Uscito nelle sale il 13 novembre 2025, «Il Maestro», quarto lungometraggio di Andrea Di Stefano («L’ultima notte di Amore»; «Escobar»), ora disponibile su Sky, è l’epopea di un antieroe e della sua amicizia con un adolescente che nutre grandi ambizioni tennistiche, e che viene stimolato (e per certi versi frenato) dal padre.
Coadiuvato alla sceneggiatura da Ludovica Rampoldi, sodale di Bellocchio ed eminenza grigia di Molaioli ne «La ragazza del lago» e «Il Giocattolo», Di Stefano si avvale della fotografia seppiata di Matteo Cocco (che ha collaborato fra gli altri con Soldini, Argento e soprattutto i D’Innocenzo di «Dostoevskij»), e delle scenografie del partenope Carmine Guarino (vedi Sorrentino, Martone e Capuano).
Il cast è la carta vincente della pellicola, col giovanissimo Tiziano Menichelli nella parte del tredicenne Felice Milella, Giovanni Ludeno (Habemus papam; L’Incredibile storia dell’isola delle rose) nei panni del padre, l’ingegnere Pietro, Valentina Bellé in quelli di Claudia, storica ex del protagonista, Dora Romano aka ex-maestra, cinica e disincantata, ma soprattutto i ruoli minori come il cameo di Edwige Fenech che interpreta Scintilla, la contessa sedotta e abbandonata ma storicamente ancora innamorata, o i preziosi innesti di Paolo Briguglia, rivale in amore ampiamente vittorioso e antipaticissimo, e Roberto Zibetti, col suo volto da eterno villain.
Su tutti domina l’istrionico Favino (Raul Gatti) in uno dei ruoli più sfaccettati e complessi, e probabilmente più rischiosi, della sua carriera ma in grado di dare credibilità a un personaggio facilmente declinabile in macchietta o maschera d’appendice.
Divertentissimo il siparietto Panatta/Bertolucci che in fase di promozione hanno parlato di Raul Gatti come di un personaggio realmente esistito e incontrato sui campi da tennis, in grado di battere chiunque «ma solo per un set» e di conoscere «il fascino della vittoria e la poesia della sconfitta».
TRAMA
È il 1989 quando l’ingegnere Milella, rispondendo a un annuncio scovato su una rivista di settore, decide di affidare le sorti tennistiche del figlio Felice che fino a quel momento ha allenato personalmente ma solo nei tornei regionali, all’ex campione Raul Gatti, che vanta un passato da professionista e un ottavo di finale al Foro italico.
L’uomo, che vediamo uscire da una clinica psichiatrica, ha l’attitudine da seduttore di provincia e la solidità finanziaria di un truffatore, ma le sue qualità affabulatorie convincono Pietro Milella ad affidargli il figlio per le gare nazionali.
Dopo una serie di pesanti sconfitte e una rapida liaison amorosa con un’accompagnatrice di mezza età conosciuta in un torneo, Felice sembra mettere in discussione le qualità del proprio maestro che finisce in ospedale dopo aver distrutto la hall di un albergo durante una crisi psicotica, e sarà proprio l’intervento della contessa Scintilla a trarlo in salvo, raccontando a Felice dei suoi problemi esistenziali, ma anche di un presunto figlio mai riconosciuto avuto da una passata relazione.
Mentre il trend di sconfitte prosegue inesorabile, e Felice mente al padre per mantenere il rapporto col maestro, cui si sta legando proprio per la romantica attitudine alla sconfitta, i due raggiungono il club dove Raul si è formato (non solo sportivamente), e dove l’uomo rivedrà Claudia, la storica ex, e la figlia mai riconosciuta.
L’epilogo, in cui la solida ma castrante educazione paterna si scontrerà con gli insegnamenti del maestro, porterà Felice ad affrontare la vita in modo diverso, e l’ex tennista a chiudere il cerchio con un passato decisamente turbolento.
DRITTO E ROVESCIO
Dal libro «Open» di André Agassi, caso editoriale e inattesa gemma letteraria, passando attraverso «Challengers» di Guadagnino, fino a «Una famiglia vincente» con Will Smith o a «Borg-McEnroe» del 2017, negli ultimi anni il tennis è diventato meta d’elezione per il cinema d’autore, che ne utilizza le stratificate metafore per rappresentare le inquietudini e i tormenti dell’uomo nel nuovo millennio.
«Non c’è sportivo più solo del tennista», chiosa il buon Andrè nell’autobiografia per la quale si è retrospettivamente tolto il mullet, confessando la storica calvizie nascosta dietro una fluente e posticcia chioma bionda, e non c’è uomo più solo di Raul Gatti, ex tennista dalla personalità border-line che entra ed esce dalle cliniche psichiatriche per non fare i conti col fantasma del passato.
Visivamente parlando, l’Italia de «Il Maestro» è quella di Comencini e Risi, di Corbucci e dei primi Vanzina, coi mobili in formica, le ville improvvisate e le foto dai colori saturi, una nazione travolta dal miracolo economico, d’importazione rigorosamente Usa, che inizia ad accusarne i limiti, anche a causa del reflusso degli anni di piombo e dell’imminente caduta del muro di Berlino.
Il film, un po’ road movie un po’ commedia un po’ dramma e un po’ coming of age, è tutte queste cose e nessuna perché Di Stefano riesce a trasformare una parabola sportiva in un romanzo di formazione sul valore della sconfitta, e sulle opportunità che il non essere performativi dona ad ognuno per essere semplicemente sé stesso.
I pianti e le crisi del maestro imbarazzano inizialmente Felice, cresciuto nel mito del duro lavoro e della resilienza, ma riescono successivamente a trasmettergli un’idea di gioco (e umanità) che sublima e forse distrugge le rigide ortodossie paterne, donandogli la consapevolezza, e responsabilità, del dolore altrui.
Non si tratta solo di andare a rete e rischiare il serve-and-volley, perché in fondo Gatti non è stato proprio un modello di coraggio esistenziale, ma di rifiutare i modelli prestabiliti imponendo la propria identità anche sul fatale, e spesso soffocante, marchio della vittoria.
A rendere non banale la pellicola sono la mancata redenzione (sociale e morale) del protagonista, che non affronta le proprie colpe anche perché fuori tempo massimo, e la frustrazione piccolo borghese del padre di Felice, disposto a fare tre lavori e rovinare le vacanze alla famiglia, pur di vivere attraverso il figlio l’ebbrezza di una vittoria che sa di non poter inseguire, puntando tutto su un millantatore travestito da playboy che però incarna ai suoi miopi occhi quell’alone di grandezza per cui è disposto a sacrificare ogni cosa.
È dietro questa fede piccolo borghese nelle facili mitologie di provincia che si cela la chiave di lettura, politica ed economica, di fine millennio, non solo italiana ma di buona parte dell’Occidente.
C’è un Raul Gatti dietro ogni sbrigativa promessa di vittoria e in ogni bar sport che si rispetti, perché si agita in ognuno di noi lo spettro della scorciatoia e della bugia da raccontare a noi stessi, pur di non ammettere l’endemica mancanza di talento che ci abita, perché non sempre il successo coincide con la grandezza, per lo meno non in questa parte di campo. E di mondo.
Gioco, set e partita.




