Ha fatto molto discutere l’ultimo rapporto dell’Istat sull’export del Made in Italy, che ha chiuso il 2025 con un valore di 643 miliardi di euro, e cioè una crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente: con un reparto meccanico, solitamente la voce più importante delle esportazioni tricolori, praticamente immobile, male anche gli autoveicoli (-6,8%) per la crisi dell’automotive, l’elettronico (-2,6%), il tessile (-2,1%) e i mobili (-1,2%), è da cercare altrove la ragione di un saldo commerciale salito a 50,7 miliardi dai 48,3 del 2024, nonostante i dazi Usa e il generico clima di sfiducia da parte degli operatori di settore nei confronti del sistema Italia.
Stiamo parlando della riduzione del deficit energetico, passato dai 54,3 miliardi del 2024 ai 46,9 del 2025, ma soprattutto del boom di vendite di farmaci anti-obesità, dell’impennata del prezzo dell’oro e degli altri metalli preziosi, e di alcuni grossi ordinativi delle navi da crociera: coi progressi dei metalli (+9,8%) e degli «altri mezzi di trasporto» (+11,6%), è proprio la farmaceutica ad aver fatto saltare il banco (+28,5%), grazie soprattutto alla statunitense Eli Lilly di Sesto Fiorentino, che produce ed esporta il farmaco Zepbound, e all’olandese Novo Nordisk, con sede ad Agnani, che commercializza l’Ozempic.
Non sfigura il comparto alimentare (+4,3%) e un’analisi della società di consulenza Systemiq, realizzata con il think tank The Good Food Institute Europe, rivela che anche il settore delle proteine alternative potrebbe generare entro il 2040 ben 31mila posti di lavoro e un mercato interno dei prodotti finali pari a ben 6 miliardi (con un export di 3).
Stiamo parlando di prodotti a base vegetale, carne coltivata e ingredienti derivanti dalla fermentazione, il tutto imperniato su un sistema di ricerca all’avanguardia, una filiera conosciuta (e stimata) nel mondo, e un mercato retail (vendita al dettaglio) di alimenti a base vegetale cresciuto negli ultimi 12 mesi del 7,6%: si va dalla pasta con proteine di lenticchie rosse al cream cheese a base di legumi ed avogado, fino agli yogurt vegetali ottenuti da funghi fermentati e alla geniale crasi fra legumi e batteri lattici per inibire la bassa digeribilità del raffinosio, il tutto nel segno della fermentazione.
Più complesso il discorso della carne coltivata, soprattutto dal punto di vista politico e culturale, ma è un dato di fatto che con una domanda di carne destinata a crescere entro il 2050 del 50%, e una stimata riduzione dei raccolti globali del 30% per i cambiamenti climatici, la diversificazione proteica diverrà sempre di più una questione di sicurezza alimentare.
ECCE UOVO
I prezzi delle uova sono aumentati in Italia del 68% negli ultimi 14 mesi, un quadro economico che ricorda il 2021/22, quando però a determinare i rincari era l’impennata dei costi energetici e degli input produttivi.
La spiegazione più diffusa sembrerebbe quella del moltiplicarsi dei focolai di influenza aviaria in tutta Europa, che hanno causato un basso approvvigionamento e un aumento dei casi del 23% rispetto alla media degli ultimi dieci anni; oltre al problema sanitario potrebbero aver contribuito anche l’inevitabile impennata della domanda, e il trasformarsi delle uova da scelta residuale a proteina strategica nel bilancio delle famiglie (italiane e non).
Eppure, da una più attenta analisi, 1,2 milioni di galline ovaiole uccise per l’aviaria a fronte di circa quaranta milioni di esemplari complessivi, non può giustificare simili rincari e nemmeno il passaggio dagli allevamenti in gabbia a quelli a terra, più ecologici ma non così onerosi.
In realtà, il rincaro dei prezzi al bancone non finisce nelle tasche degli allevatori, che col sistema a soccida (sorta di criminale franchising di stampo medievale) incassano solo due centesimi ad uovo, ma in quelle dei colossi Euorovo/Aia e degli ipermercati, quelli europei effettivamente indeboliti dall’aviaria, quelli italiani conniventi al livellamento dei prezzi verso l’alto.
