«Il che significa che nell’era della globalizzazione una guerra globale è impossibile, ovvero che porterebbe alla sconfitta globale di tutti», scriveva Umberto Eco nel 2002 in una conferenza a Milano per la Comunità di Sant’Egidio, e mai come oggi le sue parole suonano profetiche.
Due esempi concreti della complessità in atto.
Lo scorso 25 aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo, a Bologna un pensionato ottantunenne è stato cacciato dalle celebrazioni in quanto reo di portare con sé una bandiera dell’Ucraina, mentre a Milano, dopo gli appelli al buon senso del sindaco Sala sul non esibire bandiere dello Stato d’Israele «in questa fase» (specificazione non irrilevante), non è stata ammessa ai cortei la Brigata Ebraica, che è cosa ben diversa da inneggiare a Netanyahu, non solo perché la bandiera della Brigata presenta strisce verticali e non orizzontali, ma perché quest’ultima non ha niente a che vedere con la politica di uno Stato (di fatto) aggressore.
Seguendo lo stesso ragionamento, si potrebbe ugualmente criticare la presenza a un simile evento di Donald Trump o del vicepresidente Vance (anche per la politica di appoggio «in questa fase» ad Israele), senza però negare il fondamentale ruolo interpretato dagli Stati Uniti nel processo di liberazione italiana dal nazifascismo.
«L’importanza del contesto» è un parametro che va utilizzato anche per giudicare quanto sta accadendo a Roma nell’ultimo mese, per ciò che concerne la partecipazione di Keshet Italia (associazione Lgbtqia+ ebraica) al Roma Pride, e in particolare alle sfilate in carro a partire dalle Terme di Caracalla, visto che farlo a piedi, oltre che discriminante, diverrebbe estremamente pericoloso anche per ragioni di ordine pubblico.
Lo scorso anno, come racconta il presidente di Keshet Italia Ariel Heller, l’associazione è stata attaccata da una rappresentanza di studenti palestinesi che ne hanno definito i componenti «terroristi» e «assassini», così come per il 25 aprile qualcuno ha chiamato gli israeliani presenti «saponette mancate», ed è solo grazie all’intervento della polizia che si sono scongiurati tafferugli ben più gravi.
Da un lato c’è il sacrosanto diritto di una minoranza di partecipare al Roma Pride, dichiarando la propria estraneità sia ad Hamas che a Netanyahu, dall’altro vanno ascoltate le istanze di chi non li vuole perché non hanno preso una posizione esplicita contro le politiche del loro Stato di provenienza, presentandosi come l’avanguardia dei diritti civili in Occidente, mentre è in atto un genocidio, perché questo sarebbe un palese caso di «pinkwashing».
Torna in mente la polemica pasoliniana sul consumismo globalizzato che rischiava di svuotare di senso le battaglie sui diritti civili, e su quanto fosse infinitamente più importante la difesa dei diritti sociali (il lavoro, l’uguaglianza economica, la dignità degli ultimi), e cosa ci sarebbe di più «sociale» di una guerra in atto?
L’attenzione che le nuove generazioni riservano ai diritti civili dovrebbe convogliare anche nei diritti sociali, per evitare che delle pur giuste battaglie divengano l’eco di un generalizzato individualismo edonistico, e non il frutto di una seria riflessione politica.
L’EVAPORAZIONE DEL PADRE E LA PAZZIA COME INSTRUMENTUM REGNI
Il recente messaggio pasquale di Trump rivolto all’Iran ma estendibile a milioni di musulmani («Aprite quel maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’Inferno. Vedrete. Lode ad Allah»), che ha fatto dichiarare all’esponente dem Jim Mcgovern: «è psicotico, ha bisogno di aiuto», e al politologo Ian Bremmer che «l’Iran è stata la peggiore scelta in politica estera della sua presidenza […] ad eccezione di Israele, non c’è più quasi nessun paese al mondo che lo sostenga», riapre l’annosa questione della follia al potere.
