Il bene mio: tutti i ricordi sono fantasmi

da | Lug 8, 2025 | MONDOVISIONE

Chi ha stabilito che il buon cinema d’inchiesta non possa mescolarsi a quello di genere, producendo un ibrido per niente retorico e con un’estetica assolutamente italiana?

Pippo Mezzapesa, regista pugliese qui al suo secondo lungometraggio, dirige e scrive (insieme ad Antonella Gaeta e Massimo de Angelis) «Il Bene Mio», pellicola del 2018 con un’intensa colonna sonora e delle inquadrature che ammiccano al miglior Olmi, raccontando una ghost story in cui il fantasma diviene prima il paese teatro degli eventi, quindi quello di una donna e, infine, la popolazione stessa del vecchio borgo.

I paesi-fantasma in Italia non sono soltanto un’amena attrazione per voyeurs un po’ naif o per improvvisati ghost busters di provincia, ma vere e proprie ferite sociali che parlano di calamità irrisolte, fughe verso discutibili mitologie urbane, o dolorosi segni di una friabile demografia.

Incrociando la pugliese Gravina (col suo celebre pronte) con la beneventana Apice Vecchio, il regista di Bitonto compie un’operazione à la Argento, quando il grande Dario usava per lo stesso film riprese sia di Roma che di Torino, per non (geo)localizzare eccessivamente una storia la cui ambientazione è già di per sé set cinematografico o quinta teatrale.

Sono così tante le riprese e gli shooting fotografici avvenuti ad Apice Vecchio, paese fantasma dal 1980, che gli oggetti accatastati fra macerie e case abbandonate, potrebbero benissimo appartenere agli improvvisati turisti post-cataclisma piuttosto che agli originali abitanti del luogo.

Per dare voce e corpo al protagonista de «Il Bene Mio», Mezzapesa si è affidato al poliedrico talento di Sergio Rubini, affiancato dal sempre credibile Dino Abbrescia e da Teresa Saponangelo (David di Donatello per «È stata la mano di Dio»).

TRAMA

Elia è l’ultimo abitante rimasto a «Provvidenza», paesino montano del meridione disastrato da un terremoto i cui sopravvissuti si sono trasferiti a «Nuova Provvidenza»; il sindaco ed ex-cognato si reca spesso a fargli visita esortandolo a dimenticare Maria, sua sorella morta nel sisma, e a traslocare nel nuovo borgo, ma l’uomo non sente ragioni.

Dopo il decesso (per un beffardo e tardivo crollo) dell’ultimo pastore rimasto a Provvidenza, a interrompere la routine di Elia sono le visite con approvvigionamento di Rita, ex-collega di Maria nella locale scuola ormai in rovina, e le rocambolesche gite turistiche organizzate dall’amico di sempre Gesualdo, che lo costringe a folcloristiche foto di gruppo sul finto sfondo del borgo originale.

Quando improvvisi rumori, inquietanti sogni ed evidenti segni di una presenza nel paese, inizieranno a minacciare il già fragile equilibrio mentale di Elia, sia Rita che Gesualdo si preoccuperanno per lui, mentre il sindaco innescherà il countdown per lo sgombero coatto, dopo aver rimosso una statua della Madonna dalla cappella abbandonata, e aver ordinato la costruzione di un muro alle porte del villaggio.

Ma il fantasma che si agita fra le quinte in rovina di Provvidenza è in realtà Noor, profuga senza documenti terrorizzata dalla polizia e ansiosa di raggiungere sua sorella gemella in Francia; Elia, dopo l’iniziale ritrosia e con gli scarsi rudimenti d’inglese in suo possesso, l’aiuterà concedendole quella possibilità di futuro a lui ormai negata per sempre.

L’infame pestaggio da lui subito ad opera di orde di ragazzini in motorino (una sorta di Gomorra pugliese) e la ritrovata solitudine, introdurranno un epilogo drammaticamente commovente che costringerà gli abitanti di Nuova Provvidenza a fare i conti coi propri ricordi sopiti, o forse solo nascosti nel ventre della vecchia città. E della loro coscienza.

A CIASCUNO IL SUD

Elia che rivive mentalmente la proiezione di «Balla coi Lupi» nel cinematografo abbandonato per rimasticare il ricordo di Maria è un’immagine degna del Tornatore di «Nuovo Cinema Paradiso», perché in fondo il cinema inteso come luogo è uno scrigno di immagini condivise che impressiona la pellicola del passato.

Tra Matheson («Io sono leggenda») e Giovanni Verga (la Provvidenza era la barca dei Malavoglia) Elia è il dinamico fantasma di chi non se ne vuole andare, che nell’iperbole della rappresentazione diviene lo scemo del villaggio intento a conservare e forse a ricostruire, ma che nella realtà di ogni giorno incarna chi rimane a testimoniare la storia di una comunità che non si arrende alla cancellazione.

Non è affatto rassegnato l’ultimo uomo «della» terra: al contrario, si muove febbrile di casa in casa per aggiustare e pulire, inchiodare e preservare, con la smania tipica degli ossessi e dei fedeli, insensibile ai richiami al buon senso del sindaco, ma anche agli affettuosi rimproveri dei suoi amici, che ormai non provano più nemmeno a dissuaderlo dalla propria scelta.

La metamorfosi del borgo vecchio in realtà museale si arricchisce della viva memoria dei parenti delle vittime e, nell’epoca delle «non-cose» (come titola l’omonimo libro del filosofo Byung Chul Han), gli oggetti tornano a raccontare ciò che è stato e che potrebbe continuare ad essere perché, dalla più toccante delle fotografie al più kitsch degli oggetti di consumo, ognuno di noi ha un paese cui tornare e un giocattolo da riesumare, un maglione infeltrito sepolto in un armadio, o un volto da salutare che si ricorda di noi bambini.

Eppure, se il racconto di Mezzapesa si fosse fermato qui ci saremmo trovati di fronte a una nostalgica suggestione degli oggetti (come in «Cose Preziose» di Stephen King), o alla malinconia dell’esule che non riesce o non vuole voltare pagina, ma ci sono altri due elementi degni di nota.

La tenace Noor (l’esiliata contro l’esule) è l’emblema antiretorico della vera inclusività che a volte attraversa questo nostro fantasmatico Sud, e che spesso invece lo vivifica abitandone strade e case, interprete di una ricostruzione che lo Stato manca da sempre, sovrapponendo la propria voglia di sopravvivenza, cosmopolita perché apolide e apolide perché cosmopolita, a quella dei nostri nonni.

Infine, Elia è Don Chisciotte, ma nell’anticlimax finale del romanzo, quando il cavaliere dalla triste figura muta la propria follia in eccesso di lucidità, la stessa lucidità che inchioda il sindaco-cognato alle proprie responsabilità e promesse mancate: «avevi detto che avremmo ricostruito ed ora invece parli di dimenticare…»

Durante una conferenza di qualche anno fa, sentii un vecchio cartografo affermare quanto la ricostruzione dopo un evento catastrofico sia più difficile in Italia piuttosto che negli Stati Uniti, perché da noi non si può ricostruire in un nuovo sito, ma si deve tenere conto del «peso della memoria»: noi siamo ciò che ci abita e abitiamo ciò che siamo.

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