APPLAUSI PER (LA) FIBRA
Spinta dal neo-green Arnold Schwarzenegger, ma anche dalle preoccupanti coordinate dietetiche del mondo anglosassone (vedi la piramide alimentare capovolta pubblicata a gennaio dal segretario alla salute Usa Robert F. Kennedy), la fibra è diventata, o è tornata ad essere, un must alimentare.
Se è vero che consumare dai 25 ai 30 grammi di fibre al giorno equivale a stipulare metaforicamente un’assicurazione sulla vita, è altrettanto vero che negli Stati Uniti il 97% degli uomini e il 90% delle donne non raggiungono la soglia quotidiana consigliata, in un paese in cui il 43% degli adulti è obeso e il 31% sovrappeso; migliore la situazione in Europa grazie alle variegate tradizioni nazionali, anche se in Francia l’Eliseo ha chiesto ai cittadini un minore consumo di carne, e vorrebbe introdurre nelle scuole e nelle case di cura degli standard nutrizionali.
Cibo vero, quindi, contro cibo processato.
Ovviamente, come per tutti gli altri prodotti «rich-in» (quelli arricchiti di un determinato elemento), il cui valore di mercato si stima crescere fino ai 260 miliardi di dollari nei prossimi anni, la fibra ha ingolosito colossi del calibro della Pepsi e della Coca Cola, che hanno subito lanciato sul mercato bibite con fibre prebiotiche, ma anche Nestlé, Olipop, e marchi più piccoli come Floura e Soula, o l’italiana Fiorentini.
Al di là dell’effetto emulazione e del megafono giovanile di Tik Tok, bisogna però fare attenzione all’ «alone salutistico», e a quella che gli esperti di marketing chiamato «transactional decision», e cioè a quei prodotti che si avvalgono delle etichette «fonte di fibre» (almeno tre grammi su cento) o «ricco di fibre» (almeno 6 su cento), semplicemente aggiungendo ingredienti fibrosi a una composizione complessiva tutt’altro che sana, e che quindi possono confondere il consumatore veicolando un messaggio fuorviante: in altri termini un alimento fibroso può non essere sano se accanto alle fibre presenta farine raffinate, zuccheri, grassi saturi o sali, e un’apposita normativa europea (2005/29/CE) si occupa proprio di informative come queste, formalmente corrette ma illecite.
A mettere ordine, col consueto e caustico humour, è Alberto Grandi, storico dell’alimentazione e guru di D.O.I. (Denominazione di origine inventata) che, nel ripercorrere secoli di storia nutrizionale in cui alimenti come il pane bianco o la margarina sono passati dallo statuto di manne salutiste a quello di capri espiatori, ci ricorda che ogni dieta non è mai solo nutrizione ma anche una «narrazione morale», e che il problema risiederebbe nel nostro ciclico bisogno di purezza alimentare.
Questa spasmodica ricerca di un unico alimento che rappresenti la panacea a tutti i mali, e che ricorda la cucina sintetica medievale oltre alla più recente ossessione per l’ottimizzazione metabolica, cela in realtà il desiderio di assoluzione di un Occidente in perenne senso di colpa per il benessere tanto inseguito, ed ora demonizzato.
Non solo il cibo perfetto non esiste ma, da vittime predestinate del marketing, noi vogliamo mangiare bene senza menarcela troppo, appaltando le nostre scelte al prodotto che meglio sa ammantarsi d’un velo salutista, garantendo l’ingarantibile fino alla nuova panacea, o al nuovo capro espiatorio.
Non è una scelta di costume ma una customizzazione: ogni dieta è o dovrebbe essere un complicato gomitolo di decisioni, abitudini, sport, in un involucro culturale sia individuale che sociale, moderno e tradizionale, e non uno slogan da imbonitori da mercatino rionale.
Applausi per (la) fibra, quindi, purché non sia un monologo.





