Il corpo e il Novecento: un naufragio digitale

da | Nov 5, 2025 | IN CATTEDRA

Nella recente indagine condotta dal Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti) dal suggestivo titolo «Docenti nella scuola del XXI secolo. Una professionalità da valorizzare», che ha coinvolto più di milleottocento insegnanti di Torino, Napoli e Palermo, è emerso che al di là dell’impegno delle lezioni in classe, e cioè 25 ore settimanali all’infanzia, 22 alla primaria e e18 alle secondarie, con le incombenze digitali il carico sarebbe più che raddoppiato.

Tra registro elettronico, colloqui da remoto coi genitori, caricare il materiale didattico, segnare le entrate alla seconda ora e le uscite anticipate, occuparsi degli esercizi e dei rispettivi feedback, per non parlare del supporto in tempo reale ai ragazzi che, senza gli opportuni paletti, diviene continuo, i docenti italiani vengono impegnati in media, e al di là delle normali lezioni frontali, 42 ore al mese all’infanzia, 55 alla primaria e 62 alle superiori.

Dietro l’inevitabile apertura al digitale e l’inconcepibile retropensiero di chi ritiene ancora possibile una didattica off line, si nasconde la celebrazione dello scientismo e dell’algoritmo che tendono al campionamento e alla standardizzazione, non solo a scuola.

La terapia, ma più genericamente ogni relazione di aiuto, non può ridursi a un’osservazione impersonale o a una transazione fondata sul principio causa-effetto o su quello problema-soluzione, perché si ridurrebbe la singolarità di un individuo a un semplice numero, statistica, gruppo di riferimento, che per inciso è il mantra di ogni totalitarismo, anche burocratico.

In un recente articolo (La Repubblica, 17 ottobre 2025), Massimo Recalcati illustra proprio il dualismo fra la cura, egemonica e deformata, del codice paterno basata su efficienza, impersonalità e specializzazione, e quella materna imperniata invece non solo sul soddisfacimento dei bisogni primari ma anche sul riconoscimento della fragilità del figlio, sempre unico in quanto insostituibile; lo psicoterapeuta/scrittore e professore parla di «disumanizzazione silenziosa» col «medico che produce referti, il docente che compila griglie e lo psicologo che aggiorna piattaforme digitali», correndo il rischio di disattivare la cura maternamente intesa anche nelle istituzioni pubbliche, e dimenticando che il contatto umano è la base di ogni società democraticamente intesa.

«Il tocco ha una memoria» scriveva il poeta John Keats, divenendo così teatro di espressioni e sensazioni, dalla spettacolarizzazione del dolore di alcuni influencer ansiosi di condividere il proprio stato clinico coi followers, fino all’adolescente che nasconde i tagli alle braccia indossando magliette a maniche lunghe anche d’estate.

Questo corpo di cui si parla tanto ma che evoca nostalgia, biologica e culturale, e la cui rimozione abita proprio strumenti compensatori quali i pacchetti delle beauty farm o l’infinito mandala della ristorazione; si vive tra due estremi: i corpi digitali, finti, ritoccati o generati dall’A.I., e la crudele realtà delle vittime di guerra, dei migranti e dei genocidi, eppure in entrambi i casi si perde la narrazione apicale del corpo che ognuno di noi può ripercorrere coi polpastrelli sulle cicatrici, quella che Domenico Starnone definiva in un vecchio romanzo «la memoria traumatologica».

Così, (ir)realtà come la pagina Facebook «Mia moglie» o il forum «Phica.net», ma anche il recente social «SocialMediaGirls» (con tutte le superfetazioni ad esse collegate), che al di là delle indagini in corso e dei milioni di voyeur pronti a beneficiarne più o meno gratuitamente, riplasmano centinaia di corpi femminili (non solo di celebrità) prelevando foto da telecamere di sicurezza, da alberghi o da cellulari clonati, e senza il consenso delle dirette interessate, compiono oltre che un crimine anche una violenza proprio contro la sacralità di ogni singolo corpo.

Ma il corpo e la sua centralità non sono solo un retaggio novecentesco perché il 16 ottobre scorso in Russia, un centinaio di nativi digitali (la generazione z, quella dei nati fra il 1995 e il 2009) hanno intonato a squarciagola i testi censurati della band StopTime, subendo l’arresto e la condanna a 15 giorni di detenzione amministrativa per «teppismo e linguaggio osceno»; coi loro gruppi preferiti fuggiti in Lituania o in Georgia, banditi dai pachi in quanto considerati «agenti stranieri», questi adolescenti cresciuti all’ombra di Putin non si sono limitati a Tik Tok o alla mera condivisione on line, tra l’altro facilmente tracciabile, ma sono scesi in strada cantando direttamente ai passanti le canzoni di protesta, e portando il celebre scrittore Mikhail Zypar a dichiarare: «gli artisti di strada terrorizzano le autorità».

Restando sulla metafora corporale, nemmeno un mese fa Alessandro Baricco ha definito il Novecento «un animale morente» (titolo tra l’altro di un bellissimo romanzo di Philip Roth) che tira dei pericolosi colpi di coda identificabili nei conflitti fra Russia e Ucraina e fra Israele e Hammas: secondo lo scrittore piemontese, invece di condannare i paradigmi di cui si è nutrita questa agonizzante fiera e cioè la retorica bellica, i nazionalismi e la corsa al riarmo, molti intellettuali e/o comunicatori continuano ad utilizzare il linguaggio e le ideologie ed essi collegate, senza capire che la rivoluzione digitale «usata per sfilarsi via per sempre dai nostri errori» potrebbe e dovrebbe essere l’unica via per celebrare il doveroso funerale del secolo appena trascorso.

Mentre sembra piuttosto ovvio il passaggio di testimone (soprattutto finanziario) dall’Occidente all’Oriente e all’Africa sub-sahariana, passaggio anche demografico visto che ad oggi Shanghai è tre volte Londra e che fra i primi posti delle metropoli più popolate al mondo non figurano più né città europee ne megalopoli americane, non si può non considerare nostalgico il nostro sguardo culturale, dato che Hollywood è stata ormai ampiamente superata, come volume d’affari, sia dall’indiana Bollywood che dalla nigeriana Nollywod.

Il declino del Novecento diviene quindi declino dell’Occidente e la dialettica fra le destre nazionaliste e l’antipolitica finisce col generare una stanca retorica, e una altrettanto stantia antiretorica, entrambe figlie di un’episteme (per dirla à la Foucault) ideologica che non vuole morire e se ne va alla deriva come l’iconico orso bianco sull’iceberg.

La crasi fra rivoluzione digitale e ambientalismo (tutt’altro che facile soprattutto in termini di sostenibilità) vaticinata dal filosofo Luciano Floridi, e una nuova politica votata essenzialmente alla difesa dei diritti del pianeta, come suggerito nell’ultimo libro di Umberto Galimberti, seppelliranno ciò che rimane del Novecento ma salvaguardando il corpo anarchico, vitale agglomerato di simboli e macchina desiderante, tempio del dubbio e porta per il cambiamento.

Le recenti vicende belliche, il fantasma della Guerra Fredda e lo spettro del nucleare (risorsa o minaccia?) fanno orrore ai nativi digitali, a loro volta troppo distratti dai diritti civili per occuparsi di quelli sociali, ma in chi è nato nel Novecento e ne ha studiato le aberrazioni, provocano l’inequivocabile imbarazzo di chi vede ricadere qualcuno (l’uomo) negli stessi, sistemici, errori.

«Se la Storia è maestra di vita», scrivevo qualche anno fa in una poesia, «abbiamo tutti bisogno di ripetizioni».

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