Dopo qualche anno di silenzio cinematografico (2016), Giuseppe Piccioni torna al lungometraggio e lo fa nella «sua» Ascoli Piceno, dove esordì con «Il Grance Blek» nel 1987, prodotto dalla co-fondata Vertigo con Domenico Procacci, ed unico film per cui Lucio Battisti abbia mai concesso i diritti delle proprie canzoni.
Stavolta il protagonista della pellicola è Riccardo Scamarcio, che l’ha anche prodotta, affiancato da Benedetta Porcaroli, Valeria Billello, Vincenzo Nemolato, Antonio Salinas (venuto a mancare prima dell’uscita dell’opera), Sandra Ceccarelli, che torna a collaborare col regista marchigiano dopo «La vita che vorrei» (2004), e un sempre più sorprendente Lino Musella, ormai a suo agio nei panni dell’eterno villain.
Per il lavoro di scrittura, portato a termine prima della pandemia, Piccioni ha scelto lo storico collaboratore Gualtiero Rossella e Annick Emdin, giovane scrittrice/sceneggiatrice incontrata a una masterclass all’Accademia Silvio d’Amico, mentre per la fotografia è stato fondamentale lo sguardo di Michele d’Attanasio (sodale di Mainetti ma anche di Moretti, Martone e Placido); per le musiche, oltre al compositore capitolino Michele Bragia, è stato scelto il brano «Vivo» del torinese Andrea Laszlo De Simone, colonna sonora principale e tema portante del trailer.
«L’ombra del giorno» è uscito nel 2022 ed è ora disponibile su Sky.
TRAMA
In un’Ascoli preziosamente confezionata come il teatro di posa di un film di Visconti, Luciano è un ristoratore di mezza età che ha ereditato il locale paterno (lo storico Caffè Meletti di Piazza del Popolo, attivo dal 1907) che dirige negli anni più cupi del Fascismo, avendo fama di essere, in quanto reduce d’onore della Grande Guerra, un fedele sostenitore del Regime.
Affiancato da uno staff ironico e disilluso, guidato da Giovanni (Vincenzo Nemolato), e claudicante per una vecchia ferita di guerra, l’uomo osserva la torsione autoritaristica del Fascismo nelle leggi razziali del 1938, con una quieta accettazione testimoniata dall’amicizia che lo lega a Osvaldo (Lino Musella), ex commilitone e compaesano, finché l’inatteso arrivo di Anna, che viene assunta in prova per cinque lire al giorno, non scombina tutto.
La cultura della donna, che nel giro di poco tempo riorganizza contabilità e cucina, ma anche le sue misteriose origini e le critiche poco velate al Partito, incuriosiscono e intrigano Luciano che finisce con l’iniziare una relazione con lei, mantenuta clandestina più per riserbo che per paura.
L’avvento delle leggi razziali, con l’arresto del Professore, storico cliente del locale, e il diffondersi di un clima di terrore che riesce a penetrare persino il borghese perbenismo di provincia, culmina nell’agnizione di Emile, marito di Anna (il cui vero nome è Esther), ebreo francese in fuga che Luciano decide di nascondere in cantina, celando anche la religione della donna che ama, e correndo per questo enormi rischi.
Quando la copertura cadrà per un evento del tutto casuale, l’uomo sarà costretto a difendere la coppia e la propria vita, mettendo l’amore in secondo piano e dimostrando di possedere un cuore ben più grande di quello che la Storia (sua e del suo paese) si aspetterebbe da lui.
NON UNA BANDIERA MA UNA RIVOLUZIONE
In un’intervista successiva all’uscita del film, Benedetta Porcaroli ha parlato del coraggio della donna che interpreta, così libera da sfidare il Regime e l’ombra che proietta su Luciano, ormai abituato a una realtà fittizia filtrata dalle vetrate del suo ristorante, sorta di marginale bolla di sapone sospesa sugli eventi che travolgeranno di lì a breve la vita della nazione.
«Non porta una bandiera ma una rivoluzione», ha dichiarato l’attrice confermando la reale carica eversiva di Anna/Esther, lontana da sterili proclami ideologici, visto che come scriveva qualche anno fa Walter Siti: «avere degli ideali a volte esime dal pensare, o almeno limita di molto i danni».
Come ha invece ben espresso Scamarcio, in riferimento al proprio personaggio: «un fascista che non fa cose da fascista non è un fascista», ed anche il rifugiato Emile, con orgoglio transalpino, dice la stessa cosa delle poesie di Ungaretti, che regalerà a Luciano, e cioè che non c’è traccia di Fascismo nelle sue parole, nonostante il poeta si definisca tale, mancando probabilmente per questo un meritatissimo Nobel.
Coprotagonista de «L’ombra del giorno» è Ascoli, quinta teatrale e buco di serratura sul mondo tramite i geometrici colonnati e le hopperiane vetrine, le stesse che hanno convinto Scamarcio ad accettare la proposta di Piccioni di cambiare la location da Roma alle Marche, e precisamente la monumentale Piazza del Popolo ma anche il Ponte Tufillo, via delle Stelle e la foce del Tronto, nella meravigliosa riserva naturale del Sentino.
La scena più toccante del film è il pranzo che commemora il 23 marzo 1919, anno di fondazione dei Fasci di Combattimento in piazza San Sepolcro a Milano, quando dopo l’intervento di Amelia (Valeria Bilello), cantante ed ex di Luciano che fa passare a tutti l’appetito raccontando gli orrori della guerra, Anna ricorda ai presenti i (traditi) proclami iniziali del Fascismo Movimento, fra i quali il suffragio universale esteso alle donne.
La sua interpretazione di «Parlami d’amore Mariù» (brano scritto per De Sica nel 1932), è un flebile canto di speranza contro l’orrore montante, anche bellico, e ricorda (cinematograficamente parlando) quel «New York New York» quasi sussurrato da Carey Mulligan nel sensazionale «Shame» (2011), il lamento universale di un’interiorità così autenticamente esibita, e vilipesa, da suscitare imbarazzo in chi non può smettere di ascoltare.
«Un kammerspiel non claustrofobico»: così è stato definito L’ombra del Giorno da Piccioni stesso, un dramma con pochi personaggi ben costruiti, in un’unica unità di tempo e spazio, che cerca attraverso l’ambientazione storica di parlare all’attualità, e cioè alla fin troppo passiva accettazione del Lockdown, spesso anche solo per continuare a lavorare (proprio come fa Luciano col suo ristorante), ma anche alla triste ricorsività di certe formule novecentesche che pensavamo di aver dimenticato e che ora risuonano nelle bocche dei maggiori leader politici internazionali, senza la minima vergogna né l’esatta cognizione di ciò che è stato.
Forse la vetrina del Caffè Meletti rappresenta il velo digitale attraverso cui ognuno di noi osserva oggi la Storia, ritenendosi ipocritamente al riparo dai massacri in corso, che in realtà non si sono mai fermati ma solo spostati, perché se l’Italia, che è la più giovane repubblica d’Europa, ma la più antica e nobile comunità (umanisticamente parlando) al mondo, è stata in grado di partorire il Fascismo, o di estrarlo dalla mente degli italiani, come diceva il Duce stesso, allora forse solo l’incursione dell’amore, che non può non costringerci a fare i conti con la nostra morale, è la risposta all’innaturale «freezing» generalizzato.





