Madre: il transfert e il rimosso secondo Sorogoyen

da | Set 9, 2026 | MONDOVISIONE

È il 2019 quando il regista madrileno Rodrigo Sorogoyen, dopo l’exploit de «Il Regno» (7 premi Goya) e prima del sensazionale «As Bestas» (9 premi Goya, 2022), decide di riprendere il corto del 2017, candidato agli Oscar 2019, e farne un lungometraggio con l’omonimo titolo di «Madre».

Frenato sul piano distributivo dalla pandemia, ma presentato nella sezione Orizzonti alla settantaseiesima mostra internazionale del cinema di Venezia, dove la protagonista, Marta Nieto, ha vinto come migliore interprete femminile, la pellicola, coproduzione franco-spagnola, è ora riproposta dalla piattaforma Mubi.

Co-sceneggiato con Isabel Peña, «Madre» riprende l’idea originale di Sorogoyen che in un corto di 19 minuti immaginava la trentenne Elena dialogare al cellulare col figlio seienne, in vacanza con l’ex marito sulle coste della Francia, e che smarrito il padre vaga su una spiaggia senza riuscire a descrivere con precisione né dove si trovi né cosa gli stia per accadere.

Oltre alla maiuscola prova di Marta Nieto (apprezzata di recente in «Lasciarsi un giorno a Roma» di Edoardo Leo), va segnalato il non facile esordio del francese Jules Porier, nei panni candidamente morbosi del sedicenne Jean.

TRAMA

In un piano-sequenza al cardiopalma che cattura subito l’attenzione dello spettatore, Sorogoyen ci mostra l’antefatto del corto, e cioè Elena che parla al telefono col figlio Ivan, in vacanza con l’ex marito in Francia, lasciato solo proprio dal padre che è andato in camper a recuperarne i giocattoli, ma che tarda a tornare mentre il bimbo, di appena sei anni, vaga smarrito su una spiaggia sconosciuta mentre un uomo si avvicina e il cellulare sta per scaricarsi.

Dieci anni dopo Elena, ormai quarantenne, si è trasferita a Vieux-Boucan-les-Bains, la spiaggia della scomparsa, dove gestisce un ristorante alternando al lavoro lunghe passeggiate sul litorale e brevi incontri col fidanzato Joseba, che sogna di strapparla al passato per andare a convivere in Spagna.

È proprio durante una di queste tormentate promenade che Elena incontra il sedicenne Jean, parigino in vacanza con la famiglia, così simile al figlio scomparso (o alla sua proiezione nel tempo), da indurla a seguirlo fino a casa; il ragazzo se ne accorgerà e l’andrà a trovare al ristorante iniziando una pericolosa amicizia, ovviamente osteggiata dai genitori e dal fratello, che culminerà in un vero e proprio conflitto intergenerazionale.

Nel frattempo, Elena, equamente suddivisa fra frustrazione materna e turbamento sessuale, discuterà con Joseba e rivedrà Ramon, l’ex responsabile della scomparsa di Ivan, insultandolo in un locale pubblico non appena apprenderà che l’uomo è stato in grado di rifarsi una vita e una famiglia.

L’epilogo, che chiude circolarmente il prologo, è la dolorosa accettazione della realtà, ma senza alcuna morale consolatoria.

IL CINEMA RIMOSSO

I campi lunghi marini della Nuova Aquitania francese, con l’Atlantico che arma i cavalloni del ricordo contro una perenne nebbia sospesa che sembra la formalina in cui Elena ha sigillato il proprio dolore, sono lo scenario che Sorogoyen tesse intorno a «Madre», con una colonna sonora discreta e mai intrusiva, e i suoni della battigia che ninnano una sofferenza mai esibita.

Siamo lontani dal perturbamento erotico, e facilmente pruriginoso, che ci si aspetterebbe da un simile incipit, col sesso anagraficamente immorale a lenire, e forse speziare, un trauma mai metabolizzato; ma siamo distanti anche dall’investigazione stile thriller hollywoodiano o horror d’autore alla «8 millimetri».

Noi non sappiamo cos’è successo al piccolo Ivan, tranne che non è più con la madre e non per sua volontà, né sappiamo cosa sia accaduto ad Elena nei dieci anni dalla sparizione del figlio, ma possiamo solo presumere che la donna si sia trasferita su quella specifica costa della Francia, con l’iniziale speranza di ritrovare il bambino, e quella successiva di non lasciarne andare il ricordo.

Elena brama il corpo del giovane Jean non per attrazione sessuale ma per la smania materna d’immaginarne l’evoluzione adolescenziale, e il ragazzo, ribelle e puberale come da copione, sembra capire questo turbamento quando in un passaggio molto intenso e carnale del film le chiede: «è perché ti ricordo tuo figlio, vero?»

Nelle interviste alla laguna Sorogoyen ha parlato del rifiuto, suo e della sceneggiatrice, di voler rappresentare o convivere col dolore della donna, descrivendone piuttosto i vuoti e le contraddizioni, sagomandole addosso una complessità che rendesse credibile il personaggio.

In un cinema che ormai penetra col bisturi della macchina da presa nelle pieghe più recondite della sofferenza, mettendo in scena una pornografia del dolore di sicuro impatto ma di dubbio gusto, il transfert di Elena, l’assenza di espliciti dettagli sessuali, e la finezza psicologica della trama, fanno di «Madre» un’opera notevole, e notevolmente demodé.

La donna è per tutti «la pazza della spiaggia» e sa di esserlo, ma vive la propria condizione di reclusa nel passato con la dignità di chi non ha bisogno di nessuno, e questo perché l’odio verso Ramon è pari solo al suo senso di colpa, e all’irrevocabilità di quanto accaduto.

Fantasmi acquiescenti, gli uomini della pellicola sono solo ombre rispetto all’incarnato metafisico di Jean, ierofania puberale in un mondo ormai privo di desiderio, se non retrattile: «Elena vive non una perdita ma una sparizione, quindi le rimangono sia la speranza che la paura […] Jean è la vita e l’amore che si oppongono alla morte e alla paura», ha ben descritto Marta Nieto, parlando del proprio personaggio.

Pari a una disabilità affettiva, il dolore non di un abbandono ma di una vera e propria scomparsa, disallineano il vocabolario emotivo, trasformando l’amore in un bisogno autistico, eccessivo, quasi sinestetico: è il bimbo che vuole sposare la mamma, o la madre che ne spia la crescita in modo dolorosamente incestuoso.

Il desiderio, senza guinzaglio sociale, trasforma la sofferenza in carnalità e la solitudine in ricordo patologico: ecco che il sacro si congiunge al feticcio in quella separazione che è il meccanismo alla base di ogni adorazione.

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