Sick of Myself: quando inclusività e autolesionismo coincidono

da | Ago 21, 2025 | MONDOVISIONE

Da ormai qualche anno il cinema scandinavo (basta pensare a Ruben Östlund) ha assunto una funzione socio-patologica, penetrando nelle nevrosi e nelle fobie dell’Occidente, trattandole da un lato come degli assoluti non necessariamente legati a luoghi o tempi ben determinati, dall’altro ridicolizzandole attraverso un’ironia nera che ce le ha rese famigliari e disturbanti, irrisolte e illuminanti.

È questo il caso di «Sick of Myself», presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regarde nel 2022, scritto diretto e montato dal norvegese Kristoffer Borgli, che nel frattempo è sbarcato ad Hollywood con «Dream Scenario», un fantasy grottesco con Nicolas Cage, prodotto da Ari Aster e dalla A 24.

Ed è stato proprio un suo soggiorno a Los Angeles a suggerire al regista lo spunto narrativo per questo lungometraggio: «l’influenza dell’ambiente intorno a me ha davvero influito sulla storia e il personaggio. I tratti personali del suo essere estremamente ambizioso, opportunista e forse anche un po’ narcisista sono cose in cui mi sono imbattuto più frequentemente qui che in Norvegia».

TRAMA

Signe e Thomas sono una coppia anomala nella Oslo contemporanea.

Lui è un artista concettuale specializzato in design, la cui prerogativa è quella di rubare gli oggetti per poi modificarli prima di esporli, mentre lei fa la cameriera in una pasticceria ma è una bugiarda patologica in eterna competizione col mondo e con Thomas per attrarre su di sé l’attenzione.

La pellicola inizia con il furto concordato di una bottiglia di vino rosso da 2300 dollari e prosegue con la finta allergia millantata da Signe durante una cena-evento dedicata a Thomas per un servizio fotografico su una prestigiosa rivista artistica.

I finti conati da choc anafilattico oscurano completamente il momentaneo successo dell’artista che continua, guardato in cagnesco da tutti, a reclamare attenzioni per il suo discorso, lanciando sguardi di odio alla propria ragazza, mentre il cameriere suda copiosamente terrorizzato dalla pessima reputazione che l’episodio potrebbe eventualmente causare al suo locale.

L’apice del vittimismo si raggiunge quando Signe decide di assumere un ansiolitico di fabbricazione russa, ottenuto sottobanco da un amico pusher, che provoca gravi danni alla pelle, e questo solo per ottenere compassione e attenzioni dal maggior numero di persone possibili.

Quando le prime reazioni allergiche le irritano viso e petto senza però veicolare il successo sperato, Signe ne prenderà un quantitativo da overdose finendo in ospedale col volto ormai piagato e irriconoscibile; ne uscirà con una maschera di garze ma, dopo una pessima esperienza in un gruppo di sostegno olistico consigliatole da sua madre, in cui verrà accusata di fingere o esagerare i sintomi, deciderà di farsi intervistare da un’amica giornalista per raccontare dell’«ignota» malattia che nessun medico riesce a diagnosticare o a curare.

Ma né le foto su Istagram né l’intervista otterranno il tasso d’adorazione auspicato così la donna, che ormai vomita sangue, perde i capelli e fa fatica a dominare i tremori, tenterà la carriera nella moda «inclusiva», fra modelle col moncherino, assistenti non vedenti e ciniche manager che stilano liberatorie per non doversi assumere alcuna responsabilità su eventuali complicazioni mediche.

L’epilogo, fintamente moralista, sfiora il ridicolo proprio per il taglio volutamente grottesco dato all’intero film.

LA SINDROME DI MÜNCHHAUSEN

Ispirata ai racconti umoristici dell’omonimo barone, vissuto nella Germania dell’Ottocento, la Sindrome di Münchhausen è un disturbo psichiatrico tramite cui le persone fingono una malattia fisica o un trauma psicologico per attirare simpatia, compassione e attenzione su di sé; diversa dagli atti di simulazione che invece si adottano per evitare obblighi legali, tale sindrome ha un’ulteriore sfaccettatura quando un genitore (nel 90% dei casi la madre) arreca danni fisici a uno o più figli per valorizzare la propria mansione di accudimento.

Ovviamente, nel caso di Sick of Myself, la sindrome di amplifica perché il narcisismo della protagonista ricerca la viralità dell’etere e la consacrazione mediatica: Signe non vuole calore umano né comprensione, se ne frega degli altri ed è completamente assorbita da sé stessa, vuole soltanto diventare famosa a qualsiasi costo e gli atti di meschina cattiveria che compie per tutta la pellicola sono perfettamente giustificati e strumentali al raggiungimento della fama.

Non è migliore di lei Thomas, pronto a farla cadere in contraddizione ogni qualvolta mente e, talmente concentrato sulla propria carriera d’arrivare a negarle una sedia durante uno shooting fotografico perché parte di un suo possibile set futuro: la scena in cui i due fanno l’amore eccitandosi al pensiero del funerale di lei e alla possibile lista degli invitati è a dir poco ironica.

Il film è pieno di flash-forward su possibili snodi narrativi presenti solo nella mente della protagonista al punto che l’intero plot sembra una continua mise en abyme, ma anche quando la malattia peggiora vistosamente o Signe immagina di confessare le sue menzogne (cosa che sul finale avverrà veramente, ma con delle conseguenze decisamente diverse da quelle sperate), lo scopo resta sempre quello di diventare celebri o acquisire il maggior numero possibile di followers.

Thomas, con la sua arte «cleptomane» e le irrealistiche proiezioni su un futuro di trionfi, finirà in carcere e più in generale non riuscirà mai a sfiorare le bassezze della propria fidanzata, iperboli cupamente in linea con le contraddizioni culturali dell’Occidente, ancor più marcate nella tanto sbandierata modernità scandinava.

L’inclusività e la tolleranza del diverso (malato) non sono il reale segno d’un progresso compiuto ma solo l’ennesimo ingranaggio capitalistico che apre a nuove nicchie di mercato, così come il veganesimo imitativo del mondo onnivoro diviene uno strumento per attrarre nuovi consumatori, e non il simbolo di un’alimentazione aperta a nuovi orizzonti.

Sick of Myself si pone a metà strada fra il geniale «Antiviral» di Cronenberg Jr e il neo-body-horror di «The Substance», ma senza alcuna pretesa ontologica: Signe non vuole infettarsi della stessa malattia di una star per condividerne il successo sul piano patologico (Antiviral), né creare un doppio di sé stessa per restare eternamente giovane (The Substance), ma semplicemente disoccuparsi di sé affinché l’autocombustione totalizzi milioni di visualizzazioni.

Siamo noi i suoi complici con i nostri «mi(s)piace», abili scrollatori dalla lacrima facile fra un décolleté, una dieta miracolosa o un finto scenario di guerra creato dall’AI, pronti a adottare qualsiasi causa (purché persa e a distanza) e a rivolgere verso noi stessi non la cromata canna d’una pistola ma la seppiata inquadratura d’un selfie.

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