Da Caligola a Masaniello, passando per Pol Pot, Carlo VI di Francia, convinto di avere un corpo di cristallo, Bruto (che secondo Tito Livio si finse folle), fino al dittatore della Guinea Equatoriale Nguema, che faceva massacrare i dissidenti da fucilieri travestiti da Babbo Natale, la «madman theory» coniata da Nixon per eleggere la pazzia in politica estera a imprevedibilità, e quindi pregiato «instrumentum regni», non sembra affatto risparmiare gli attuali leader politici.
Si va dal delirio trumpiano sul far scolpire il proprio volto sul monte Rushmore, e alla foto in cui prega nello studio ovale circondato da pastori evangelici per l’American Crusade contro l’Iran, fino al messaggio inviato da Putin ai propri concittadini a gennaio per il Natale ortodosso: «i guerrieri russi portano avanti questa missione per comando del Signore […] i nostri soldati agiscono seguendo il volere di Dio», stretto parente della dichiarazione del Cremlino sullo spettro di un’apocalisse nucleare: «saremmo noi comunque ad andare in Paradiso».
Il delirio religioso, quello che animava i fanti della Wermacht che avevano impresso «Got mit uns» (Dio è con noi) sulla fibbia della cintura, prende forma da questo rifiuto del logos e della tradizione democratica occidentale, opponendosi al dialogo e alla razionalità, per una visione del potere arbitraria e vaneggiante, quasi una grottesca replica all’esattezza predittiva dell’algoritmo.
Da tempo Massimo Recalcati evoca il concetto lacaniano dell’«evaporazione del padre» per descrivere il declino della sua funzione simbolica: la dissoluzione dei valori consolidati dalla tradizione, che ha portato a una forte spinta solidale e a una vita collettiva più ricca, ha anche generato una tendenza regressiva al recupero di quegli stessi valori, attraverso la figura autoritaria e patriarcale del padre-padrone.
È il «padre ordalico» descritto da Darwin e Freud, che non separa il piacere dalla legge stabilendo l’esperienza del limite e del non-tutto, ma la sua nostalgica antitesi che sottomette la legge, ogni legge, al proprio patologico godimento.
Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khomeini, da Erdogan e Kim Jong-un, padri che vanno contro la politica e l’intermediazione simbolica della parola, che comandano piegando ogni limite al proprio volere e reclamando un principio di sovranità assoluto, prepolitico e pulsionale, fondato su un potere che promette protezione in cambio di sottomissione.
Secondo Freud, è dalla soppressione (reale o rituale) di questo padre carismatico, che nascerebbe il patto costitutivo alla base di qualsiasi società civile, ma in questa confusa fase di ipermodernità digitale, il padre ordalico sembra l’unica soluzione possibile immaginata dalla collettività al generale disorientamento, e questo spiegherebbe l’aumento dei femminicidi, le torsioni xenofobe, e la perdita di credibilità della figura dell’insegnante, o più in generale dell’educatore, che invece da sempre rappresenta un argine al godimento demoniaco, figlio dell’epicureismo post-capitalistico.
Ma se il padre simbolico è venuto meno e il padre ordalico è solo una funesta figura nella stanza dei bottoni di kubrickiana memoria (vedi il Dottor Stranamore), non è di certo l’iper-regolazione la soluzione, perché l’educazione non può ridursi a una versione liquida dell’autoritarismo patriarcale.
Paolo di Tarso per primo raccontava di come le regole non ispirino altro che la propria trasgressione, e un grande psichiatra dell’Ottocento (cui dobbiamo l’invenzione dell’anoressia come categoria clinica), Charles Lasegue, di quanto «ogni insistenza generi resistenza» e quindi, lontani dal padre ordalico e dalla sua sostituzione attraverso un sistema di regole sanzionatorio e oppressivo, secondo Recalcati va ricercata una «legge che non sia alternativa e antagonista al desiderio, ma condizione della sua possibilità».
Un padre, biologico o simbolico, deve insegnare il desiderio invece di assolutizzarlo o reprimerlo, e può farlo soltanto attraverso la propria testimonianza incarnata.





