Se l’attenzione intorno al regista feltrino Francesco Sossai, classe 1989, si era già destata col sorprendente «Le Città di pianura», uscito lo scorso settembre (e qui recensito), la disponibilità del suo primo lungometraggio su Mubi, a partire dal 1° novembre, ha confermato le già alte aspettative.
Evoluzione di un precedente corto in bianco e nero, e presentato alla 39esima edizione del Torino Film Festival, «Altri Cannibali», produzione 2021 della tedesca DFFB (Deutsche Film-und Fersne Hakademie Berlin) dove hanno studiato sia il regista che tutti i suoi assistenti tecnici, è ambientato in Valpiana nel 2016 e, dalle note di regia, apprendiamo che l’ispirazione è venuta, come per Le città di pianura, da un episodio realmente accaduto: in una notte di provincia il filmaker veneto ha visto due uomini parlottare in un bar, come se stessero pianificando qualcosa che nessun altro intorno doveva sentire ed è rimasto colpito dal «senso di profonda intimità, dal sospetto e dal machismo combinato a un atteggiamento infantile».
Se l’attore non professionista, Walter Giroldini, sembra un personaggio ritagliato fenomenologicamente dal cinema di Kaurismäki, l’inquietante Diego Pagotto («Faccia d’angelo»; «Finché c’è prosecco c’è speranza») è un personaggio dostoevskijano, preda d’una ossessione che lo possiede integralmente, mentre sullo sfondo della loro solo abbozzata ma inconcepibile unione, si agita come sempre la provincia veneta, quella tra Mazzacurati e Vitaliano Trevisan, schiacciata dalle tradizioni, dall’alcolismo sociale e dall’etica fantasma di un lavoro ormai mutato, antropologicamente e politicamente.
La fotografia in bianco e nero della spoletina Giulia Schelhas, lo stile documentaristico con la camera a mano e l’assistenza alla scrittura dell’argentino naturalizzato friulano Adriano Candiago (come per Le città di pianura), confezionano un ibrido che, a detta dell’autore stesso, non è stato inizialmente capito ed ha circolato quasi solo nei festival, ma che ha avuto il pregio di convincere i produttori sulle sue capacità di regista in forma lunga.
TRAMA
Fausto fa l’operaio in una fabbrica veneta di meccanica di precisione quando un giorno, dopo essersi ossigenato i capelli, va a prendere in stazione Ivan, un dottorando in filosofia di Padova leggermente più giovane di lui.
Inizialmente le ragioni del loro incontro sono ignote perché non sono amici di vecchia data, non sembrano gay né in procinto di raggiungere comitive per trascorrere il week end insieme ma, dopo un surreale pranzo con la famiglia di Fausto a base di polenta e baccalà, in cui apprendiamo del padre alcolista scomparso di recente, la natura abominevole del loro legame si precisa da alcuni piccoli dettagli.
Raggiunta la casa di montagna in Valpiana, costruita proprio dal padre di Fausto, che amava molto gli Usa e vedeva solo western, i due si recano in un negozio di ferramenta alla ricerca di coltelli taglienti e di una copertura di plastica in cui Ivan finisce per avvolgersi sotto gli occhi attoniti di un inserviente; l’acido notturno consumato nonostante le provinciali reticenze di Fausto e la macellazione di un maiale cui assistono entrambi disgustati a mò di tutorial, anticipano dei dialoghi che chiariscono ad Ivan la natura solo speculativa del desiderio antropofago del suo aspirante carnefice.
Un incidente in fabbrica, con un Fausto dai capelli corti e ormai perfettamente reintegrato nella routine quotidiana, dona all’uomo la possibilità di sperimentare in concreto i suoi inconfessabili appetiti, ma l’epilogo mette in evidenza una volta per tutte chi sia veramente il potenziale mostro di provincia.
ALTRI CANNIBALI(SMI)
L’incalzare della madre di Fausto che richiede presenza e attenzioni, raddoppiata dal fastidioso coro della sorella, ci mostrano subito l’ambivalente rapporto del protagonista con una famiglia che lo giudica senza capire, ma che resta l’unico punto di riferimento di una vita senza amici, relazioni, e ormai orfana di padre.
Tutto in lui, dallo sguardo fisso alla passività rancorosa, passando attraverso l’adolescenziale scenografia del suo vissuto quotidiano, racconta l’irrisolta ribellione di un uomo senza qualità che vorrebbe evadere da un’identità che in realtà lo protegge, incuba e rassicura.
Quando, dopo la grottesca notte in acido passata a fare a pezzi un materasso e a correre in mutande contro le auto in corsa davanti casa, i due si ritrovano a parlare di felicità, Fausto racconta della sua unica vera gioia e cioè il trionfo dell’Italia ai mondiali dell’82, poiché vi ha assistito a dieci anni, quando non aveva ancora sperimentato alcuna delusione o disillusione, una felicità «mitica» data una volta e una volta soltanto, come l’avrebbe descritta Cesare Pavese.
«Tu ti accontenti di sognarle le cose», sentenzia Ivan in un bar, più simile alla fantasmatica concrezione di un desiderio che non a un personaggio in carne ed ossa, specchio dell’ennesimo desiderio abortito dall’operaio dagli occhi ipertiroidei, dopo una possibile carriera da autista di ambulanze o l’esotica apertura di un chiringuito in Costa Rica: eppure, nonostante «Altri Cannibali» non contenga alcuna deriva gore e più che a un horror somigli a un ipotetico thriller sulla provincia ontologica, la scena in cui fausto immagina il sapore delle persone come fossero selvaggina (in base alle caratterizzazioni psicologiche o all’habitus sociale), mette i brividi perché rappresenta l’iperbole claustrofobica dell’alienazione di periferia.
Se ne «Le città di pianura» il naufragio delle speranze (economiche, lavorative e emotive) dei protagonisti trova rifugio nell’amicizia al termine della notte e nella rincorsa filosofica al bicchiere della staffa («l’ultima»), in «Altri Cannibali» l’unico argine al cannibalismo sociale della famiglia, e a quello monocorde e tecnico della fabbrica, è il cannibalismo in senso stretto che, nella sua inconcepibile mostruosità, rasenta una purezza priva di qualsiasi strumentalizzazione, un altrove distorto che spiega quanto il crimine possa configurarsi a volte come un atto individuale di rivolta all’oppressione sistemica della macchina.
Il fallimento delle ideologie, di tutte le ideologie, cannibalizzato dal Capitalismo, porosa anti-ideologia bulimicamente tendente all’espansione, genera «a contrario» un rifiuto narcisistico che, nell’assenza di strumenti culturali in grado di definirsi, sia politicamente che esteticamente, punta al male in modo sornione, dialettico e in qualche modo bizzarro.
Mangiare per non essere mangiati.
Ma Fausto indosserà la giacca del padre, odorosa di naftalina e sbronze collettive, e canterà insieme agli alpini sorseggiando l’ennesima «ombra» fissato criticamente da Ivan, perché in realtà ama profondamente la tradizione cui si rifiuta di appartenere, l’unica in grado di donargli sicurezza e senso di prossimità.
Perché, come scriveva Valery, «il problema del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta».





