È il 2008 quando il giovane astro nascente del cinema danese, Nicolas Winding Refn, alla vigilia di una serie di prove registiche che ne consacreranno stile e nome (su tutti «Drive», «Valhalla Rising» e «The Neon Demon»), viene contattato dall’amico produttore Rupert Preston che gli affida la sceneggiatura di un prison-movie di stampo britannico col limitato budget di un milione di dollari.
Si tratta della storia del detenuto più famoso (o famigerato) della storia d’Inghilterra, Charles Bronson, tutt’ora vivente, al secolo Michael Petersen, tristemente noto agli ambienti carcerari per aver trascorso ben 34 anni in prigione, di cui 30 in isolamento, e per aver «visitato» circa 120 penitenziari a causa degli atti di incontenibile violenza compiuti, delle sommosse ispirate e dei tanti ostaggi presi nel corso della propria, grottesca, carriera.
NWR, acronimo prestato alla moda e crasi d’entrambi i cognomi genitoriali, legge il plot ma lo trova eccessivamente intriso di psicologismi, quindi, lo riscrive daccapo e con la maniacalità che ne contraddistinguerà il percorso registico, rigirerà il 40% dell’intero materiale, affidando la riuscita del progetto all’istrionico e a tratti perturbante Tom Hardy, fino a quel momento ingiustamente trascurato dall’industria dell’intrattenimento, e noto ai più solo per un ruolo minore in «Inception» di Nolan.
Il risultato finale (ora disponibile sulla piattaforma Mubi) è un ibrido di stampo brechtiano, con voice over, estratti d’animazione, filmati d’epoca e un’impostazione da stand-up comedian che sembra flirtare con l’Oliver Stone di «Natural Born Killers» e con il Kubrick di «Arancia Meccanica», ma con quell’attenzione estetica alla violenza che diverrà il trademark del filmaker danese, anche grazie alla preziosa fotografia di Larry Smith (non a caso direttore della stessa in «Eyes Wide Shut»).
TRAMA
Dopo un’infanzia serena in una famiglia del ceto medio inglese, che gli ha dato affetto e tutto quello di cui un bambino può avere bisogno, Michael inizia a manifestare improvvise e ingiustificate esplosioni di rabbia che culminano nel 1974 in un arresto per rapina a mano armata.
La permanenza in carcere, che lui non considera affatto né una gabbia né una catena ma «una camera d’albergo», si prolunga indefinitamente a causa dei gesti sempre più frequenti d’insubordinazione contro secondini e guardie, finché il Nostro (la cui unica ambizione sembra quella di voler diventare famoso, pur non disponendo di alcun talento in particolare) non finisce al manicomio criminale di Broadmore, dove il tentato omicidio di un pedofilo lo confina a 26 anni di isolamento.
Ma prima che la macchina penitenziaria provi a strangolarlo definitivamente, Michael vive una breve parentesi di libertà in cui riabbraccia (si fa per dire) la famiglia e lo zio Jack di Luton, un tempo venerabile esempio ed ora ambiguo tenutario di un promiscuo bordello, per poi darsi agli incontri di boxe clandestina tramite un ex compagno di carcere (è qui che maturerà lo pseudonimo di Bornson in onore a »Il Giustiziere della Notte«), e a un flirt sentimentale che lo caccerà di nuovo nei guai.
Fra sommosse (a volte ispirate, a volte capeggiate), ostaggi chiusi in cella per patteggiare surreali richieste a direttori carcerari sempre più stanchi della sua follia, «il caso Charles Bronson» diverrà nazionale nel momento in cui ci si accorgerà che la sua condotta è costata al governo inglese ben dieci milioni di sterline.
Un insegnante d’arte (il bravissimo James Lance), sembrerà risvegliare in lui la passione per l’arte figurativa e ne segnalerà il talento al direttore per provare ad ottenere uno sconto di pena, ma la furia autodistruttiva di Michael/Charles avrà come sempre la meglio, o la peggio.
LA VIOLENZA COME UNA DELLE BELLE ARTI
Con un andamento metanarrativo intervallato dal Bronson comico che si racconta in un teatro gremito, truccato di bianco, col volto segnato alternativamente da un giglio o dall’ossianico profilo lunare, la pellicola che ha rivelato Refn al mondo («Bronson», 2008), è un pastiche che trasforma il biopic in un muscolare simbolo di violenza.
La scena in cui, nel manicomio criminale settato come un interno kubrickiano, e girata à la Gillian, i folli danzano «It’s a sin« dei Pet Shop Boys, è memorabile, così come il continuo connubio fra operistica e sinth-pop anni Ottanta (da Verdi ai New Order, passando per Wagner), eppure è l’interpretazione di Hardy a rendere il lungometraggio un’esperienza assoluta.
Rasato a zero, con degli incredibili baffi a manubrio e una muscolatura da boxeur di periferia, il talentuoso attore londinese riesce non a interpretare una parte ma a diventare una vera e propria funzione narrativa: dicendo che i suoi genitori non gli hanno mai fatto mancare niente, egli si sbarazza di antefatti sociologici e pretesti psicoanalitici, e quando alla domanda diretta del direttore del carcere («Cosa vuoi?») non sa rispondere, mostra tutte le tare di un’ambizione artefatta, visto che ciò che lo emoziona e interessa veramente non è il successo ma la violenza nel suo stadio più puro e incorrotto.
Non c’è calcolo né furbizia nei suoi gesti, e nemmeno una criminale premeditazione, ma solo una furia ferina eterodiretta dal rifiuto di qualsiasi autorità costituita: «farò assaggiare loro la madre di tutte le inique umiliazioni», esclama verso l’invisibile pubblico che immagina pedinarlo ovunque, persino all’interno di celle misurate a piegamenti e «vuoti» pugilistici, bugigattoli che si restringono fino a diventare, nel finale, una bara verticale che non consente nemmeno di sdraiarsi.
Quando, nell’epilogo della pellicola, sequestra il bibliotecario e gli intima, spogliandosi, di cospargerlo di sapone per meglio affrontare i secondini in arrivo, la cifra disumana del personaggio appare in tutta la sua bestiale grana, come quando si prepara a combattere con dei cani inferociti: nudo, abraso, cosparso di sangue ed escrementi, un GG Allin privo d’ironia e refrattario a qualsiasi tentativo di socialità, Tom Hardy è il vero teatro della crudeltà, con buona pace di Antonin Artaud e delle sue glossolalie.
Refn, che non ha mai nascosto il proprio amore per Sergio Leone (una urban legend vuole che al momento del ciak gridi «violenza!» e non «azione!» e che, nel richiedere un’inquadratura stretta, intimi «give me a Leone!») ha attinto ovviamente ad «Arancia Meccanica» ma anche a Jarman e Kenneth Anger, anche se l’estetica portata al suo estremo e la fusione fra arte figurativa e aggressività, rendono «Bronson» un’opera seminale per un determinato tipo di cinema «pulsionale», quello che per capirci ha segnato anche i lavori dei connazionali Von Trier e Vinterberg.
Distante da psicologismi e chiavi di lettura politiche (per lo meno non esplicite), questo film di NWR si avvicina al minimalismo letterario di Breat Eston Ellis e gioca più con la sensazione intesa in senso baconiano che non col simbolico, come invece fa il Gibson regista di «The Passion» ed «Apcalypto», per un prison movie che violenta la cornice di genere bloccando catarsi e possibili riscatti, e obliterando la storica massima del suo metteur en scene: «art is an act of violence».




