Steve: esiste qualcosa di meglio

da | Mag 27, 2026 | MONDOVISIONE

Libero adattamento del best seller del 2023, «Shy», scritto da Max Porter (che lo ha anche sceneggiato), «Steve» è un film del 2025, diretto dal belga Tim Mielants e coprodotto dall’attore protagonista Cillian Murphy, che ha preso momentaneamente le distanze, dopo l’Oscar per Oppenheimer, dai fasti hollywoodiani per dedicarsi a un progetto più intimista e legato alle proprie origini britanniche.

Fondamentale il contributo alla fotografia di Robrecht Heyvaert, con l’uso della Betacam e il ricorso a sfocature e movimenti di macchina convulsi e ipercinetici, alternati a crudi primi piani che rappresentano la fuga degli interpreti verso un’interiorità ferita da opporre alla macro-esposizione mediatica; ugualmente scompaginato il montaggio, mentre le musiche di Barrow (ex Portishead) e Salisbury (sodale di Alex Garland e firma di Black Mirror) si alternano a tecno martellante e metal ossessivo (su tutti i Meshuggah).

Gillian, che è amico del regista, incontrato sul set della terza stagione di «Peaky Blinders», e con cui ha già recitato nel 2023 in «Piccole cose come queste», ha letto il libro di Porter proprio durante le riprese di quel film, ammirandone la potenza e la prosa non convenzionale, ed ha accettato con entusiasmo di interpretarne il protagonista, eludendo qualsiasi partecipazione all’ultimo kolossal di Nolan, quasi a rimarcare la propria anti-iconicità e il desiderio di una recitazione più di sottrazione.

Il risultato finale, a metà fra «Detachment» e il cinema di Ken Loach, ha rilanciato Emily Watson, confermato il talento di Tracey Ullman, e varato nel panorama cinematografico (non solo) britannico gli astri di Jay Licurgo (Shy), e della rapper Little Simz (Shola).

Il casting preliminare a circa 3500 ragazzi, fra Londra e dintorni, ben rappresenta l’urgenza di cinema-verità del regista e dello sceneggiatore (qui anche produttore esecutivo della pellicola).

TRAMA

Stanton Woods, Inghilterra, 1996: in una scuola pubblica sperimentale che cerca di formare adolescenti dal passato turbolento, provenienti da famiglie border line e con un’inclinazione alla violenza tutt’altro che nascosta, Steve è un insegnante di quarant’anni alle prese con una struttura fatiscente, continui tagli al bilancio e un personale sottopagato e quotidianamente esposto a pressioni indicibili.

Mentre una troupe penetra nella struttura per realizzare un documentario che dovrebbe valorizzare la cifra sperimentale della scuola, e che invece finisce per criticarne i limiti e la pericolosità, i ragazzi non fanno che azzuffarsi e provocare il personale che include anche Jenny (Emily Watson), una psicologa volontaria messa a dura prova dalla carica eversiva delle sedute che presiede.

Alle esplicite avances di uno dei discenti nei confronti della giovane insegnante Shola, segue la visita di un parlamentare in cerca di voti e visibilità, ma sprovvisto della necessaria empatia, che finisce con l’essere esplicitamente offeso da Shy, talentuoso rapper provvisto di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dal comune, ma con precedenti penali e una forte vena autodistruttiva.

Nelle ventiquattro ore rappresentate (e scandite dal montaggio del documentario) Steve apprende che la sua scuola è stata appena venduta e che a dicembre ci sarà uno sgombero collettivo, il tutto mentre la propria dipendenza da oppiacei ed alcol lo precipita in una spirale senza precedenti.

Nel fluire post-moderno della narrazione, fra le interviste e le sedute terapeutiche dei ragazzi, apprendiamo tramite Amanda, sorta di sorella maggiore di Steve, che quest’ultimo soffre di dolori posturali e tormenti esistenziali per un incidente d’auto avuto tempo prima in cui ha causato la morte di una bambina, avvenimento che non ha mai superato e di cui si assume tutte le colpe.

Nel frattempo, Shy, dopo l’ennesima lite famigliare, viene allontanato dalla madre e questa decisione lo confina in una bolla depressiva che ne vanifica ogni stimolo e desiderio di comunicazione: appassionato di geologia, si allontanerà di notte col suo zaino pieno di pietre, verso il fiume limitrofo ma, proprio quando tutto sembrerà perduto, la sgangherata e vitale energia del gruppo cui appartiene, sembrerà distoglierlo dai peggiori propositi.

SHY(NING)

«Costosa discarica umana» o «sala d’attesa per il riformatorio»: queste sono le espressioni utilizzate dalla speaker del documentario per definire gli adolescenti di Stanton Woods, la cui privacy verrà irrispettosamente violata, neanche si trattasse dei sacrificabili esemplari di uno zoo urbano; Mielants rende a perfezione tramite questo espediente metanarrativo il clima novantiano dei nascenti reality show e degli horror found footage (vedi Blair Witch Project), anche grazie alle riprese amatoriali e alla musica d’antan fruita tramite gli iconici walk-man.

Il ribaltamento semantico dal romanzo alla pellicola, col titolo mutato da «Shy» in «Steve», sposta lo sguardo dal talentuoso e bipolare adolescente al preside e custode della scuola, intento all’eterno aggiornamento della propria lista di priorità e sempre più simile, nell’incalzare degli eventi, al comandante di una nave alla deriva che si sforzi di mantenere una primitiva catena di comando.

I ragazzi, fragilissimi e violenti, travolti da un machismo istintivo che si esplicita in barre sessiste e improvvise risse, si muovono come un’unica tribù cui Steve cerca d’interpretare i codici, e le cui storie personali si somigliano un po’ tutte ma senza mai definirne l’identità.

Cillian, figlio di due professori e consapevole sin da molto giovane di non averne ereditato la vocazione, ha accettato questa parte proprio per valorizzare il ruolo dei docenti, soprattutto in cornici degradate come quella di Stanton Woods, e la sua recitazione sincopata ed emergenziale traduce a perfezione il senso di imminente fine che sembra la sineddoche dell’intera istituzione scolastica.

Attraverso i vetri secolari del maniero in disuso, che finiranno in pezzi per «aprirsi» metaforicamente al mondo, l’orizzonte puberale di un’intera generazione si rivela senza filtri, irridendo ogni tentativo di ingabbiarla in una narrazione predeterminata, e nel torrente venefico di «fuck» e «shit», la sua meravigliosa e complessa vitalità si chiuderà in un abbraccio sotto forma di una surreale ed inglesissima mischia rugbistica.

I giornalisti del documentario chiederanno a tutti, professori ed alunni, di definirsi tramite tre parole, e Steve dirà: «molto molto stanco»; il suo volto ispido di barba e gli occhi febbrili comunicano tutto l’amore per i ragazzi della scuola, soprattutto per il loro leader involontario, quello Shy portatore di un «dolore generoso» che dev’essere salvato in quanto simbolo di una generazione che non si può né deve smarrire.

Il messaggio primario del seminale e autentico «Steve» è la totale assenza di giudizio e la consapevolezza che nessuna sanzione oppressiva potrà mai segnare la strada, ma solo l’universale apertura a quell’«esiste qualcosa di meglio», amuleto trans-generazionale in grado di creare motivazioni-argine al nichilismo crescente.

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