C’erano una volta le classi agiate che vivevano di rendita e disponevano illimitatamente del tempo libero («leisure time») organizzando dei «Grand Tour» in giro per il mondo che poi divenivano libri o album fotografici da esibire durante un tè o fumando tabacco pregiato nella stanza dedicata: in fin dei conti l’ottocentesca serie dei «Viaggi in Italia», oltre a rappresentare una parte imprescindibile nella formazione di un giovane letterato europeo, raccontava anche una consuetudine piuttosto radicata nella migliore aristocrazia del Vecchio Continente, come quella latifondista inglese di lasciare incolti ettari ed ettari di terreno per dimostrare di non aver bisogno di fondi, o di rifiutare la più lontana parvenza di abbronzatura, in quegli anni sinonimo di lavoro all’aria aperta (e pensare che oggi la pelle bruciata tutto l’anno è diventata quasi uno status symbol!).
La rivoluzione industriale, la decadenza nobiliare (economica e culturale) insieme agli aumenti salariali diffusi e alla genesi della borghesia commerciale, o classe media, hanno creato le premesse trasversali per l’avvento della società dei consumi, che ha reso «l’entertainment» o il «divertissement» non più solo una roba da ricchi.
Il desiderio di riempire quest’insaziabile apparato digerente chiamato tempo libero ha evocato un altro tipo di tempo di natura esperienziale che potremmo definire «tempo turistico» e che, a differenza di quello che si potrebbe esperire a livello superficiale, non è affatto l’antitesi delle logiche produttive alla base del Capitalismo 2.0 ma ne è l’essenza e la continuazione: la «fun morality» coniata dal filosofo e massmediologo Baudrillard, e cioè la necessità socialmente imposta di lavorare sorridendo, si estende all’industria dell’intrattenimento itinerante (e cioè al turismo), che diviene un’endorfinica corsa allo spasso obbligato.
Scrive Jeremy Rifkin, ambientalista e nemico giurato della globalizzazione, e quindi suo attento osservatore: «nell’emergente economia dell’esperienza non si producono beni ma ricordi […] il turismo non è altro che la mercificazione di un’esperienza culturale.»
Con 1200 miliardi di indotto l’anno, l’ottocentesca villeggiatura è divenuta un’esperienza universale, sia di vita che di consumo, e il turista inteso come consumatore onnivoro, l’antitesi del viaggiatore, al punto che Nancy Mitford ha detto: «il barbaro di ieri è il turista di oggi».
MacCannell, l’antropologo e celebre scrittore de «Il Turista», uno dei pochi in grado di affrontare una vera e propria etnografia della modernità, ha parlato di «sightseer», e cioè di centralità dello sguardo nella fenomenologia del leisure-traveller, con immagini raccolte e codificate in maniera sempre più bulimica anche grazie allo sviluppo digitale, al punto che testimoniare la propria presenza in quel dato luogo sostituisce sul piano emotivo la presenza stessa, eliminando ogni sorta di abbandono mistico e quindi di possibile comunione col luogo visitato, celebrando invece l’appartenenza alla comunità internazionale dei voyeur che condividono ricordi a strascico sulla Rete.
Secondo l’analisi di Bauman, il turismo come partecipazione al consumo sarebbe addirittura «un sostituto palliativo alla pratica di cittadinanza».
Il concetto di (lotta) di classe che in Marx si riassumeva nella semplice proprietà dei mezzi di produzione, e che in Weber si arricchiva delle caratteristiche e capacità professionali, in Bourdieu include anche lo stile di vita e il gusto personale ed è considerando questi ultimi segni distintivi che oggi possiamo analizzare i vari tipi di turismo come significativi fattori di differenziazione sociale.
Dal turismo passivo, in cui il minimo fuori programma è figlio di una rigida organizzazione, fino al turismo d’avventura i cui estremi confinano col survivalismo, si fanno apprezzare il sempre più diffuso turismo enogastronomico, quello culturale e quello che Riesman definisce «sottoconsumo ostentativo» o non-turismo, e cioè l’atteggiamento snobistico di chi sceglie di non viaggiare oppure, pur potendoselo permettere, di farlo rifiutando ogni tipo di comfort o clichè sociale: in quest’ultimo caso però il presunto minimalismo da «less is better» diviene a sua volta una forma perversa di ostentazione.
Lasch sostiene che se la modernità è consistita in un processo culturale di differenziazione, la postmodernità va considerata invece come un processo di de-differenziazione, e cioè una differenziazione individualista e orizzontale per cui, ad eccezione del lusso sfrenato (la quota-sceicco), ogni attuale esperienza turistica non si fonda su una differenziazione verticale, o di classe, ma su diversi panel di offerta in base a gruppi o sottogruppi sempre più stratificati.
Sempre MacCannell crea un paragone fra il turismo contemporaneo e le religioni del passato, nel tentativo di recuperare l’armonia e l’unità perduta contro l’anomia della modernità, e questo potrebbe accadere grazie al confronto con quelle che Goffman chiama «back regions», e cioè l’insieme delle relazioni autentiche fra il visitatore e i locali, in opposizione alle «front regions», che sono invece gli scenari opportunamente preparati per i turisti, il tutto in funzione del recupero dell’autenticità (quella che Ritzer chiama «reincantamento del mondo»).
Secondo la sociologa Monica Gilli ci sono tre tipi di autenticità turistica: 1) «L’autenticità oggettiva», o museale, e cioè una veridicità storicamente o scientificamente dimostrabile (la vera scrivania dove scrisse Manzoni!!), che nel suo essere un costrutto sociale diviene comunque inautentica; 2) «l’autenticità costruttiva», e cioè quella dei simulacri di Baudrillard, per cui una cosa è vera nella misura in cui somiglia a ciò che ho visto in brochure; 3) «L’autenticità esistenziale», e cioè ciò che percepisco come tale in senso soggettivo, ontologico.
Parafrasando sempre l’iperrealtà di Baudrillard, si può arrivare al paradosso del «post-turista» o «iper-turista» che, perfettamente allineato a un capitalismo sempre più barocco e spettacolare, vive la dysneificazione della realtà in una sorta di bolla ambientale in cui non esistono rischi: siamo nella sospensione dell’incredulità dei parchi a tema, cattedrali dell’iperconsumo in cui l’esperienza, in quanto condivisa e sensoriale, è al tempo stessa reale e fittizia, e tutto è customizzato in base alla profondità di portafoglio del fruitore.
Secondo John Urry, lo sguardo turistico può essere collettivo, se necessita di una folla di prossimità e predilige «l’esserci all’essere», o individuale se tende alla tutela intimista della propria privacy, ma i due estremi possono toccarsi poiché fra la chiassosa influencer che definisce «sassi» dei siti archeologici e il docente universitario che ne conosce a perfezione la storia, si tratta in entrambi i casi di esperienze costruite a monte, anche se da matrici diametralmente opposte.
Diviene centrale la «costruzione di un immaginario turistico» (semiotica delle attrazioni), e tutti gli apparati di servizio, i media e le strutture commerciali che producono ambienti in grado di generare significati simbolici poiché, come afferma sempre MacCannell: «il gruppo non produce la visione del mondo ma è la visione del mondo a produrre il gruppo».
Il vero rischio, per l’attuale turista che non è più solo feticisticamente uno sguardo ma si pretende «performativo», seguendo la scia di una comunicazione conversazionale (il Web) e non più allocutoria (uno verso molti), è mirabilmente sintetizzato dal guru Jeremy Rifkin e cioè quello di «diventare i consumatori delle nostre vite».





