Battiato: un fantasma postapocalittico dal futuro

da | Mar 5, 2026 | MONDOVISIONE

Guardando in prima visione Rai il film «Franco Battiato-il lungo viaggio» due sono le considerazioni che affiorano istintivamente alla mente sia dei fan di lungo corso che dei neofiti: 1) perché con tutto il materiale a disposizione non si è optato per una serie? 2) quanto si è preparato Dario Aita per raggiungere un tale livello di adesione al ruolo?

Il biopic sul cantautore più controverso e moderno della recente storia musicale italiana è approdato nelle sale cinematografiche dal 2 al 4 febbraio 2026, anche se è nato come prodotto televisivo, e si intuisce dal taglio più emotivo che intellettuale.

Il regista, Renato de Maria, qui al suo undicesimo lungometraggio, si muove da quarant’anni da irregolare fra le rigide maglie del cinema italiano, da uno storico videoclip dei Gaznevada e un altro, iconico, con Freak Antoni, fino al documentario rap «lu Papa Ricky», o alle produzioni meno marginali ma sempre tangenti al mainstream, «la Prima linea» e «Paz»; per questa prova di grande responsabilità si è affidato alla penna musicale di Monica Rametta, già sceneggiatrice di «Io sono Mia», biopic su Mia Martini, e di «La bambina che non voleva cantare», su Nada, e al montaggio di Marco Spoletini, siamese più che sodale di Matteo Garrone.

Il soggetto è il bellissimo libro sul maestro, scritto da Aldo Nove, che De Maria ha già incontrato nella riduzione cinematografica del suo sofferto e autobiografico romanzo, «La vita oscena», ma una menzione particolare va al duo Vittorio Cosma e Giudazza Maggiore, che hanno riadattato tutte le musiche, e alla vocal coach Eleonora Bruni, che ha coadiuvato Dario Aita nel ricantare tutti i brani presenti nella pellicola.

TRAMA

Inizia come un romanzo di formazione l’undicesima fatica del cineasta varesino, col giovane Francesco «Ciccio» Battiato che si procura tramite un incidente la leggendaria gobba al naso, in una Sicilia primitiva e vitale, con una madre iper-presente e innamorata del figlio (la bravissima Simona Malato), e un padre ostile e distante.

L’amore per la musica e un talento istintivo (e straripante) lo porteranno a Milano dove, dopo un inizio sperimentale legato alla musica elettronica e all’istrionica figura di Franco Sassi della Cramps record, deciderà di «avere successo» incidendo le sette tracce del disco che lo renderà popolare e che ad oggi resta uno degli album più venduti di sempre in Italia: «La voce del padrone».

Tra un concerto all’Arena di Verona e il parallelo lavoro autoriale, con Giuni Russo e Alice, Franco non abbandonerà mai la ricerca spirituale e quella legata alla dimensione corporale, collaborando con Antonio Ballista (compositore), Juri Camisasca (musicista e, per un breve periodo, religioso), Giusto Pio (violinista e coautore) e Fleur Jaeggy (poetessa e storica amica).

Il rientro in Sicilia e il flirt con Noa (Joan Thiele), ma soprattutto il concerto in Vaticano e la malattia della madre lo porteranno alla creazione del suo brano più famoso e ispirato, «la Cura», mentre l’onirica figura dal mantello rosso che si muove sulle sommità dell’Etna non cesserà mai di sedurlo, facendosi braccare nei sogni e nell’incessante metamorfosi musicale.

…E SINTOMATICO MISTERO

«Chi sono io?» scrive su un tema il giovane «Ciccio» Battiato, la stessa frase con cui apre il romanzo «Nadja» il surrealista Andrè Breton e che Sorrentino fa ripetere incessantemente a Gep Gambardella ne «la Grande Bellezza»: sulla molteplicità degli «io» interpretati dal cantautore siculo sono stati versati fiumi di inchiostro, ma quello che resta è l’istrionica capacità di non essere mai al passo coi tempi, tradendoli o anticipandoli, forandoli o lasciandosene attraversare, dalla psichedelia all’opera lirica, dalle parentesi cinematografiche all’impegno politico (istituzionale) o frondista («Povera Patria» cantata dopo il crollo della cattedrale di Noto).

Eppure, a centrare lo spirito del lungometraggio di De Maria è proprio l’ispirato Aita che, lungi dal cercare di imitare il maestro e intenzionato proprio a «smarginarne» l’icona, ha cercato di coniugare nella sua credibile prova d’attore la ricerca spirituale oltranzista e l’incorruttibile purezza (vedi la lite con Sassi dopo la provocatori campagna pubblicitaria di cui non era stato avvertito), con il naturale bisogno d’approvazione, anche commerciale, che è tipico di ogni artista, soprattutto di chi lo nega reiteratamente.

Se attualmente l’artista impegnato, e in particolare il musicista, decide di allontanarsi dalla propria nicchia che lo conforta ma anche strangola, attraverso operazioni di marketing e meta-culturali, come partecipare a un reality o un trasmissione generalista, Battiato scelse invece il pop perché voleva arrivare trasversalmente a tutti veicolando messaggi ambigui affinché, attraverso melodie accattivanti e ritornelli commerciali, l’Italia abituata al neomelodico e alla canzonetta si riempisse la bocca di citazioni erudite e riflessioni filosofiche.

Nel rapporto, viscerale, con la madre, l’eredità di un mondo affettivo che affonda le radici in un passato malinconico e insostituibile, dove la parola «cura» testimonia quotidianità e impegno, presenza e valore.

Il Battiato di De Maria è quello degli esordi e del primo successo commerciale, senza approfondimenti culturali né filosofici, pensato per tutti e da tutti profondamente amato, ma il rischio (agiografico) resta quello di non restituire appieno le sfaccettature di un personaggio ironico e autoironico, irriverente e così libero da risultare intransigente.

Eppure, la maiuscola prova di Aita e il divertentissimo calco degli iconici balletti dei primi videoclip, insieme ai simpatici tic caratteriali (la passione smodata per lo zucchero e per i dolci in genere), fino agli svenimenti autoindotti per farsi riformare al militare, fanno di «Franco Battiato-il lungo viaggio» un film piacevole e interessante.

A ben altre penne, e macchine da presa, la missione di scandagliare più in profondità l’eredità di uno dei più grandi geni musicali del Novecento, e non solo, italiano.

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