Sirât: l’antinferno sonoro di Óliver Laxe

da | Feb 18, 2026 | MONDOVISIONE

Con il suo quarto lungometraggio (il terzo a livello finzionale) il regista francese di origini galiziane, ormai stabilitosi in Marocco e convertito all’Islam, Óliver Laxe si presenta a Cannes 2025 vincendo il premio della Giuria e incassando cinque possibili nomination nei preliminari all’Oscar.

«Sirât», che in arabo significa «linea retta», nella cultura islamica indica la giusta strada da seguire ma rappresenta anche il ponte sospeso sull’inferno, largo per i probi e sottile per gli empi, che le anime devono percorrere per raggiungere il Paradiso.

Per l’omonimo film, che dura due ore, coprodotto da Pedro Almòdovar e scritto a quattro mani con Santiago Fillol, il cineasta franco-gallego ha voluto alla fotografia, opaca e granulosa, Mauro Herce, ai costumi l’ex compagna Nadia Acimi e, per la colonna sonora, il connazionale di stanza a Berlino, Kangding Ray ispirato producer e architetto di suoni che, proprio grazie a Sirât, ha vinto il Cannes Soundtrack Award.

Due parole sul cast che, ad eccezione del piccolo Bruno Nuñez Arjona e del veterano Sergi López, che ha lavorato fra gli altri con Woody Allen, Guillermo del Toro, Terry Gilliam e la nostra Alice Rohrwacher, è costituito per intero da ravers e attori non professionisti: Laxe che ha curato e protetto questo progetto per due lustri e vissuto in un’oasi nel deserto marocchino (la Scura) per quattro anni, corteggiando la locale comunità di ravers che gli ha concesso di girare liberamente durante l’evento per ben 35 ore, ha realizzato un’opera al tempo stesso molto europea, ma anche espressione di una generazione «rivoltata» e iper-consapevole.

TRAMA

Luis e suo figlio Esteban partecipano a un rave che si svolge nel deserto del Marocco per rintracciare Mar, figlia e sorella, ormai lontana da casa da molto tempo.

Mentre dai radi mezzi d’informazione si annuncia la Terza Guerra Mondiale e i militari sgombrano i civili, Luis si accoda a due camion diretti al confine con la Mauritania, dove forse avrà luogo un altro evento in cui l’uomo spera di ritrovare sua figlia.

Dopo l’iniziale ritrosia, i cinque «tekno travellers» (la «k» sancisce la distanza dai più pettinati cugini dei club) accolgono l’uomo e il piccolo Esteban, condividendo cibo e benzina, aiutandosi reciprocamente a superare le impervie vie del deserto, e spiegando la propria filosofia di vita fondata sulla danza, il suono e le droghe allucinogene.

Circondato da Pipa e Lupita (cagnolini candidati a loro volta al Palm Dog Award), il collettivo sta per raggiungere il confine con la Mauritania quando due tragici eventi li costringono a fermarsi e a interrogarsi sulla natura, sensibile e metaforica, del proprio viaggio.

L’epilogo, con un treno gremito di figure stanche e/o rassegnate che solca il deserto, si pone a metà fra la fuga e la deportazione, aprendo a divergenti e plausibili scenari.

È GIÁ DA TANTO CHE C’É LA FINE DEL MONDO

«E così è questo quello che si prova durante la fine del mondo?», grida il folcloristico Bigui a Josh, mentre quest’ultimo guida il roboante camion 911 in mezzo alle gole del deserto di Agafay, e l’amico risponde: «Non lo so, Bigui, è già da tanto che c’è la fine del mondo».

Basterebbe questo scambio a descrivere la natura mistica del cult esperienziale di Laxe, girato attorno alla catena montuosa Atlante, sul massiccio Jbel Saghro (2592 metri), tra Errachida ed Erfond, con qualche esterno nella «Rambla de Barrachina» tra Tervel e Saragozza, un paesaggio desertico molto diverso da quello sahariano, con monti, colline, oasi e gole: una Monument Valley più sgranata e a tinte rosse.

