Parafrasando nel titolo della recensione un vecchio brano dei Verdena, presenti nel film ma con un’altra canzone, «40 secondi» è l’ultimo lungometraggio di Vincenzo Alfieri, dopo una perla come «Ai confini del male» e l’affascinante ma un po’ evanescente «Il corpo»: liberamente ispirato al libro-inchiesta di Federica Angeli «40 secondi: Willy Duarte. La luce del coraggio e il buio della violenza», la pellicola, diretta e co-sceneggiata dal regista insieme all’amico Giuseppe Stasi, con musiche originali di Alessandro Bencini e l’ispirata fotografia di Andrea Reitano, è stata presentata alla Ventesima Festa del Cinema di Roma (nella sezione progressive cinema), dove si è aggiudicata il premio speciale della Giuria per il miglior cast attoriale, oltre a collezionare ben cinque candidature per gli imminenti David di Donatello.
Uscito nelle sale il 19 novembre 2025, ed ora disponibile su Netflix, il film ricostruisce il cruente pestaggio del romano di origini capoverdiane Willy Monteiro Duarte, avvenuto a Colleferro (Roma) la notte fra il 5 e il 6 settembre 2020, che portò il giovane apprendista chef a perdere la vita per mano dei gemelli Bianchi, con la collaborazione (in)diretta di Mario Pincarelli e Francesco Belleggia; nel frattempo, la giustizia ha fatto il suo corso comminando un ergastolo e pene di 28, 21 e 24 anni, mentre il Ministro della Giustizia ha inasprito le sanzioni sulle risse tramite un decreto definito «Daspo Willy» e il presidente della Repubblica Giorgio Mattarella ha conferito alla coraggiosa vittima (intervenuta per proteggere un amico) la medaglia d’oro al valore civile.
Nel casting, giustamente incensato, brillano nel ruolo dei gemelli Luca Petrini e Giordano Giansanti (pugili nella vita), la convincente Beatrice Puccilli (Michelle), il duo di sgangherati apprendisti gangster Enrico Borello e Francesco Gheghi, e un tris di veterani del calibro di Francesco di Leva, Sergio Rubini e Maurizio Lombardi.
TRAMA
In una Colleferro torrida per la calura estiva, i gemelli Lorenzo e Federico si dedicano a spaccio ed estorsioni pestando chiunque si opponga loro grazie ai rudimenti di MMA (mixed martial arts), e sfruttando la copertura del negozio di ortofrutta di famiglia; Cosimo, occasionale complice dei due, cerca di introdurre nel giro Maurizio, frustrato per la recente perdita del lavoro e della ragazza, mentre Michelle vuole nel frattempo emanciparsi dal fidanzato ufficiale (e dalla vita di provincia), andando a studiare alla Sorbona.
Le vicende di tutti i protagonisti si coagulano attorno alla discoteca Futura, dove il boyfriend di Michelle, fallito il tentativo di trattenerla, si azzuffa prima con Cosimo e poi con Maurizio, che gli sferra un pugno per farsi notare dalla ex, ormai stabilmente con un altro.
I gemelli, che nel mentre si stanno intrattenendo con una sconosciuta sull’iconico Suv nero cromato, accorreranno in aiuto dei presunti amici, più per difendere il proprio blasone che per reale preoccupazione, e nei 40 secondi successivi pesteranno a morte l’incolpevole Willy (un bravissimo Justin de Vivo), reo di essere corso in aiuto dell’amico Christian.
L’epilogo in caserma, con un maresciallo non più disposto a tollerare l’arroganza dei gemelli né la fanfarona salmodia dei complici, apre la strada all’intreccio documentaristico col reale altarino funebre di Willy corredato di maglia giallorossa, fiori ed ex voto in spray nero.
LA (CONTR)ORA DELLA VIOLENZA
Con un «establishement shot» fra Guidonia Montecelio e Prima Valle (una Colleferro trasfigurata in teatro di posa post-gomorriano) e barre di Noyz Narcos, Gemitaiz, Jesto (rip), e l’incongruo (e colto) innesto dei Verdena, una Ciociaria lontanissima dalle periferie capitoline della recente cinematografia, mette in scena primordiali stazzi, Suv metallizzati, colori acri(lici) e un gergo da «Serafino» suburbano.
La Storia sembra solo sfiorare la meglio gioventù colleferrina, con le mascherine da Covid al gomito e l’ignoranza esibita come trofeo («la qualità di cui parlate è solo un’etichetta. Voi ve la bevete. Io me la magno», sentenzia uno dei gemelli al «Professore», futuro suocero e sgomento nonno in divenire), mentre il montaggio tarantiniano dello stesso Alfieri ripercorre a cerchi concentrici le vite dei protagonisti nelle ventiquattro ore che precedono il crimine.
La violenza che intride la torrida aria d’inizio settembre non è ideologica né letteraria ma l’unico scenario possibile: il padre dei gemelli che picchia la madre, il maschilismo tossico che anima tutti, dal frustrato Maurizio a Lorenzo e Federico, che dormono e si fanno la doccia insieme, sovrapponendo ai muscoli e al cameratismo paramilitare una possibile ambiguità sessuale, suggerita genialmente dal regista col dettaglio del fantasmino rosa.
Il comico minuetto di Cosimo e Maurizio, che ricercano l’approvazione dei due mostri platinati (più funzioni che attori, sineddochi della loro stessa fisicità), ricorda quello dei ferini aiutanti ne «Il Processo» di Kafka, ma la cifra espressiva di Alfieri, priva di voice over e lontana dall’agiografia criminale, coniuga a perfezione il neo-nichilismo digitale e lo svuotamento emotivo della cocaina, col disagio sociale (e sociologico) di aree rurali che conservano un legame profondo, ma non ereditario, col territorio.
La cultura ortofrutticola, e soprattutto quella silvo-pastorale, collassano contro il muro performativo (e patologico) dei gemelli quando, nel momento più grottesco del film, uno dei due chiederà all’altro i guantoni per battersi con una fuggitiva capretta di settanta chili, prequel o sacrificio sostitutivo di quanto accadrà di lì a breve: solo gli antichi mestieri producono ancora reddito, al di là del crimine, e non c’è possibilità di riscatto, né sociale né culturale, nel paese sgranato in salita, finta verticalità di un’orizzontalità priva sia di sviluppo che di progresso.
È vero che la recitazione risulta talvolta un po’ troppo urlata e che la trama si apre ad eccessive incidentali, ma la grammatica filmica si risolve proprio nel personaggio di Willy, l’unico a nutrire un’umanissima ambizione (nel finale in parte realizzata), pur senza sottrarsi all’anima sottoproletaria e caciarona del gruppo («vojo ‘n secchio de Negroni»), né a un rispetto per madre e sorella lontano da qualsiasi retorica.
Dopo i «Cinque secondi» di Virzì, plastica metafora d’immobilità altoborghese, i «40 secondi» di Alfieri tracciano ematicamente il cerchio sacro d’una violenza senza tempo e d’un male la cui banalità non è più una scelta ma un mero corollario.



