Il popolo è minorenne

da | Dic 11, 2025 | IN PRIMO PIANO

Ha fatto molto discutere negli ultimi tempi la sentenza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila che ha deciso di sospendere la responsabilità genitoriale della coppia che vive a Palmoli, in provincia di Chieti, a quaranta minuti da Vasto, in Abruzzo: si tratta di Catherine Birmingham, australiana di 45 anni ed ex insegnante di equitazione, e di Nathan Trevallion, 51 anni, ex cuoco, boscaiolo e artigiano.
Attualmente i tre figli, due gemelli di sei anni e una bambina di otto, vivono in una comunità di accoglienza per minori insieme alla madre mentre Nathan è rimasto a Palmoli, in quella che è stata unanimemente ribattezzata «la casa nel bosco» e che è salita alla ribalta dell’attenzione locale in seguito a un’intossicazione collettiva da funghi che ha mobilitato soccorsi, carabinieri e servizi sociali (settembre 2024), e poi nazionale per la controversa decisione del Tribunale dei minori.
Secondo la relazione dei servizi sociali la famiglia vivrebbe in «una condizione di disagio abitativo in quanto non è stata dichiarata l’abitabilità dello stabile», con i membri della famiglia Trevallion che «non hanno interazioni sociali né entrate fisse», che nella dimora «non sono presenti i servizi igienici», che i bambini «non possono frequentare altri bambini liberamente» e che per loro verrebbe applicato il principio dell’unschooling, cioè un apprendimento autonomo o guidato dai genitori stessi.
Oltre a questa relazione, il decreto del Tribunale che ha determinato la sospensione della responsabilità genitoriale (non definitiva) si è basato anche sull’opposizione «ideologica» della coppia che si sarebbe rifiutata di sottoporre i propri figli a visite mediche specialistiche, a meno di non ricevere in cambio ben 50mila euro.
L’avvocato dei Trevallion, Giovanni Angelucci, afferma al contrario che i bambini abbiano sostenuto degli esami scolastici in Toscana e che siano seguiti periodicamente da un’insegnante molisana, cosa che trasformerebbe il presunto unschooling in homeschooling, che la casa non sia fatiscente ma in pieno restauro, e che i tre minori siano affidati regolarmente a un pediatra; inoltre, la famiglia si rifornirebbe d’acqua da un pozzo e di luce elettrica tramite un pannello solare, e il loro presunto «isolamento nel bosco» sarebbe una favola alimentata dai mass media, visto che la zona in cui risiedono è in realtà abitata e che i figli frequentano altri bambini nel locale parco, oltre che nella località di San Salvo dove si recano almeno una volta a settimana.
L’opinione pubblica si è spaccata a metà sull’eterna dialettica fra libertà e sicurezza, mentre la politica non ha potuto non intervenire attraverso le dichiarazioni della Meloni, tentata col ministro Nordio, di inviare gli ispettori del ministero, e quelle di Salvini, contrario alla decisione del Tribunale perché nei campi rom ci sarebbero bambini in condizioni decisamente peggiori, che non attirerebbero però le attenzioni degli assistenti sociali.
Nel frattempo, i pm hanno chiesto l’archiviazione della vicenda Blasi/Totti, in cui l’ex moglie della bandiera della Roma ha denunciato l’abbandono di tre minori, tra i sette e i dodici anni, una sera fra le 21 e le 24, da parte dell’ex coniuge, presumibilmente a cena con la sua nuova compagna, laddove i legali della controparte segnalano invece la presenza, in un’altra stanza, della tata Mandica Cocos; la decisione, motivata dall’effettiva mancanza di pericolo concreto, cozza però con l’articolo 591 del Codice penale e con una storica sentenza della Cassazione che, oltre a prevedere dai sei mesi ai cinque anni di reclusione ed eventuali conseguenze in sede civile sull’affidamento dei figli, configurano l’abbandono dei minori di quattordici anni a prescindere dalla particolare maturità del ragazzo, della eventuale dotazione di un cellulare per le emergenze o della certificata sicurezza delle mura domestiche: in nessun caso si può lasciare incustodito un minore che abbia meno di quattordici anni.
Il 12 ottobre scorso, uno studente della Bocconi di Milano (22 anni), fuori da una discoteca del centro è stato aggredito da un quartetto di minorenni e da un diciottenne, che lo hanno pestato e accoltellato per futili motivi, creandogli quasi sicuramente dei danni permanenti: le ordinanze cautelari parlano di «assoluta gratuità», «peculiare accanimento», «indifferenza per la sofferenza della vittima» fino ad «augurarsi la morte della persona offesa» affinché non parli.
Ma a mettere i brividi sono le conversazioni registrate dalle cimici nella sala d’attesa del commissariato il successivo 29 ottobre, quando i ragazzi non solo non si sono dimostrati pentiti ma ventilavano fughe all’estero, presunte e immaginifiche legittime difese, parlando soprattutto del video «dove lo scanniamo» per vedere «se ho picchiato forte» e magari «mettere la storia», ipotizzando di andare a trovare la vittima fingendo pentimento per impressionare i giudici, quando in realtà non sono stati minimamente turbati da quanto commesso, e non di certo per il banale furto di 50 euro, alla base di una violenza che nasconde ben altro.
A chiedere la sospensione della responsabilità genitoriale è spesso anche Claudia Caramanna, procuratore per i minori di Palermo che, dopo l’arresto paterno per Mafia o per altri gravi reati, veicola un procedimento civile di accertamento delle condizioni minorili nel contesto famigliare, proponendo alle madri rimaste sole e ai figli di aderire al protocollo «Liberi di scegliere» dell’associazione Libera, firmato due anni fa nel distretto della Corte d’Appello di Palermo, con il procuratore della Repubblica Maurizio de Lucia e con la procuratrice generale Lia Sava.
Per ora solo due madri su dieci hanno accettato questo protocollo e la procuratrice vive sotto scorta per le continue minacce ricevute dagli appartenenti a Cosa Nostra, ma questo è il prezzo da pagare per sottrarre dei bambini a un modello educativo fondato sulla prevaricazione, l’intimidazione e la violenza.
In tutti i casi raccontati, dall’ovattato abbandono dei minori per poche ore da parte di una celebrità fino al mito del buon selvaggio 2.0 rappresentato dalla famiglia del bosco, passando attraverso la drammatica pubertà dei figli della Mafia, fino alla violenza da Tik Tok della meglio gioventù meneghina, entra in scena l’archetipo di bambini visti come «sottoinsieme dei genitori, del loro egoismo o narcisismo», come ha scritto in un bellissimo corsivo su Il Fatto Quotidiano Veronica Tomassini, concludendo quanto la libertà possa essere un concetto pericolosissimo, soprattutto se diviene libertà di scegliere in luogo della volontà altrui, anche e soprattutto se di un minore.
Il tema risiede nella (presunta) potestà genitoriale perché il diritto educativo di padri e madri non può essere assoluto, ma dev’essere controbilanciato dal superiore interesse del minore e dal suo diritto a ricevere un’educazione responsabile.
L’autorità pubblica può e deve intervenire se un minore viene leso nei diritti essenziali dai propri genitori, a prescindere dagli ideali (o dai non ideali) che ne determinano le mancanze, ma per non scivolare sulla buccia di banana della repressione fine a sé stessa o del suo opposto, e cioè la retorica difesa di ogni libertà educativa, serve la comprensione, da sempre nemica di ogni riduzione di complessità.
Se il popolo è minorenne, lo Stato deve educarlo a comprendere che ogni libertà ha come corrispettivo la responsabilità, e la responsabilità è quasi sempre responsabilità degli altri.

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