X: Eros e Tanatos secondo Ti West

da | Ago 7, 2025 | MONDOVISIONE

Usciva in sala nel 2022 il primo capitolo della trilogia horror diretta dallo statunitense Ti West, ovvero «X» (in italiano, con la solita, didascalica, traduzione «X: A Sexy Horror Story»), che poi sarà seguito dal prequel «Pearl» e dall’epilogo «MaXXXime», ed è ora disponibile sulla piattaforma Mubi.
Obliterata la predilezione per un’estetica anni 70/80, ovvero per decenni che il filmaker ha visionato ma non vissuto, tendenza meta-nostalgica sempre più diffusa fra i nuovi cineasti, soprattutto se di genere, a brillare in X è ovviamente la stella, britannica brasiliana e canadese, di Mia Goth, sempre più eroina dark e attrice poliedrica, in grado in questa pellicola di interpretare sia la starlette Maxine che l’ex ballerina senescente e psicopatica Pearl.
Credibile Jeanne Ortega (Mercoledì), perfetta e cinicamente «dentro» il personaggio Brittany Snow, efficaci Owen Campbell e Scott Hescudi, irriconoscibile Martin Henderson (The Ring) nella versione texana di sé stesso, quasi un clone color cuoio di Mattew McConaughey, anche se la macchina da presa sembra la vera protagonista del lungometraggio, minimo comune denominatore fra horror e pornografia fondato sullo sguardo.
Ti West non ha mai nascosto la sua ammirazione per Hitchcock (citato esplicitamente in X), e per l’«intenzionalità» dei suoi movimenti di macchina, a volte del tutto indipendenti dallo storytelling, e in effetti alcune inquadrature di questo suo lavoro sembrano distaccarsi dal plot per assurgere a veri tableaux autonomi.
Giocando sui cliché del tradizionale slasher movie, il regista ci porta in tutt’altra direzione affondando i canini autoriali su tematiche tutt’altro che contingenti.

TRAMA

Wayne è un cinico produttore cinematografico che dopo un paio di dimenticabili esperienze professionali (entrambe a luci rosse), decide di girare nel Texas rurale il suo primo porno film a basso costo, affittando una casa da una coppia di ignari anziani che accolgono lui e la sua troupe con evidente fastidio.
Maxine (Mia Goth) è la star della pellicola, nonché sua fidanzata, cocainomane e sicura di possedere l’X Factor, affiancata da Jackson (Scott Escudi), superdotato performer di colore ed ex marines e da Bobby Lynne (Brittany Snow), co-interprete bionda e loquace del piccante «The Farmer’s Daughter», in italiano «Le figlie del contadino».
Il giovane e intraprendente regista R.J. (Owen Campbell) vuole dare al film un tocco avanguardista, grazie anche all’aiuto della fidanzata Lorraine (Jeanne Ortega) alla macchina da presa, ma quando quest’ultima, dopo una serie di critiche alla promiscuità del set, chiederà di partecipare come attrice, la sua ideologia progressista entrerà in crisi.
Pearl (Mia, dopo svariate ore d’invecchiamento al trucco) affronterà Maxine, invidiandola per la sua bellezza e riconoscendo in lei sé stessa quando era una giovane ballerina di belle speranze ma, dopo essere stata respinta da R.J., inizierà una spirale omicida, aiutata dal marito Howard, ormai malato di cuore e incapace di soddisfarla sessualmente, ma pronto a coprire i suoi crimini grazie a un carattere reazionario e violento.
Fra furgoncini dei figli dei fiori occultati nel bosco, torture e rapimenti, X attraversa tutti gli stereotipi dei classici slasher movie ma con un’abbondanza di inquadrature plongé (quella dell’alligatore che insegue Maxine nel lago è magistrale) e una sapienza tecnica non indifferente.
Il finale, liberatorio e vendicativo, apre al prequel visto che il reverendo che blatera i suoi apocalittici sermoni dal vecchio televisore in bianco e nero ci spoilera essere il padre della scomparsa Maxine, ma siamo ormai ai titoli di coda.

C’ERA UNA VOLTA IL (TI) WEST

Le scene sono pastose e sgranate, abbondano i campi lunghi e, nell’incipit, il passaggio dalla scena del crimine in 4:3 al formato 16:9 è semplicemente fenomenale: Ti West ci trascina nel caldo torrido e nelle atmosfere malate del Texas fine anni Settanta in maniera così perfetta da restituircene quasi l’odore.
C’è il Tobe Hooper di «Non aprite quella porta», certo, così come sono evidenti le citazioni da «Shining» e «Psycho», ma la scena in cui Mia Goth abbraccia sé stessa dormiente (cioè Pearl abbraccia un’inconsapevole Maxine) sporcandola del sangue di una vittima, e accarezzandola non con propositi di natura sessuale ma perché ne invidia la bellezza statuaria e rivive attraverso lei i propri sogni giovanili ormai appassiti, ci dona qualcosa in più del semplice horror.
Stesso discorso per l’ipocrita progressismo del regista, pronto a cadere di fronte alla più banale delle gelosie, e subito punito dalla scheletrica nemesi di Pearl.
La disperata lussuria dell’anziana e psicopatica rappresenta, o disincarna vista l’emaciata magrezza, il cannibalismo delle vecchie generazioni nei confronti dell’entusiasmo giovanile, che dietro il finto moralismo di stampo cattolico o una tendenza politica conservatrice, nasconde la semplice invidia per la bellezza, il vitalismo e la possibilità di un futuro.
«Io non mi rassegnerò mai a una vita che non merito» ribadisce infatti più volte a denti stretti Maxine e sarà questo fatalismo muscolare e privo di scrupoli a donarle la forza di reagire, la determinazione di passare attraverso svariati inferni e uscirne illesa.
C’è una similitudine fra l’enorme e minorato Leatherface e la vecchia Pearl: il primo uccide le proprie vittime per ricucire poi il loro volto sul suo, deforme, mentre la seconda implora attenzioni sessuali per dimenticarsi di un corpo ormai sfiorito, e tornare ad essere giovane e desiderabile.
Ti West ironizza anche sull’ingenuo militarismo di Jackson che segue il vecchio Howard nel bosco per cercare la moglie in presunto stato confusionale ed esclama: «once a marines always a marines», dopo aver ricordato di aver servito il suo paese per ben due volte in Vietnam, e prima di finire la propria breve carriera di porno attore a fucilate.
X è una metafora del successo ad ogni costo e della follia che si annida, e cancerosamente cresce, sui sogni infranti, che si tratti delle ambizioni pacifiste della generazione post-68 o dell’apertura capitalistica del mercato home video al mondo hard-core: l’orrore, sempre, è legato a chi non accetta il cambiamento, o lo subisce.

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