Dopo il distopico «Siccità» (2022) e l’insulare parentesi ventotenese di «Un altro ferragosto» (2024), sequel di «Ferie d’agosto»(1996), Paolo Virzì abbandona l’erranza registica (soprattutto capitolina) e torna a girare nella sua Toscana, ma non nella natìa Livorno: eppure, il suo diciassettesimo lungometraggio, il quinto insieme a Valerio Mastandrea, sebbene idealmente ambientato nella provincia toscana, tranne qualche location proprio labronica, è integralmente laziale, da Cerveteri, passando per Fiumicino, fino al litorale romano.
A fianco del Valerio nazionale, sempre più asciutto nello stile recitativo, una travolgente Valerio Bruni Tedeschi, già apprezzata in un precedente film di Virzì («La Pazza Gioia»), Ilaria Spada e un’interessante Galatéa Bellugi; alla fotografia, iper-diegetica, Luca Bigazzi, sodale di Sorrentino, già presente in «Siccità» e storico mattatore di David di Donatello, al montaggio il consueto Jacopo Quadri, e per la colonna sonora, oltre al lavoro del fratello Carlo Virzì, il prezioso e già citato in passato, Nick Drake, con «Place to be».
La Toscana di «Cinque Secondi» è, stando alle parole dello stesso Virzì, «[una] campagna che non ha nulla a che vedere con il modo in cui viene solitamente raffigurata la Toscana: non è pittorica, né turistica e neppure rassicurante», a maggior ragione perché la location principale della pellicola, il castello dei nobili Guelfi, è in realtà quello di Torrimpietra, una frazione di Fiumicino, debitamente stravolto dalla scenografa Sonia Peng per rappresentare quel senso di sontuosa decadenza quintessenziale alla storia.
TRAMA
L’avvocato Adriano Sereni, vivente contraddizione del suo stesso cognome, si è da poco trasferito a Villa Guelfi, nelle stalle riadattate a B&B dell’omonima tenuta ormai abbandonata, vincolando il suo contratto di locazione all’assoluto isolamento della proprietà.
Le sue giornate si consumano fra sigari toscani fumati in solitudine, una caldaia che fa i capricci, pile di piatti e stoviglie traballanti fra mura ammuffite, e in un mondo esterno misantropicamente escluso, dalle scorte alimentari di cui si approvvigiona senza nemmeno scendere dalla macchina, fino al postino costretto a firmare al suo posto le raccomandate.
Nelle lunghe giornate l’ormai ex-legale invia messaggi a un misterioso utente che non risponde mai e che siamo inizialmente tentati di ritenere morto; la sua vita sarà sconvolta da una comunità di giovani hippy che prendono possesso della limitrofa villa cercando di recuperarne il vigneto abbandonato, e che lo costringono gradualmente a uscire dalla lugubre claustrofobia dietro cui si è trincerato.
Mentre il mistero si scioglie e l’esuberante Giuliana (V. B. Tedeschi), nell’incoraggiarlo a presenziare a una causa legale che lo riguarda, apre ai flashback della vicenda che ha confinato il suo amico (o ex amante?) in quel posto dimenticato da Dio ma non dalle forze dell’ordine che proveranno a sgomberare i ragazzi, questi sembra voler cedere definitivamente le quote societarie dello studio che ha fondato, mentre si lega alla giovane Matilde, nipote del Conte Guelfo e membro della strampalata brigata di vicini di casa, che sta per dare alla luce un figlio ma non sembra curarsene più di tanto.
Il confronto col passato, la possibile riconciliazione col figlio (il misterioso destinatario dei messaggi senza risposta) e la tragedia da cui tutto è scaturito, obbligano Adriano a fare i conti con le proprie responsabilità paterne, e a prendere atto dell’insanabile iato fra senso di colpa e giustizia penale.
CINQUE SECONDI
Obliterando (in)volontariamente la filosofia di Carmelo Bene, secondo cui un attore dà il meglio di sé solo se viene messo in difficoltà sul palco, Virzì «disturba» la crepuscolare solitudine di Valerio/Adriano attraverso l’irruzione di una comunità solo apparentemente decentrata e fanfarona, in realtà costituita da enologhi, agronomi e studiosi di vino e territorio.
Mentre la prima parte del film risulta credibile e ben scansionata, nella seconda il rischio retorico e l’eccessiva facilità con cui il protagonista vira la propria ritrosia in curiosità e supporto legale pro bono, rischia di rendere difficile la sospensione d’incredulità, ma il nodo della paternità, attraverso il lutto trascorso e (metaforicamente) la maternità di Matilda, permette alla storia di svilupparsi in modo del tutto naturale e profondamente viscerale.
I «cinque secondi», secondo la moderna psicologia, sono il lasso di tempo in cui una persona può prendere una decisione apicale che ne condizionerà l’intera esistenza, e il fatto che Adriano scelga di non scegliere o resti paralizzato dalla paura, è il nucleo narrativo da cui si srotola l’intera trama.
Per Valerio Mastandrea l’elemento più interessante del film è l’accettazione (anche morale), da parte del protagonista, di una propria idea di paternità, libera da stereotipi, cliché o dalle recenti mutazioni socio-culturali, mentre per Valeria Burni Tedeschi sarebbe il dare la parola agli uomini sulla genitorialità, tema cannibalizzato ormai dalla frange più estreme, e spesso autolesioniste, del femminismo; infine, per Virzì, la pellicola esplora un tema a lui molto caro, e cioè quello della possibile alleanza fra il velleitarismo giovanile e il cinico disincanto degli adulti, una dialettica che potrebbe salvare il mondo se uscisse dalle rigide maglie della strumentalizzazione politica, e della reciproca diffidenza intergenerazionale.
Le scene girate in un’aula di tribunale romana (col prezioso cameo di Giancarlo de Cataldo nei panni del giudice, quindi di sé stesso) elevano il film a parabola morale perché denunciano l’insufficienza della giustizia, in tutte le sue declinazioni, di fronte alla pena che ogni uomo si attribuisce, secondo il proprio sistema di valori o il senso che dona all’esistenza.
Adriano vanifica l’impegno della propria legale, inesperta ma appassionata, assumendo su di sé l’intero carico di quanto avvenuto ed anche se, seguendo la ricostruzione giudiziaria degli eventi, tutti saremmo tentati dal mitigarne le colpe, provando un’istintiva antipatia per la monolitica requisitoria della ex moglie e della sua famiglia, più ansiosi di eleggerlo ad unico responsabile della tragica vicenda che di giungere alla verità, non possiamo non apprezzare il senso di giustizia che esautora e supera quella legale, senza entrare nello scivoloso terreno della Fede, né in quello altrettanto vischioso della morale comune.
«Cinque Secondi» è un’impietosa metafora sulla fragilità e solitudine umana, e di quanto categorie assolute come innocenza e colpa siano facile oggetto di distorsioni giudiziarie, e di come, in fin di conti, ognuno sia il miglior giudice di sé stesso, soprattutto nell’era della post-verità e delle echo chambers.





