Due Spicci: Rebibbia Reloaded

da | Giu 3, 2026 | MONDOVISIONE

Fra mille clamori, qualche polemica e un surreale prequel al Circo Massimo, è uscita il 27 maggio scorso su Netflix la terza serie animata firmata dal disegnatore/illustratore Michele Rech, al secolo ZeroCalcare, controverso e amatissimo artista capitolino: con due episodi in più rispetto ai canonici sei, l’opera chiude un’ideale trilogia iniziata con «Strappare lungo i bordi» (2021) e «Questo mondo non mi renderà cattivo» (2023), sempre a marchio del colosso californiano ma prodotto da «Movimenti Productions», scritta e sceneggiata da «Zero» coadiuvato alla regia tecnica da Davide Rosio e Giorgio Scorza.

Le voci dei protagonisti, anche questa volta, sono tutte dell’autore che, dopo «Rebibbia Quarantine» ha deciso di rinunciare al «doppiaggese» e di donare il proprio timbro all’intero pantheon rappresentato, un’operazione al limite del bipolarismo se non della schizofrenia, artigianale sino alla maniacalità ma estremamente funzionale. Le uniche eccezioni sono quelle di Emanuela Fanelli (in un episodio, per Esmeralda) e il sempre più quintessenziale Valerio Mastandrea nei panni dell’Armadillo, coperta di Linus o grillo parlante del protagonista, un po’ autocoscienza un po’ amico immaginario, un po’ incarnazione ansiolitica d’una paranoia (extra)generazionale.

Mentre la serie si vara nell’etere, seguita da una prevedibile scia di critiche sulla presunta commercializzazione del personaggio ZeroCalcare, e dell’amore dei fan per le infinite citazioni, easter eggs e trovate grafiche, Netflix ha riunito più di diecimila devoti il 24 maggio a Roma per il lancio del nuovo prodotto, ricreando una gigantesca sala giochi anni Ottanta, scandita dallo schioccare gratuito delle palline di innumerevoli biliardini, e del «bling-game over» delle consolle Arcade con Pac Man, Space Invaders, Super Mario, Bubble Bubble e via seguendo, il tutto seguito dal concerto del duo Coez-Giancane, a chiudere il malinconico cerchio anni Novanta di un pubblico che più eterogeneo non si potrebbe (i demografi parlano di ben otto generazioni che convivono in questo secolo, inclusa l’ultima, ribattezzata Gen B).

Al di là del marketing dietro l’operazione, il cui apice è stata la cameretta di Zero ricostruita in legno e cartapesta (inclusi gli iconici cartoni di pizza vuoti), il rischio è la brandizzazione di un dolore condivisibile ma personalissimo, e della metamorfosi del microcosmo rechiano in una sineddoche generazionale, tunnel che ha letteralmente consumato se non proprio bruciato molte icone di fine millennio che, da quella cameretta, non sarebbero mai volute uscire.

L’altro elemento meta-narrativo da raccontare è la polemica, innescata da «Il Giornale» e cavalcata da Gasparri (che ha persino presentato un’interrogazione parlamentare), sul presunto sfruttamento dei quasi quattrocento lavoratori della serie, costretti a tour de force ingiustificati con paghe orarie da raccoglitori di pomodori in Salento; la risposta della Movimenti Productions, è stata perentoria e decisa con l’assoluta negazione e la minaccia di azioni legali; quella di Zero, meno perentoria e in slang romanesco, ragionevole e con una contro-polemica rivolta al senatore Gasparri («fa il giustiziere e poi vota contro il salario minimo»).

TRAMA

Riprendendo le graphics novel «Scheletri» e «Macerie prime», gli otto episodi di «Dù Spicci» (inevitabile l’elisione di vocale romanesca) raccontano del bar preso in gestione da Zero con lo storico amico Cinghiale, e di come il primo si accorga di tremila euro di ammanco sugli incassi, decidendo fra mille ripensamenti di parlarne col socio.

L’inattesa risposta, lontana dai mille luoghi comuni sull’argomento ma tutt’altro che rassicurante, porterà Zero a provare a risolvere il problema confrontandosi col Paturnia, dinoccolato criminale ed esattore della famiglia Tartallegra, anche se da questi verrà prima minacciato e poi pestato; nel frattempo, Sara, amica di entrambi, chiederà al Nostro di ospitare (E)smeralda che ha da poco chiuso una relazione tossica, dimenticando che la ragazza è stata la sua prima cotta (mai vissuta).

