Marco Vetrugno: coeterno agli increati

da | Dic 3, 2025 | MONDOVISIONE

Radicale, definitivo, testamentario: sono questi i primi tre aggettivi che hanno inciso la mia coscienza critica durante la lettura dell’ultima silloge del salentino Marco Vetrugno (“L’apprendistato alla morte”, Interno Libri Edizioni, 2025), la cui copertina di Valeria Puzzovio ben rappresenta la tanatolatrìa dell’opera: un uomo dall’imprecisata età che giace disteso, morto o dormiente, con la testa intrappolata in una voliera vuota.

Introdotto da Renato De Capua, che ne sottolinea “le movenze di un naufrago, di un tramonto che man mano discolora”, dedicato al conterraneo Salvatore Toma, l’apprendistato è forse il libro che, dopo cinque raccolte poetiche, due monologhi teatrali e un romanzo, meglio evoca il rapporto dialettico dell’autore con la morte.

La scrittura come “militanza alla vita, apprendistato alla morte”, è l’unico argine alla consunzione e all’oblio, al tempo che irrimediabilmente si assottiglia, una lotta caotica concepita come unica dimensione di vita e che non prevede né risposte né pause, ma solo punizioni da scontare perché “nulla viene risparmiato”.

Con un ritmo ossessivo che ricorda la prosa di Thomas Bernard, ma senza rime e con una segmentazione del linguaggio a volte esplicita, a volte resa da una ripetizione fratturata, Vetrugno crea una monodia asfissiante, pur tuttavia distante dal decorativo del barocco.

Gli elementi autobiografici che affiorano nel veleno necessario ma insufficiente dell’eroina, ma anche attraverso il Cilum, nell’Lsd, negli acidi, nella cocaina, nella chetamina, nell’alcol e nei funghi allucinogeni, si intrecciano al vuoto di amplessi occasionali simboleggiati da schiene indifferenti, mentre il male sembra contrarre il potere taumaturgico dell’espressione all’afasia e alla balbuzie, all’instabilità, ai lapsus e alle lacerazioni, “nella solitudine celata fra le vertebre della parola”.

Quel “coeterno agli increati”, che richiama l’estrema poetica di Antonio Moresco, situa la ricerca in versi di Marco, che somiglia più a uno studio pittorico, tra quei morti silenziosi che gli parlano in sogno e i cui corpi vanno lavati/onorati, e chi deve ancora nascere (i mai nati), perché “nasceranno mille poeti e riscriveranno tutto”, più che una citazione un rispecchiamento del leggendario verso di Arthur Rimbaud: “verranno altri orribili faticatori”.

Il futuro non interessa a chi ha solo il presente e ha spogliato la realtà di qualsiasi orpello che non sia la verità, e tale disgregazione è divenuta ferocia contro i finti operatori culturali, in grado di celebrare solo i morti e incapaci di riconoscere le vive piaghe della poesia, di comprendere che l’abisso e la vertigine sono le opposte facce della stessa medaglia, e che la ferita non può essere medicata ma solo tenuta in vita, stillante.

Il foglio bianco, unico lembo cui aggrapparsi nella caduta rende bianca la nausea, l’immobilità, l’assenza, la materia, il tessuto cerebrale, per un uomo che ha smarrito tutti i colori all’infuori del rosso, del bianco e del nero, il cui sangue coincide ormai con l’inchiostro e traccia tatuaggi indelebili su un corpo scheletrito, consunto, in perenne posa da pugile all’angolo.

La coazione a ripetere gli stessi errori diviene consapevolezza/contezza del proprio (non) essere e le unità di misura saltano, come la corda dell’appeso che è figura ricorrente e stigma d’immobilità furente, al punto che il poeta si interroga su quanto duri il salto del suicida, così come Paul Éluard si chiedeva “quanto dura una strada senza fine”.

Se nell’ “Apologia di un perdente” Vetrugno si scagliava contro la religione, tuonando contro Cristo e Maometto (“Non tornerete vero? / Non tornerete / Ah, quanti ne avete presi in giro?”), nemico dello spettro della speranza e delle sue promesse assurde, ne “L’Apprendistato alla morte” fa coro a Cèline e ai suoi incubi di medicalizzazione coatta (“Non fatevi ricoverare / non fatevi legare […]”), perché è nella finta solidarietà e nella pietà contraffatta che si cela il vero male, e non nella sofferenza del poeta.

Un cupo senso di predestinazione marchia il demiurgo, come una bestia mandata al macello, ed egli non ha più scuse per la propria natura, così come non merita né soste né sconti di pena; c’è solo la notte, insonne e sterminata, e la luminosa visione di incubi da ricomporre in versi, mentre le rondini ricamano il cielo con prospettive dadaiste e i corvi musicali di Van Gogh infestano con la loro follia il cielo azzurro, sopra le infinite distese di grano.

Marco ha perso suo padre a sedici anni e ha trascorso i successivi undici in un lisergico limbo che lo ha condotto a una condanna per spaccio, con un mese di carcere e due anni di domiciliari e servizi sociali: questa confessione, postuma a cinque pubblicazioni, lo ha varato nel mare della letteratura e dell’arte figurativa, fra Schiele, Bosch, Hopper e le dozzine di fratelli (spine) che lo hanno reso un poeta della sensazione, ma anche un sensazionale bibliofilo/fago.

Nell’articolo del linguista Annibale Gagliani (“Maledetti salentini […]”, apparso su Pangea, il 3 agosto 2023) Marco viene annoverato insieme ad Antonio Verri, Salvatore Toma e Claudia Ruggeri, proprio fra quei maledetti, o selvaggi, salentini che hanno istituito un controcanone della poesia italiana ma, a differenza degli altri tre, scomparsi prematuramente, lui segue istintivamente il monito di Michel Houellebecq che su “Restare vivi” consiglia con ironia al poeta di non morire perché “un poeta morto non pubblica”.

Nella poesia che chiude le 51 liriche de “L’Apprendistato alla morte”, Vetrugno scrive: “il male ha un destino / io ho un codice d’onore/ per donarti la mia eredità / ho rinunciato a tutto / non ho rimpianti”, e in questa ineluttabile confessione resa al veleno della poesia riecheggia l’immortale frase di René Chair: “la nostra eredità non è preceduta da alcun testamento”, perché si esiste e resiste solo in quella che Foucault definiva “la propria assenza d’opera”.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Marco Vetrugno (Lecce, 1983) ha pubblicato cinque raccolte poetiche, due testi teatrali (Mùtilo, edito da Musicaos nel 2017 e Apologia di un perdente edito da Elliot nel 2018) e un romanzo (Apoteosi di un allucinato edito da Qed nel 2024). In Rete sono presenti estratti, lettere e poesie scelte.



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