaret clubs», dove gli avventori pagano delle kyabajo (letteralmente «ragazze del cabaret») per bere e conversare secondo delle precise regole allo scopo di sentirsi desiderabili; nei «pink saloon» alla conversazione si legano scambi intimi non penetrativi, mentre i «deriheru», sorta di deliveroo erotici, inviano delle operatrici direttamente a casa del cliente che le ha preventivamente selezionate su un catalogo on line (al momento la modalità più diffusa).
Le scappatoie legali al diktat del ’56 vanno dalle «soaplands», servizi di bagno «assistito» dove il cliente viene lavato e massaggiato dall’operatrice, all’ «innamoramento» a fine prestazione, tutte scorciatoie fortemente ritualizzate tramite scenografie teatrali, giochi di ruolo, costumi o regole molto precise sul come sedersi, rivolgersi alle ragazze, e persino sul come versarsi da bere.
Si potrebbe pensare, erroneamente, a un caos ipogeo, alla nemesi underground di una società estremamente formale dove, almeno per poche ore, lo stigma della performance può essere dimenticato, e invece sembra che nei quartieri a luci rosse si riproduca, anche per la trasgressione, la stessa rigida cornice del mondo diurno.
Torna in mente la «machina» filosofica del Marchese De Sade che per narrare le nefandezze dei suoi altolocati libertini utilizzava l’espediente letterario dell’illuministica scansione enciclopedica; ovviamente un così alto tasso di ritualizzazione esclude i non giapponesi.
PAGARE PER VEDERE
Con un volume complessivo d’affari di 7,2 miliardi di dollari, con soli 46 dipendenti ufficialmente registrati, 1,4 miliardi di dollari di ricavi, 4,6 milioni di creator e 377,4 milioni di abbonati, OnlyFans e filiera (videomaker, agenzie, consulenti fiscali eccetera…), si candida ad essere una delle piattaforme più redditizie di sempre.
In Italia, decima al mondo coi suoi 85 milioni di creator e un ricavo annuo di 110, 5 milioni di dollari, il 62% dei produttori di contenuti è sotto i 25mila euro annui, il 23,2% tra i 25 mila e 50mila, il 12 % tra i 50mile e gli 80mila, e l’0,8% sopra i 100mila; la stragrande maggioranza degli attori del settore è donna e con una media età che oscilla tra i 26 e i 35 anni.
Al di là delle star che, superati gli 85 mila euro annui escono dal regime forfettario e, oltre a pagare meno tasse sul reddito, possono aprire una vera e propria società, i «sottoproletari» di OnlyFans pagano almeno il 5% sui ricavi da reddito, 4000 euro di contributi minimi previdenziali, e la controversa tassa etica del 25%, la qual cosa spiega perché la maggior parte degli operatori di settore lo svolga come impiego secondario o part-time, sperando di sfondare puntando sui due punti di forza di OF, e cioè il contatto diretto fra abbonato e creator e la visibilità di questi ultimi in contesti extra, come la Rete, i social o la tv.
Vista l’alta percentuale di donne si può parlare di rivincita strumentale sul patriarcato o del suo esatto contrario? Di sicuro l’ironico commento di un abbonato («un tempo si pagava per fare, ora solo per guardare») trova la sua sublimazione assoluta nel servizio fornito da Giulio Costantini, di base a Dubai proprio per motivi fiscali: 25 «fake» models costruite dall’IA, per le cui foto e/o video i clienti sono disposti a pagare migliaia di dollari.
(NON)FARE LA «FEMMINUCCIA»
Attraverso quadri (vedi «Al Salon di rue des Moulins» di Toulouse-Lautrec, 1894), immagini, resoconti giudiziari e rapporti medici, si è arrivati a determinare come nella Francia di fine Ottocento, sia nelle «maison de tolérance» che nelle più grevi «maison d’abattage» (in italiano, mattatoi), le prostitute sfilavano come modelle delle «maison de couture», coadiuvate da sarte, parrucchiere e modiste, e dalle tenutarie che vendevano o affittavano loro a caro prezzo i vestiti necessari alla seduzione, quelli che il semiologo Roland Barthes definiva il «lussuoso guscio della loro magica virtù».
Da qualche anno nelle maggiori città italiane si sta invece diffondendo una bizzarra consuetudine: «Il beauty spa party».
Si tratta di un format «per sole femminucce» o per sentirsi «piccole donne», allestito in minuti saloni di bellezza, con estetiste, animatrici, parrucchiere ed esperte di manicure, dove si ascolta musica rilassante in kimono, festeggiando anche il proprio compleanno con coetanee, fra glitter, make-up e fasce per capelli.
A scandalizzare non è (solo) il costo, fra i 250 e i 500 euro a persona, ma l’età delle partecipanti che va dai 5 anni alla preadolescenza.
Ora anche i normali centri estetici o saloni di bellezza si stanno aprendo a questo format (assecondando l’a-moralità del marketing), che si fonda sullo stereotipo della bimba che imita la madre di fronte allo specchio con le amiche, truccandosi e issandosi goffamente su tacchi vertiginosi.
Eppure, si rischiano due errori da matita rossa: le minorenni svezzate al trucco e parrucco saltano le tappe cerebrali della crescita, non maturando una simile condizione ma imitandola sotto pressioni materne o dell’influencer di turno, e inoltre non lo fanno abitando lo spazio protetto del gioco, ma anticipando un confronto sociale imperniato ancora e di nuovo solo sul piano estetico.
Velato come l’omonimo Cristo, il desiderio si fonda sul mistero dell’irraggiungibilità e si (s)vela per simboli, laddove l’intrattenimento ha fede solo in dio(ttrie): la vera educazione sessuale, semmai ne esiste (solo) una, dovrebbe basarsi sull’ascolto del non-detto, e sull’attesa.
Dalla rigida tassonomia nipponica a luci rosse, passando attraverso l’onanismo voyeuristico di OnlyFan, fino al situazionismo per femminucce (pavloviana fantasia per pedofili), è la preziosa unicità dell’io (anche sessuale) che si sgretola sotto lo sguardo, anonimo e indifferente, della società e del pubblico pagante, e mai appagato.
In principio era il nervo (ottico).





