Nonostante il «chilling effect» (traduz: effetto raggelante e/o intimidatorio) sia un vocabolo in uso soprattutto in campo giudiziario negli Stati Uniti a partire dagli Anni Cinquanta, la sua prima teorizzazione si deve addirittura al filosofo John Milton che ne quantificava la portata in termini di censura nell’Areopagita (1644), quando criticava il controllo preventivo di un tutor/esaminatore sul pensiero espresso da un individuo di istruzione ordinaria, sebbene moralmente irreprensibile e mai toccato da alcuno scandalo legale, affinché non pubblicasse nulla di «controverso o immorale»: per Milton questa sorta di «tutoring» preventivo era «il più grande oltraggio che si possa rivolgere a uno spirito assennato».
Due esempi istintivi (e non polarizzati) di chilling effect potrebbero essere l’attenuazione dell’uso legale della violenza da parte delle forze dell’ordine per il timore di essere ripresi in video virali (o l’utilizzo del teaser, anche se con effetti a volte più letali di una normale arma da fuoco), o la mancata denuncia d’un partner violento per la paura di eventuali ripercussioni.
A differenza dell’esplicita censura perpetrata da un regime, spesso legittimata dall’opacità della propaganda, l’«effetto raggelante» è la fondazione di un’atmosfera intimidatoria da parte di un’autorità che finisce col condizionare profondamente individui e organizzazioni, al punto di autocensurarsi per evitare problemi.
Un ottimo esempio (nel costume e nella politica in senso lato) è stata la sospensione del comico Jimmy Kimmel lo scorso anno da parte dell’emittente ABC, attraverso la revoca delle licenze di trasmissione; non si è trattato di un diktat emesso dalla Casa Bianca né di un confino geografico di stampo fascista, ma il tutto è cominciato col semplice, si fa per dire, «suggerimento» di sospensione da parte di Brendan Carr, uomo di fiducia del presidente a capo della FCC (l’autorità di regolamentazione dei media), applaudito da Trump stesso con un: «Great news for America».
La ABC, stretta in una morsa che il giornalista Benny Johnson ha definito a caldo «un esercizio di soft power», ha optato per il sacrificio di una pedina, per quanto influente, anche cedendo alle indirette pressioni economiche della Nexstar, uno dei maggiori gruppi di stazioni affiliate, che minacciava di non trasmettere più lo show.
Pensare che l’effetto intimidatorio riguardi solo le star milionarie dell’etere sarebbe un grave errore, perché il messaggio latente di una simile operazione è instillare in tutti gli operatori del settore il castrante mantra «se è successo a lui, figurarsi a me»: la non profit «Truth Wins Out» ha definito il chilling effect nell’era digitale «una nuova era McCarthysta», con lo scopo di tacitare il dissenso collettivo attraverso l’indignazione selettiva.
Un altro esempio, statisticamente sempre più rilevante, di chilling effect è quello delle «querele temerarie», e cioè delle iniziative giudiziarie in sede civile, senza i necessari presupposti e con fini dolosi a sfruttamento processuale, per «imbavagliare» preventivamente la voce critica dei giornalisti, soprattutto se d’inchiesta; anche se il cronista in questione viene assolto perché non sussiste il reato, spesso tale formula non prevede indennizzo per l’ingiustamente querelato, che drammaticamente non rientra nemmeno delle spese legali, a meno di non aver prima sottoscritto mirate polizze, o di non essersi costituito parte civile.
L’Italia detiene il record europeo di SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Partecipation) o «querela bavaglio», ed anche se nel 2024 l’UE ha approvato la direttiva anti-SLAPP (1069/2024), detta anche «Legge Daphne», per proteggere media e attivisti tramite meccanismi di archiviazione anticipata di cause infondate, queste forme di molestia legalizzata sono sempre più utilizzate da parte di organizzazioni potenti, per fomentare panico e autocensura nelle libere voci della democrazia, e per limitarne il diritto di cronaca.
La pratica, ormai sesquipedale proprio negli Stati Uniti, di bypassare il potere giudiziario per ottenere mandati amministrativi senza alcuna firma di un giudice, che consentono al governo di avere accesso alla vita digitale di ogni cittadino, tramite l’(in)diretta collaborazione di Google, è un ottimo esempio di soft power e di chilling effect.
