Siamo tutti complottisti

da | Dic 20, 2025 | MONDOVISIONE

È il 2022 quando Valerio Ferrara, regista capitolino classe 1996, collaboratore di Marco Bellocchio e reduce dal discreto successo di «Notte Romana» (2021), vince la prestigiosa Cinef a Cannes con un corto di 19 minuti dal suggestivo titolo «Il barbiere complottista»: si tratta di un semplice saggio di fine anno prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia ma l’opera vince, convince e incuriosisce.

Due anni dopo il filmaker decide di dilatare il corto in un lungometraggio di 85 minuti, facendosi affiancare alla scrittura da Alessandro Logli e Matteo Petecca, e asciugando il titolo ne «Il Complottista»: nel cast a fianco all’inossidabile Antonella Attili e al credibile Fabrizio Rongione (Diaz; Il Primo Re) ci sono Antonio Gerardi, che come sempre dà il meglio di sé nei ruoli più sgradevoli, un Fabrizio Contri in grande spolvero e l’attore di origini albanesi Illir Jacellari, che da qualche anno sta ridefinendo il ruolo di caratterista nel cinema italiano.

Nelle note di regia il filmaker romano scrive: «I complottisti sono adolescenti, pensionati, cinquantenni, quarantenni, trentenni e sono spesso marginalizzati, isolati per via delle loro idee radicali, etichettati come dei pazzi, ma sono veramente così?»

Gli spunti da cui sono partiti Valerio Ferrara e il suo staff sono quattro: 1) siamo tutti dei potenziali complottisti e se ancora non lo siamo stati, potremmo diventarlo; 2) il film, inizialmente concepito con un taglio comico, evidenzia degli aspetti evidentemente drammatici; 3) una parte preponderante della pellicola si pone in modo critico nei confronti di chi non crede ai complotti ma è disposto a lucrarci sopra; 4) il ruolo dei social, negli ultimi dieci anni, ha contribuito a veicolare molte tesi complottiste fino al mainstream, laddove prima mai sarebbero approdate sulle colonne d’un quotidiano o in un palinsesto televisivo.

TRAMA

Antonio è uno storico barbiere del quartiere Tuscolano, a Roma, e nel bar gestito dal cognato Ignazio è simpaticamente preso in giro per le sue tesi complottiste, che anche la moglie Susanna sopporta con ironico distacco, ma quando un giorno intuisce che il fibrillare del lampione antistante il suo negozio è in alfabeto morse, e lo traduce, tutto cambia.

Il lemma che la lampadina intermittente sembra ripetere ossessivamente contiene un messaggio di tale pericolosità da attrarre l’attenzione di un volitivo albanese e di un vlogger (Maurizio), pronto a dare voce a chiunque non venga ascoltato dalle istituzioni.

A donare credito alla teoria di Antonio è un intervento della Digos che lo traduce in Questura solo perché gli hanno crackato il pc, ma questo malinteso conferisce al barbiere un’aura di persecuzione che ne accresce la popolarità.

L’aumento virale di visualizzazioni della sua intervista caricata da Maurizio e la rabbiosa reazione durante un intervento radiofonico in cui si cerca di sminuirlo, portano i due amici e il faccendiere albanese al cospetto di un ex senatore pronto ad abbracciare qualsiasi causa pur di tornare alla ribalta nazionale, ma nel frattempo la serenità domestica del povero barbiere vacilla sotto i colpi di quell’inattesa ed equivoca popolarità, al punto che Susanna lo abbandona portando via con sé il figlio.

Alla viglia di uno sciopero nazionale cui Antonio e la su enclave vorrebbero partecipare, Ignazio svela la vera natura dell’intervento della Digos, portando il già dubbioso Maurizio e l’amico albanese ad abbandonarlo, ma la decriptazione dell’intermittente lampione davanti a Montecitorio, dapprima durante un Tg e poi dal vivo, conduce il barbiere verso un epilogo tanto inatteso quanto amaro.

La tardiva riconciliazione con Susanna e il recupero della solita routine non sembrano però aver sedato del tutto l’attitudine complottista del barbiere del Tuscolano.

IL PENSIERO ALLA SECONDA

Secondo gli studi del semiologo e linguista Roland Barthes, «il pensiero alla seconda» trasferisce l’analisi del soggetto dai segni e dagli oggetti al soggetto in senso stretto, attraverso un’introspezione che potrebbe sintetizzarsi nel linguaggio che riflette sé stesso.

Cosa si annida davvero dietro il complottismo? Siamo certi di poterlo sbrigativamente derubricare a fenomeno di costume, o generazionale? Che si tratti soltanto di mania di protagonismo coniugata a un’ignoranza selettiva e a un rifiuto aprioristico di tutto ciò che è istituzionale e/o mainstream?

Quello che accade attorno ad Antonio è un fenomeno ben più complesso: a fianco all’attitudine parassitaria di chi cerca visibilità e al banale voyerismo di quartiere, ci sono gli altri complottisti, ansiosi di fare Rete e di condividere il proprio elitario vittimismo, passando attraverso le vecchie istanze politiche, metamorficamente attratte da qualsiasi cassa di risonanza sociale, fino agli influencer, basicamente interessati solo al numero dei followers, col contraltare scettico del bar di quartiere che in realtà non rappresenta il saldo ancoraggio al buon senso popolare, ma una velata (manco tanto) forma di invidia per chi cerca di emanciparsi.

Lo sviluppo finale de «Il Complottista», che sembra parafrasare in chiave ironica «Il Pendolo di Foucault» di Umberto Eco, descrive la superfetazione paranoica del complottismo, e cioè la sua smania di amplificare narrativamente il nucleo originario della prima tesi, senza preoccuparsi minimamente di testarne la validità.

Il concetto che si nasconde dietro questo pensiero (alla seconda) è iper-attuale e molto pericoloso perché si fonda sull’efficacia di una teoria in termini di seguito, reale o digitale, soprattutto dal punto di vista dell’intrattenimento, senza sondarne l’effettiva fondatezza, fino a produrre nuove realtà sostanziali in grado di fagocitarne altre, in un processo di levitazione destinato a svanire di tesi in tesi fino alla prossima bolla.

Ciò che rimane commovente, nel circo che gli si costruisce intorno, è l’ingenuità di Antonio, realmente convinto di aver scoperchiato il vaso di Pandora, e la delusione che lo serra quando capisce di aver subito un abbaglio, laddove tutti i suoi improvvisati seguaci vorrebbero proseguire oltre, mossi da una fede indipendente dal miracolo e, proprio perché priva di mistero, pronta a virare in intolleranza e fanatismo.

Dietro l’ansia di accettazione sociale e dietro il narcisismo culturale, si cela la forma più pura di complottismo, e cioè un profondo desiderio di trascendenza, la speranza d’un senso logicamente fondato contro il Caos dilagante e l’aberrante sospetto che tutte le istituzioni siano incapaci di dare vere risposte, o di organizzare la realtà secondo un pertinente principio di coerenza.

Ecco che nell’allucinatoria ricerca di verità alternative, le stelle divengono Ufo e ogni suicidio illustre un omicidio abilmente orchestrato, poiché tutto è preferibile alla mancanza di senso e al vuoto inesorabile dell’esistenza: non esisterebbe complottismo senza proselitismo. E viceversa.

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