Fake consciousness: la svalutazione della realtà

da | Mar 18, 2026 | IN PRIMO PIANO

In un precedente articolo raccontavo del dialogo fra due post-adolescenti che disquisivano sulla presunta veridicità di un’immagine quando uno dei due, scrollando le spalle, aveva affermato: «non importa se è vera o falsa, è divertente, no?»: avevo preso in prestito questo aneddoto per sottolineare quanto la linea di demarcazione fra verità e menzogna non fosse una preoccupazione ereditata dalle nuove generazioni, ma non avrei mai pensato che nel giro di pochi mesi una simile provocazione sancisse invece un vero e proprio salto di paradigma cognitivo.

In quest’inizio dell’anno del signore 2026, la percentuale dei contenuti non veritieri pubblicati sui social è pari al 35%, e le risposte errate forniteci da una macchina, quando l’interroghiamo, una su tre.

In un momento storico in cui l’attività di fact checking sembra più necessaria che mai, soprattutto se consideriamo quanto la manipolazione digitale possa diventare un plastico e occulto alleato della propaganda politica (e militare), assistiamo ad una pervasiva e trasversale «svalutazione della realtà».

Nella sua ultima e monumentale opera, «The Second Coming», il celebre e provocatorio fotografo-videomaker David La Chapelle, noto per le rappresentazioni fideistiche in uno stile fra il grottesco e il surreale, ha messo in scena un Gesù per niente patibolare, circondato da figure michelangiolesche in una cornice satura di colori che sembra la quintessenza di Photoshop, e che invece si muove su coordinate completamente differenti.

Proprio in attrito con la sofisticazione visiva dei fake e dell’IA, David, da sempre attento ai dettagli che possono «umanizzare» le proprie foto alimentando la fiducia degli spettatori, come ad esempio i caravaggeschi piedi sporchi, ha posto i soggetti che circondano Gesù su dei sostegni di plexiglass che li fanno sembrare più grandi ma solo perché nell’allestimento scenico sono più vicini all’obiettivo fotografico: mostrare i dettagli iperrealistici del set, come nella metanarrazione cinematografica, diviene un’espressione di verità e un antidoto al falso, una sorta di dito nelle piaghe digitali che fora la quarta parete.

Saltando dall’ambito fotografico a quello musicale, ma senza uscire dall’iconicità delle immagini, sta facendo molto scalpore il successo (5 milioni di ascolti sul Spotify per un solo singolo) di Sienna Rose, la stella nascente del r&b, tra Alisha Keys e Diana Ross, bellissima e patinata ma soprattutto prolifica visto che ha sfornato ben 45 pezzi in soli tre mesi, una vera e propria manna discografica in grado di mesmerizzare milioni di appassionati del genere, che però non potranno mai apprezzarla dal vivo e non per timidezza, per una qualche esotica deformità, o per una ragionata scelta di marketing, ma più semplicemente perché non esiste.

Al di là delle complesse implicazioni legate al diritto d’autore e all’attribuzione/riconoscimento della paternità dei brani, sarebbe interessante invece chiedersi quello che lo psichiatra William Reich si domandava sull’avvento del Nazifascismo, e cioè non come si fosse enucleato ma perché milioni di persone ne avessero desiderato l’ascesa.

Può la concrezione algoritmica di una popstar, in grado di partorire successi virali a ritmi forsennati grazie alla ricombinazione di coordinate ben note al genere, essere più desiderabile del suo equivalente umano?

Steven Brill, fondatore di NewsGuard, uno dei principali avversari della disinformazione on line per conto di Media, agenzie di pubblicità o Stati, ha sottolineato nell’intervista a «D» di Repubblica del 31 gennaio scorso, come non possa esistere alcun dibattito democratico se «le persone non sono d’accordo sugli eventi», e che il moltiplicarsi dei contributi video e delle testimonianze on line su uno stesso avvenimento, possa essere sintomo di pluralismo o miccia di un accesso dialogo fra le parti, solo se le persone non «smettono di credere ai loro occhi».

Un importante sociologo della conoscenza, ispiratore della sociologia della comunicazione, l’ungherese Manheim, risolveva il conflitto sociale, prodotto dal crollo delle ideologie e dall’affermazione del relativismo culturale, proprio attraverso il relazionismo (o prospettivismo), e cioè il moltiplicarsi dei differenti punti di vista su uno stesso argomento che potevano sfociare in una sintesi storica grazie alla mediazione intellettuale.

In un’era in cui credere è più semplice (e gratificante) che dubitare, l’euristica entra in crisi, anche perché la diffidenza permanente non può essere considerata una soluzione praticabile e, siccome sia gli input reali che quelli falsi, restano entrambi fissati nella memoria, a volte disattivare quelli sbagliati può essere estremamente faticoso; in una fase digitale in cui gli algoritmi sono stati ottimizzati per eliminare le peculiarità che permettevano di riconoscere la scrittura dell’intelligenza artificiale, si può assistere a fenomeni come il «sandbagging» e cioè casi in cui l’AI ha performato peggio di quanto avrebbe potuto, o ha solo fatto finta di svolgere un determinato compito.

In realtà, secondo gli studi cognitivi in materia, l’intelligenza artificiale genererebbe solo le risposte più probabili in base agli input forniti, un bug del sistema che viene definito in gergo «allucinazione», e che si fonda sulla percezione da parte dell’utente dell’infallibilità dei sistemi consultati in base alla qualità del linguaggio espresso, che se ben scritto non può non essere corretto.

Siamo entrati nell’era della «fake consciousness» e cioè non più la rigida scansione fra vero e falso determinata dal fact checkig, ma la scelta consapevole del falso più rassicurante: ben oltre il trionfo della rappresentazione e dei simulacri di Baudrillard, il fake diviene un vero e proprio «codice culturale» che ad esempio nella moda vive uno sdoganamento nel «dupe», l’imitazione dichiarata che ha tanto più successo proprio perché non si nasconde.

Sotto questo punto di vista, indossare un capo smaccatamente fake può essere cool in quanto presa di distanza dai capi di lusso che, oltre ai rincari dei prezzi post-covid, vivono ormai una crisi reputazionale per le promesse, valoriali e culturali, non mantenute: persino la ministra Santanchè ha esibito ironicamente borse taroccate come espressione di dissenso al sistema Alta Moda, e in fin dei conti il ribaltamento simbolico del brand era alla base anche del detournement situazionista.

In Italia, nel 2025, il 58% dei consumatori ha acquistato prodotti dupe, legittimandone lo statuto di copie attraverso una sorta di alfabetizzazione estetica che punta più all’autenticità dimostrata che non alla riconoscibilità della griffe; il dualismo «vero e giusto» Vs «falso e sbagliato» è saltato anche grazie alla maggiore informazione che consente agli acquirenti di scegliere fra un fake somigliante e di qualità, e un originale esoso ma non sempre all’altezza del proprio storytelling.

Ma dietro quest’ «apologia del falso» si nasconde non tanto il rischio di credere alle bugie e di lasciarsene confortare, ma di smarrire la realtà che, a fronte di una verità fittizia, apparirà sempre più insufficiente e inadeguata e se il fake diverrà un linguaggio condiviso, coi suoi codici e simboli, il vulnus non sarà più la disinformazione ma la riduzione a una grammatica emotiva rudimentale.

L’evasione nel recinto controllato del fake trasformerà la vita in un dialogo fra bari consapevoli, e l’amore nella posticcia ed esperienziale mimica di un Night.

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