Border: quando il genere diviene una questione morale

da | Gen 30, 2025 | MONDOVISIONE

Mentre ancora imperversano le polemiche per il suo ultimo lungometraggio, «The Apprentice» (2024), una sorta di apprendistato al potere per Donald Trump, tacciato di manipolazioni e strumentalizzazioni proprio dal neoeletto presidente degli Stati Uniti, e a rischio di uscita dopo ben sette anni di lavorazione, ha senso tornare alla seconda opera di Ali Abbasi, il regista iraniano naturalizzato danese classe 1981, e cioè «Border-creature di confine» (2018).

Dopo un corto e lo scolastico «Shelley» (horror nel solco di «Rosemary’s baby»), il filmaker di formazione svedese ha deciso di adattare per il grande schermo il racconto «Gräns» di John Ajvide Lindqvist, l’autore di «Lasciami entrare», che ha partecipato alla scrittura insieme al regista e ad Isabella Eklöf: la pellicola, il cui successo è costruito sul make up prostetico candidato all’Oscar e sulle prove attoriali di Eva Melander ed Eero Milonoff, è rientrato fra i venti lungometraggi svedesi per l’Academy, ma non nella cinquina finale, pur vincendo la sezione «Un certain regard» a Cannes 2018.

TRAMA

Tina (Eva Melander), donna di estrema bruttezza e dal misterioso passato, lavora come impiegata di sicurezza alla dogana portuale svedese, dov’è molto apprezzata per la ferina capacità di «annusare» i segreti e i sensi di colpa di chi sbarca: dal banale (si fa per dire) possesso di droga fino all’utilizzo massivo di materiale pedo-pornografico.

La sua vita, equamente suddivisa fra le visite a un padre affetto da demenza senile e una relazione più parassitaria che simbiotica col coinquilino Roland (Jörgen Thorsson), squattrinato addestratore di pit bull, viene scossa dall’incontro, proprio alla dogana, con Vore, suo sosia estetico e morboso appassionato di larve e insetti.

Affascinata e spaventata al tempo stesso, Tina accoglierà la sua nuova conoscenza prima nella foresteria limitrofa la propria abitazione, quindi direttamente a casa sua, dopo aver iniziato con lui una relazione ponendo fine a quella asessuata e anaffettiva con Roland.

Fra corse a perdifiato completamente nudi nella foresta svedese, bagni nel fiume sotto piogge torrenziali e una (ri)scoperta della propria identità sessuale che sembra mettere in discussione l’intera vita della protagonista, un’indagine di polizia avviata proprio da una sua intuizione «olfattiva», rivelerà un inatteso e scioccante retroscena che la costringerà a operare una scelta.

L’agnizione d’un passato adottivo, e il bivio fra la propria natura e un’educazione morale cui non può rinunciare faranno dell’epilogo una chiave di lettura per niente scontata.

GENERE DI GENERE

Che negli ultimi anni il cinema di genere (sia l’horror che la fantascienza) si sia dedicato a tematiche sociopolitiche a volte con maggior successo del cosiddetto cinema impegnato, non è un mistero, grazie anche a una più ampia libertà espressiva rispetto al taglio autoriale, ma ridurre «Border» alla didascalica celebrazione del mostruoso come prodigio secondo l’equazione mostro=più che umano, sarebbe riduttivo.

Tina scopre di essere un troll, creatura fantastica dell’immaginario scandinavo, proprio grazie a Vore che vive la propria condizione in modo pieno e a-morale, senza falsi pudori né (auto)inganni, come il presunto difetto cromosomico che ha impedito a lei fino a quel momento una normale vita sessuale; la scena in cui i due si accoppiano nel bosco mordendosi e grugnendo come animali distrugge ogni parete di genere, ben oltre l’ermafroditismo o lo zoomorfismo hollywoodiano de «La Forma dell’acqua», divenendo memorabile e cinematograficamente imprescindibile.

La fotografia restituisce tutta la bellezza di una natura per niente addomesticata e gli incontri di Tina con alci e volpi, gli unici esseri viventi con cui sembra essere in pace, hanno come contraltare la malvagità insita nell’animo umano, perfettamente rappresentata dall’apice pedopornografico.

Eppure, il fiuto quintessenziale della protagonista si rivelerà uno scandaglio in grado di superare la biologia, e quando Tina capirà che l’uomo (troll) di cui si sta innamorando è in qualche modo coinvolto nelle indagini cui ha dato il via, il concetto di «normalità» non passerà più attraverso il filtro della sessualità o l’ostracismo estetico del diverso, ma tramite un principio morale universale.

In un mondo che si affanna a difendere i propri confini nazionali e che interpreta il diritto di cittadinanza come un’espressione razziale, culturale o addirittura estetica, la lezione di «Border» è che ognuno abita il proprio confine da straniero e si interroga sulla propria origine con la nostalgia dell’esule, perché l’accoglienza, come ben insegnava il mondo classico, è apertura all’alterità come segreto di ricchezza e patrimonio condiviso.

Non dimenticherete facilmente i lineamenti grossolani di Tina, i denti storti e i fisici tutt’altro che aggraziati che si fondono in amplessi teratomorfi e cupamente gioiosi, la comunione con una natura selvaggia e imponente, ancora in grado di incutere timore e rispetto, le espressioni furtive che travalicano il linguaggio verso una gestualità caricaturale e (im)mediata, ma soprattutto non dimenticherete la materna innocenza della protagonista, tangibile segno di una bontà assoluta, lontana da qualsiasi recinto d’appartenenza.

«Border» diviene la metafora postmoderna di una morale mai figlia di una politica demografica o di una difesa comunitaria ma di una scelta educativa e culturale volta al rifiuto del male necessario come pre-requisito di sopravvivenza: nel nuovo Eden digitalizzato la nostalgia del Paradiso Perduto si riscatta non attraverso il rifiuto del frutto proibito ma attraverso il rigetto di quello politicamente corretto.

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