Nel recente articolo-saggio «Come organizzarsi in modo sicuro nell’era della sorveglianza», la rivista Wired si rivolge non a spie o attivisti radicali ma ai cittadini comuni, che dovrebbero poter esprimere liberamente il proprio dissenso ma a cui si consiglia di disattivare lo sblocco del cellulare tramite impronta e/o riconoscimento facciale perché, mentre per ottenere un pin serve un mandato, per sbattere lo smartphone di fronte a un viso basta la semplice forza; la piazza non è più un libero spazio di manifestazione ma un’architettura mappante che esclude l’intervento fisico di contenimento, una banca-dati a cielo aperto, una risorsa di profilazione a ciclo continuo.
Un saggio della prestigiosa London School of Economics del febbraio 2026 parla del «paradosso della visibilità», ribaltante il principio novecentesco dei diritti civili che riponeva nel farsi vedere il segreto di ogni protesta efficace; ad oggi «farsi vedere» significa consegnare sé stessi agli algoritmi governativi, tramite le scansioni biometriche dei droni ad alta quota, incrociati coi dati della motorizzazione civile, i lettori automatici di targhe (sulle auto della polizia parcheggiate strategicamente nella cintura del dissenso, o sui semafori) nello spazio della manifestazione cui si sta partecipando, per non parlare degli smartphone cui si agganciano delle finte cellule telefoniche (sempre della polizia) che aspirano il codice identificativo di ogni cellulare.
Senza una carica fisica né l’uso d’un manganello, e senza alcuna richiesta formale di documento, i dati di ogni possibile manifestante finiscono in giganteschi database per poter essere utilizzati in un secondo momento, nell’attimo in cui un cittadino voglia ad esempio candidarsi politicamente o, banalmente, richiedere un mutuo; non si tratta di schedare tutti o di mandare in carcere milioni di persone, ma di far si che milioni di persone pensino che a queste condizioni di controllo capillare semplicemente non valga la pena di scendere in piazza.
Per costruire un simile sistema di controllo ogni Stato (che non avrebbe in sé tale potere tecnologico) ha bisogno di cooperare con le grandi aziende della Silicon Valley: tutto questo avviene, come già detto, tramite dei mandati di comparizione amministrativi, che scavalcano il quarto emendamento, quello che protegge i cittadini da perquisizioni o irragionevoli sequestri governativi, e che consentono alla D.H.S. (Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti), la madrina dell’ICE, di ottenere i dati digitali di ogni possibile contestatore, senza che Google, Apple and co. richiedano un intervento giudiziario a supporto della richiesta, o si rifiutino di acconsentire in nome della protezione della privacy dei propri utenti.
Ora, se questo sistema di sorveglianza preventiva servisse di fatto al mantenimento dell’ordine pubblico, tracciando il profilo di facinorosi o possibili attentatori, si potrebbe soprassedere alla violazione del quarto emendamento, ma la realtà indica che a finire in questa tela di ragno informativa(tica) sono stati anche innocui pensionati, rei di aver inviato una banale mail di protesta, o pacifici ambientalisti che hanno sostenuto uno striscione per cinque minuti ad un sit-in ecologista.
Siamo ben oltre il Panopticon di Bentham o la camicia di forza come metafora di auto-condizionamento nella microfisica del potere di Foucault: se Gaber sosteneva che l’unico degno attributo della libertà sia la partecipazione e non una piazza vuota, nell’era dei mandati amministrativi e della crasi fra esecutivi e Big Tech, la piazza vuota diviene al contrario segno di resilienza, e le passatiste cariche della Celere la concrezione vintage di un potere che aveva ancora un corpo e una precisa identità.
In definitiva, l’unica difesa al chilling effect è la consapevolezza che ogni soft power sia in realtà un abuso di potere, e che per contrastare la paura del controllo bisogna «farsi crescere una spina dorsale» come ha scritto la Fondazione per i Diritti e l’Espressione Individuale, e cioè imparare a difendere i giornalisti di ogni testata o i comici più sovversivi, soprattutto quando non la pensano come noi.