Tra sottotrame e angosce, le due storie si intrecceranno riportando in scena i fratelli criminali di Esmeralda (rapinatori vecchio stampo in crisi per l’avvento del digitale), l’insicuro e manipolabile amico di sempre con l’inseparabile cane Giulio, e i Coccoriti, la famiglia rivale dei Tartallegra che, grazie al tramite di un gigantesco e misterioso cubano in doppiopetto, comprerà il debito del Cinghiale per un epilogo che chiude tutti i cerchi senza fornire alcuna risposta definitiva.

NON POTEMO MICA ESSE SEMPRE I GUNIS

L’universo di riferimento è la Rebibbia iper-reale e zoomorfa delle altre serie, intrisa di precariato, gentrificazione e di un desiderio di coesione sociale che però questa volta vacilla sotto il peso dell’età e dei «buffi» (debiti): c’è meno impegno politico e più rassegnazione in «Due Spicci», il sospetto che questa volta lo «stare insieme» (con tutto il peso retorico che si tira dietro) non basti né per sottrarre dai guai i nostri eroi, né per ricavare un senso da una storia che ha un vero villain, deviato dalla cocaina e da un passato dickensiano, ma capace di picchiare donne e cani e di tenere sulla corda e all’arma bianca un intero quartiere.

La Rete in cui si muovono Zero and Co è una colorata maglia di citazioni d’antan, da «Guerre Stellari» a «L’odio» (rivisitato in «L’Astio»), Hitchcock e Géricault, Titanic e Miyazaki, I Goonies e gli Ah Ah, con l’incredibile e unanimemente riconosciuta capacità di Michele di mischiare l’alto e il basso, il vecchio e il nuovo, per non parlare della playlist, fluviale e mai così diegetica, dai romanissimi Giancane e Coez, fino al grunge maledetto di Seattle, passando per Tiziano Ferro e Ambra, Joy Division e Blonde Redhead, fino a De Andrè e Dalla, Le luci della centrale elettrica, gli Yeah Yeah Yeah e i corrosivi e nostrani Plakkaggio HC.

Non manca l’afflato politico («hanno cominciato a pagacce in goleador»), ma l’atmosfera da «Trainspotting 2» seda l’inquietudine da centro sociale in individualismo anarchico, e racconta di come più o meno tutti divengano vittime di relazioni tossiche, passati irrisolti, famiglie ingombranti/assenti, o demoni personali che finiscono per allearsi con noi perché ci conoscono meglio di chi credevamo d’amare.

Al di là del rischio di cadere nel manierismo o di soccombere sotto il coltissimo peso del citazionismo, per cui la quarta serie dovrà (speriamo) tradire gli archetipi delle prime tre, «Due Spicci» funziona perché esaspera il trademark di ZeroCalcare, e cioè la sua versatile capacità di rappresentare non l’unità d’azione ma quella di rappresentazione, abbattendo l’asticella anagrafica del cartoon-genere: a volte passano anche dieci minuti in cui la storia s’impiglia nella paranoia del protagonista, e nei suoi surreali siparietti col Mastandrearmadillo, e non c’è niente di più generazionale di queste bolle ansiogene che divengono visionarie e fertilissime auto-allucinazioni, individuali e collettive.

La risposta al recente affaire De Gregori sull’engagement politico dell’artista, banalizzato da pochi e strumentalizzato da molti, racchiude tutta la seraficità (o sciallismo, per restare a Roma) dell’artista di Rebibbia: «schierarsi per forza non fa bene alla causa».

Un’ultima parola sullo stile: “2D, stop-motion, fotografie, improvvisi cambi di stile, incursioni di mani vere sulle scene, cartonismo e tecnica mista, roto-scope e split screen; i registri espressivi di ZeroCalcare sono infiniti e la sua auto(bio)grafia in punta di matita ricorda, con meno violenza e più ammiccamenti allo spettatore-lettore, quella di Andrea Pazienza, in chiave più amatriciana che amatoriale.

Nel rispetto del citazionismo, questa recensione è stata scritta indossando la t-shirt Zero degli Smashing Pumpkins.

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