A Belém (Brasile), capitale dello stato del Parà, a settentrione della federazione carioca e alle porte della Grande Foresta Amazzonica, dal 10 al 21 novembre, con 162 paesi, 60 Capi di Stato, 40 ministri e una stima approssimativa di circa 50 000 partecipanti, si terrà la Cop 30, il vertice globale sul clima, con l’obiettivo primario di reperire 125 miliardi di dollari entro il 2035, soldi che confluiranno nel Tfff, il fondo lanciato da Lula per salvare l’Amazzonia e le principali foreste planetarie.
Il grande assente sarà, com’è noto, Donald Trump che lo scorso settembre, dopo un monologo-fiume alla sede delle Nazioni Unite a New York, in cui aveva affermato che «il cambiamento climatico è la più grande truffa mai perpetrata», ha ritirato gli States dagli Accordi di Parigi del 2015.
Ma facciamo un passo indietro e ripercorriamo le tappe fondative della Cop.
La Cop, acronimo che sta per «Conference of the Parties» (Conferenza delle Parti), vertice annuale che riunisce i paesi aderenti alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), nasce a Rio de Janeiro nel 1992, durante il seminale summit sulla terra, quando pose l’obiettivo di stabilizzare le emissioni di gas serra nell’atmosfera, e di limitare l’impatto delle attività umane sul clima.
Nel 1977, durante la Cop3, attraverso la firma del Protocollo di Kyoto (entrato in vigore il 16 febbraio 2005), si giunse al primo accordo internazionale giuridicamente vincolante per la riduzione delle emissioni di gas serra dei paesi industrializzati, fissando la quota almeno al 5,2% tra il 2008 e il 2012, rispetto ai livelli del 1990; con l’Accordo di Parigi (Cop21), nel 2015, l’intesa universale e giuridicamente rilevante pose invece l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei due gradi, oltre i livelli pre-industriali, e di limitare l’incremento a 1,5 gradi.
Se Parigi ha segnato una fondamentale presa di coscienza internazionale, con 195 Stati partecipanti, numerose ONG, università, enti di ricerca e nuclei della società civile, la Cop30, ventesimo anniversario di Kyoto e decimo di Parigi, diventa un essenziale bilancio su cosa si sia fatto in concreto finora, ma anche un ulteriore trampolino di rilancio per la diplomazia climatica mondiale.
Belén arriva dopo il pessimo accordo di Baku (Cop29), quando l’Europa e gli altri paesi industrializzati non sono stati in grado di fornire, a quelli più poveri e vulnerabili, le necessarie risorse finanziarie per superare la ormai drammatica emergenza climatica.
Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), per poter onorare l’obiettivo di 1,5 gradi, e raggiungere entro il 2050 l’auspicata neutralità carbonica, è necessario inaugurare politiche climatiche capaci entro il 2030 di ridurre le emissioni climalteranti del 43%, e del 60% entro il 2035, rispetto ai livelli globali del 2019.
Per il segretario Onu, Antonio Guterres, il traguardo (morale oltre che politico) di restare sotto al grado e mezzo rispetto all’era preindustriale è ormai «virtualmente impossibile», e si tratterebbe per l’appunto di un «fallimento morale e di una negligenza mortale» perché, al di là dell’aspetto finanziario (servirebbero 1,3 trilioni di dollari annui per i paesi meno sviluppati e già in piena crisi), sia il presidente brasiliano Lula che quello colombiano Gustavo Petro, sono unanimi nel condannare le falsità climatiche, spacciate dall’amministrazione Trump per «guadagno politico», e considerate de facto «contro l’umanità».
La Cina fa coro ai due presidenti sudamericani chiedendo «la rimozione delle barriere commerciali e il rafforzamento della collaborazione internazionale per raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti», intestandosi in pectore il ruolo di leader nella battaglia ecologica, mentre la Gran Bretagna non può che concordare e l’Italia, attraverso le parole di Tajani, si dichiara favorevole purché «si tenga conto della questione sociale e dei posti di lavoro».
E, in effetti, il trilaterale romano del 6 novembre scorso cui hanno partecipato Confindustria, Medef e Bdi, ha mostrato reazioni tiepide se non apertamente negative, da parte di Italia, Francia e Germania, sul nuovo Green Deal, nonostante il compromesso al ribasso sul taglio delle emissioni entro il 2024: gli esponenti industriali delle tre maggiori potenze manufatturiere europee hanno parlato di «problemi di fattibilità» e di «rischio di innescare un processo di deindustrializzazione», focalizzandosi sui costi dell’energia e sulla dubbia conciliazione fra norme ambientali e competitività.
Un altro tema molto dibattuto è quello delle contraddizioni interne al Brasile stesso perché, se è vero che sul piano climatico Lula e Marina Silva (Ministero dell’Ambiente) rappresentano un deciso passo in avanti rispetto alle politiche ecocide di Bolsonaro, è altrettanto vero che il paese punta ad aumentare del 20% entro il 2030 la produzione interna di petrolio e gas, e sarà proprio il colosso nazionale Petrobras a gestire più della metà di questo progetto; inoltre, il Brasile quest’anno è entrato nell’Opec+ e ha annunciato nuove trivellazioni e un incremento al disboscamento della foresta pluviale per far posto a ulteriori strade.
Liliam Chagas, direttrice del Dipartimento sul clima nel governo Lula e chief negotiator nella Cop30 (ribattezzata proprio dal presidente «Cop of truth», la conferenza della verità), ha dichiarato di preferire l’assenza degli Stati Uniti visto che «remano contro» e gettano fumo negli occhi, dato che è ormai incontestabile quanto la deforestazione dell’Amazzonia «stia creando problemi al Brasile e all’intero pianeta».
Il Wwf ha confermato che negli ultimi 50 anni il 17% del più grande polmone verde terracqueo è stato convertito in pascoli e/o coltivazioni e che se si raggiungesse il 20/25%, l’Amazzonia si trasformerebbe in una Savana arbustiva con delle esiziali conseguenze per la terra; l’esondazione del lago Guaìba, lo scorso anno a Porto Alegre, con 185 morti e 81mila sfollati, non è stato un caso isolato perché la diminuzione della capacità forestale di assorbire l’anidride carbonica sta creando nuovi microclimi in tutta la federazione, paralizzando l’olivicoltura e incrementando paradossalmente la produzione di vino ma, al di là delle possibili bizzarrie stagionali, ogni anno gli eventi metereologici catastrofici quintuplicano e le piogge aumentano del 20% la propria intensità.
Quest’anno a Beleén, situata non a caso proprio sulla foce del Rio delle Amazzoni, il Brasile si candiderà (dopo il Canada) come secondo paese dei cinque più grandi al mondo, a impegnarsi concretamente nella lotta ai cambiamenti climatici, rivedendo i termini per le concessioni sulla deforestazione, spingendo sulle rinnovabili e sulla riforestazione su larga scala, ma tentando anche di convincere Trump a mutare la propria posizione.
Globalizzare questo impegno sotto il minimo comune denominatore della priorità ambientale dovrebbe essere l’unica strada da battere, senza abbattere più un bel niente.




