Nel 1979 il filosofo francese Jean-François Lyotard pubblicava il libro «La Condition Postmoderne» (in italiano «la Condizione Postmoderna. Rapporto sul sapere»), descrivendo come caratteristica peculiare della postmodernità, intesa come episteme, il venir meno delle grandi narrazioni metafisiche della modernità, e cioè Illuminismo, Idealismo e Marxismo, responsabili di tutte le maggiori utopie rivoluzionarie dall’Ottocento in poi.
Eppure, negli ultimi anni sembra che gli «ismi» si stiano ripresentando, trasversalmente, attecchendo sulle organiche macerie del relativismo culturale, e su quelle facilmente strumentalizzabili dell’individualismo.
SIONISMO/ANTISEMITISMO
Il 27 gennaio scorso è stato l’ottantunesimo anniversario della liberazione dei prigionieri del lager di Auschwitz, quando l’Armata Rossa ne aprì i cancelli rivelando al mondo gli orrori del Nazismo, e da allora è divenuto quello «il giorno della memoria», la cui norma istitutiva non si riferiva soltanto alla Shoah ma anche alle leggi razziali fasciste, alla persecuzione italiana dei cittadini ebrei, dei deportati e di quanti (anche appartenendo a schieramenti diversi) si erano opposti allo sterminio.
Il carattere «universalistico» di tale norma, e quello celebrativo del 27 gennaio, si sono contrapposti a quello altrettanto universalistico del crimine nazista che pantografava, accanto all’odio antigiudaico, quello verso oppositori politici e sindacali, testimoni di Geova, sinti, rom, disabili, omosessuali, anarchici, comunisti e prigionieri di guerra sovietici: le vittime di ogni razzismo e/o nazifascismo.
Eppure, dopo il pogrom del 7 ottobre 2023, perpetrato da Hamas, con oltre 1200 morti e 250 ostaggi israeliani, e la rabbiosa reazione dell’Idf col massacro dei palestinesi a Gaza e le accuse di genocidio al governo di Netanyahu, contro cui il Tribunale Internazionale dell’Aja ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità, risulta difficile non inciampare nel sillogismo: «le vittime sono diventate carnefici», o non allinearsi all’affermazione di Anna Foa: «è difficile da celebrare [il 27 gennaio Ndr], perché troppo calde le braci degli ultimi scontri».
Il rischio è quello di immaginare una continuità storico-morale dell’ebraismo fra le vittime di allora e i governanti di oggi, dimenticando che un cittadino realmente democratico può e anzi deve condannare parimenti sia l’orrore dei lager che gli estremismi del governo Netanyahu, tenendo a mente che il comparativismo nelle scienze sociali è un paradigma concettuale estremamente scivoloso.
Così, cavalcando la parte più oscura dell’antistoricismo, la destra utilizza il termine «antisemitismo» per screditare chi critica le politiche israeliane, e la sinistra il vocabolo «sionismo» con accezione dispregiativa, dimenticando che è esistito anche un sionismo teso a coniugare gli interessi di arabi ed ebrei, oltre a quelli volti invece al suprematismo israeliano.
Ci si può smarcare da una simile banalizzazione ragionando sulle effettive responsabilità di Israele oggi, e al tempo stesso uscendo dal vicolo cieco della conta delle vittime dell’Olocausto, per ricordare la riduzione dell’essere umano a cosa («cosificazione» o «reificazione») o ad «esemplare», citando Adorno, avvenuta nei campi di concentramento, quell’atroce translitterazione della catena di montaggio industriale nell’ingranaggio della morte nazista.
THE DONROE DOCTRINE
Il 12 dicembre scorso, in un summit convocato a Washington, Donald Trump ha lanciato la nuova National Security Strategy, definita «Pax Silica», e cioè un modo di intendere la riorganizzazione economica globale nell’era dell’IA, profondamente interconnessa al silicio (da qui «silica»): l’assunto di base di quella che è stata subito ribattezzata «The Donroe Doctrine», da «The Don» (Donald Trump), parafrasando la storica «Monroe Doctrine», è che non possa esistere sicurezza economica senza la corrispettiva sicurezza nazionale.
