Fuori la verità (in diretta)

da | Lug 1, 2026 | MONDOVISIONE


Al suo quarto lungometraggio, dopo un arcipelago di corti, il salentino Davide Minnella, classe ’79, mette a frutto la sua lunga esperienza di autore televisivo, firmando la regia di «Fuori la verità», co-prodotto da Netflix e presentato alla Festa del Cinema di Roma a novembre del 2025, coadiuvato in fase di scrittura dal trio Elena Giogli, Gaia Musacchio e Michele Furfari, e alle musiche dallo storico collaboratore Michele Braga.

(Quasi) unanimemente incensata dalla critica, la pellicola deve la propria riuscita a un casting di livello: Claudio Amendola in una delle interpretazioni più a fuoco della sua carriera, le due Claudie (Gerini e Pandolfi) come sempre dentro i rispettivi ruoli, ottimo Lorenzo Richelmy nei panni del cinico showrunner e bene tutti i Moretti di prima generazione e cioè Leo Gassmann, Alice Lupparelli ed Eleonora Gaggero; volutamente macchiettistico Massimo Wertmüller, suocero genitore e decano, che incarna il disincantato spettatore televisivo di terz’età, ma anche lo spirito della commedia all’italiana, da Sordi ai Vanzina, passando per Monicelli.

A trionfare, a fianco a una sceneggiatura serrata e a un montaggio perfetto, il linguaggio meta-testuale dei reality che parodia sé stesso trasformando una commedia pop in un genere che Francesco d’Alò ha definito «fra i Cesaroni e Black Mirror».

TRAMA

Edoardo Moretti e sua moglie Claudia decidono di partecipare alla prima puntata di un nuovo reality dal suggestivo nome: «Fuori la verità», portando con sé i propri figli; in palio c’è un milione di euro da scansionare nei sei momenti di diretta tv con domande personali ai concorrenti le cui risposte saranno vagliate in tempo reale da un’avveniristica macchina della verità, il tutto orchestrato dalla seducente Marina Roch, star del piccolo schermo in deficit di ascolti, e dal suo cinico collaboratore alla regia, Simone.

I Moretti, accettando di partecipare al programma, sono stati profilati per mesi (digitalmente e non) dalla produzione attraverso appostamenti e un rigido controllo dei social, ma quando le domande diverranno sempre più personali e affilate, segreti e mezze verità metteranno a dura prova gli equilibri famigliari, abbattendo facili luoghi comuni e coinvolgendo anche elementi esterni al sacro recinto domestico.

Outing, tradimenti e sospette gravidanze culmineranno in un problema finanziario più che considerevole che costringerà i Moretti ad andare (quasi) fino in fondo, ma quando si tratterà di barattare l’integrità morale per il pur ricco montepremi, qualcosa incrinerà la funzionale avidità dei partecipanti scivolando verso un rassicurante happy-ending, che però nulla toglie al sottile approfondimento psicologico dei personaggi.

IL CINEMA È PER LE PIPPE, QUESTA É REALTÁ

«Il cinema è per le pippe, questa è realtà!», ringhia all’assistente di studio un mefistofelico Lorenzo Richelmy, mentre l’ipocrisia narcisistica della conduttrice accelera la «pornografia delle emozioni» verso il tragico epilogo che la produzione stessa voleva evitare, anche solo per risparmiarsi il milione di euro promesso.

Il montaggio che gioca sui flashback tra una domanda e l’altra, o approfitta degli stacchi pubblicitari per raccontare il plot, ricorda molto l’espediente narrativo di «The Millionaire» di Danny Boyle, mentre il mosaico di verità estorte su sfondo ludico quel geniale (e forse involontario) esperimento sociale che fu «Perfetti Sconosciuti» di Genovese, anche se la regia di Minnella omaggia, soprattutto in overacting, Gabriele Muccino.

In questo «Truman Show» in cui la privacy sembra un reato (Cfr. «The Circle»), l’elemento distopico rappresentato dalla macchina della verità, per ora illegale almeno nell’intrattenimento, non solo apre al sospettabile gioco di specchi e menzogne rivelate, ma anche a un doppio piano testuale fatto di chiarimenti/scontri fra i protagonisti, successivo all’agnizione delle loro (poche) pubbliche virtù e (tanti) vizi privati, che rielabora la dialettica più che contemporanea fra televisione e social network.

La tv mette in scena la realtà mentre i social la contrabbandano: la finzione stessa viene fagocitata dall’intrattenimento.

Non è solo l’ambizione da soubrette dell’influencer Micol (Eleonora Gaggero) e nemmeno la nemesi affettivo/estetica dell’intellettuale frustrata Prisca (Alice Lupperini), o l’outing identitario di Flavio (Leo Gassmann), a vellicare l’amor vacui finanziario della famiglia Moretti ma anche la smania tutta italiana d’essere scoperti: il senso di colpa cattolico diviene catodico e la confessione guarigione collettiva, anche se ad officiare il rito non è un sacerdote afroamericano dalla voce blues ma una presentatrice di mezz’età che si accanisce contro i propri cartonati, sbandierando viatici per il successo di cui ben conosce, e continua a pagare, il prezzo.

Non è un capolavoro l’ultimo lungometraggio di Davide Minnella ma un prodotto intelligente e ben girato: l’adesione fra il titolo del film e la trasmissione televisiva cui parteciperanno i Moretti è già una scelta premiante perché fa subito entrare nel vivo dell’azione, ma quello che più funziona nello script è la crasi fra famiglia e televisione, e soprattutto l’ipocrisia alla base dei social network dove il marketing emotivo è più importante dell’effettiva moralità, al punto che l’immagine pubblica propagandata sul profilo ufficiale è dominata dal politicamente corretto mentre nel gioco dei doppi digitali, più o meno ignoti, la reale natura di ognuno fuoriesce senza filtri.

Gli «a parte» ripresi dagli smartphone dopo ognuna delle domande del reality, sono gli unici momenti di realtà, ed è drammatico che nella società dello spettacolo 2.0 l’autenticità sia possibile solo a un livello più intimo di rappresentazione.

Per una volta, infine, non stiamo clonando un prodotto estero e in effetti il risultato finale di «Fuori la verità» è italianissimo, com’è giusto riportare la speciale menzione di Amendola all’abilità degli attori italiani, che in questo specifico caso hanno dovuto girare tutto due volte (per la Mdp e per le telecamere) e, a differenza delle produzioni estere, senza una lunga lettura/meditazione del copione.

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