Il formato super-16 mm, scelto dal direttore della fotografia Mauro Herce, accentua il tessuto organico della pellicola che suda insieme ai corpi dei punkabbestia mentre danzano, dormono, bevono, si calano Lsd e muoiono al ritmo dei giganteschi amplificatori montati nel deserto come monoliti kubrickiani, mentre il sound design, affidato a Laila Casanovas, Amanda Villavieja e Oriol Donat, oltre a registrare il suono del vento e delle tempeste di sabbia, in presa diretta e senza protezioni anti-vento, ha costruito quello dei veicoli (soprattutto l’apocalittico 911 blu) sui differenti piani sovrapposti del motore, degli pneumatici che scricchiolano, e delle lamiere che cigolano.

Il risultato è un’esperienza audiovisiva immersiva e shoccante, anche grazie all’utilizzo di speakers simili a quelli del party per consentire a immagini e suoni di combaciare.

I cinque ravers, Bigui, Jade, Stef, Josh e Tonin, tatuati, sdentati e (due di loro) privi di un arto anche nella vita reale, sono l’essenza della pellicola perché, oltre ad offrire la propria esiziale visione dell’esistenza, accettano l’ibridazione col borghese Luis, riconoscendo nella sua affannosa ricerca lo stesso turbamento che li ha spinti in quella frontiera irregolare e poco levigata: non sono fuori dalla storia ma alla fine di essa, e il loro rifiuto del futuro non è politico ma antropologico.

Si tratta di rinnegati consapevoli, di scarti sociali che hanno preferito la purezza del suono alla cacofonia mediatica dell’attualità, mentre calcano un deserto che, a differenza di quello dei Tartari, è già nella battaglia da un pezzo; Jade che accarezza un amplificatore morente cercando di coglierne l’ultimo rantolo e Luis che si sveglia di soprassalto nel camper in mezzo ai cinque neo-amici addormentati, rimettendosi subito a dormire, sono i segni di una solidarietà ancora possibile ben oltre la speranza.

I riferimenti cinematografici più evidenti sono «Zabriskie Point» di Antonioni, «Strade Perdute» di Lynch e la saga di Mad Max, anche se più sottilmente si potrebbe pensare a Jodorowski e la t-shirt di Bigui omaggia esplicitamente «Freaks» di Browning; la citazione più ispirata e pertinente è però la canzone «Le Déserteur» di Boris Vian, che Tonin interpreta usando il moncherino della gamba come il pupazzo di un ventriloquio e la stampella a mò di chitarra, ribadendo un pacifismo tutt’altro che mite, in uno spazio così connotante da rendere lui e i suoi compagni non dei disertori ma dei «desertori».

Sirât è un film beat, sia per i decibel sprigionati dagli amplificatori dei rave che per l’immaginario tangerino della Beat generation, e la catabasi di Luis alla ricerca della figlia (stra-abusato topos del cinema contemporaneo) diviene una cristologica discesa agli inferi, ritmata proprio dal basso pulsante di un deserto che più biblico di così non si potrebbe.

Il messianico e altissimo Óliver Laxe, che alla conferenza stampa di presentazione del film a Cannes sembrava il Cristo del cenacolo Da Vinci, ha dichiarato di aver lavorato molto sulle immagini, cercando di togliere loro quella falsa patina retorica che il cinema attuale cuce loro addosso, per ricreare sul set la forza e la vulnerabilità che ogni individuo sprigiona sulla pista da ballo.

In fin dei conti, per il filmaker franco-galiziano, i rave non fanno altro che ricreare la cerimonia mistica che da millenni l’uomo inscena nelle diverse parti del mondo, entrando in contatto coi propri vuoti, appassendo come fiori curati dalla musica, e «apprendendo di morire, prima di morire» perché, «se Dio ti ama, ti rompe» e il deserto, in quanto paesaggio ferito, ti dona la serenità della catarsi.

Maestro di cerimonie, Laxe vede il cinema come un tempio che combatte la generale, e ipocrita, tanatofobia, riconnettendo l’uomo all’uomo attraverso relazioni sottili, e l’individuo alla morte, affinché nella consapevolezza del passaggio, si rigeneri.

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