I punti-chiave di questa dottrina sono la capacità di calcolo («compute» e soprattutto il «quantum computing»), il silicio (alla base dei semiconduttori), i minerali critici (terre rare, litio, nichel e via seguendo) e l’energia (per alimentare infrastrutture di calcolo sempre più voraci).
The Donroe Doctrine si svilupperà su tre coordinate: 1) il sottosegretario di Stato per gli Affari Economici, Jacob Helberg, ha parlato di attuazione concreta, e cioè non di white paper o linee astratte, ma di investimenti reali; 2) il summit ha riunito paesi che condividono standard, regole e interessi strategici, ecosistemi avanzati lungo la catena di approvvigionamenti che indirettamente si opporranno, Usa in testa, al dominio tecnologico cinese (stiamo parlando di Giappone, Singapore, Corea del Sud, Paesi Bassi, Israele, Regno Unito, Australia, Taiwan, India, parte della UE, Quatar ed Emirati Arabi Riuniti); 3) la cooperazione non riguarderà solo le politiche pubbliche ma anche il settore privato, per un sistema circolare all’interno del quale tutte le variabili sono controllate, sicure e protette da elementi di disturbo esterni.
DRILL, BABY DRILL!!
Per la prima volta, dall’era Al Gore (vicepresidente Usa nel 2006 e vincitore di un Oscar col documentario ambientalista «Una scomoda verità») e dopo l’impennata dei titoli «Esg», Environmental, sustainability, governance, nel 2021, arrivati a ben 600 miliardi complessivi, nel 2025 gli investimenti nelle infrastrutture ecologiche sono stati inferiori a quelli dell’industria del fossile.
Parallelamente, tutte le scadenze temporali in materia ambientale (tranne quella delle emissioni zero per il 2050, vero trademark del New Green Deal) sono state riviste al ribasso e le tempistiche diluite; basta pensare a quella delle auto elettriche come unico modello sul mercato, prevista inizialmente per il 2035 ed ora posticipata al 2040.
James Mackintosh, influente editorialista del Wall Street Journal, ha parlato del fallimento del principio «do good and do well», e di come i maggiori investitori mondiali si siano resi conto che i titoli verdi e la sostenibilità sono semplicemente meno redditivi dei titoli «normali»: a tal proposito gli osservatori più attenti del mondo finanziario hanno messo in evidenza il cambio di passo di Larry Flink, potente Ceo di BlackRock, il maggiore fondo d’investimenti al mondo, coi suoi 14mila miliardi di patrimoni amministrati, la cui attesissima lettera annuale è passata dal citare nel 2020 l’emergenza climatica come «emergenza numero uno del pianeta», a non nominarla affatto nel 2025.
L’aver definito l’emergenza climatica una colossale «hoak» (truffa), sminuendo l’impatto antropico sul global warning, e aver investito cento miliardi di dollari per il ripristino dell’infrastruttura petrolifera venezuelana, amplificano il mantra dell’attuale inquilino della Casa Bianca: «Drill, baby drill!!» (trivella, piccola, trivella!!).
ICE WITHOUT A FACE
Come evidenziato da Masha Gessen, saggista russa con passaporto americano, sulle colonne del New York Times non molti giorni fa, gli Stati Uniti potrebbero sembrare agli occhi di un osservatore esterno «una nazione sull’orlo della guerra civile».
Se è vero che i massacri razziali, così come la fondazione dell’Ice e del Dipartimento per la sicurezza della patria, risalgono a più di vent’anni fa e al clima di terrore istauratosi dopo l’11 settembre, è altrettanto vero che il crollo del sistema carcerario, il bavaglio ai media, i tagli alla ricerca, alle fondazioni e alle università, l’autoritarismo elettorale, e una politica estera che sfiora il bullismo, fanno dell’amministrazione Trump un cupissimo unicum nella politica a stelle e strisce degli ultimi decenni.
L’affaire Good e l’anti-iconico arresto del piccolo Lian Ramos a Minneapolis, ma soprattutto l’estetica paramilitare con volti schermati da passamontagna, caschi con visiera, occhiali da sole a specchio, mascherine, cappucci o scaldacollo, fanno degli agenti dell’Ice più dei plenipotenziari sicari nell’ombra che dei protetti dal doxxing (come invece accade ai poliziotti antimafia in Italia).
Si rischia di scivolare in quello che Filippo Ceccarelli ha di recente definito un «Deportation show».





