Presentato come film d’apertura all’ottantaduesima Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia, il 27/08/2025, «La Grazia» è l’undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino, il settimo con Toni Servillo, già premiato per questa interpretazione con la Coppa Volpi, e in lizza per il Leone d’oro.
A fianco al suo Mastroianni, il filmaker partenopeo ha schierato Anna Ferzetti, nei panni della figlia del protagonista, Massimo Venturiello, suo storico amico e Ministro di Giustizia, Orlando Cinque, colonnello, corazziere e factotum, Milva Marigliano, aka Coco Valori, pungente critica d’arte dal timbro attoriale à la Laura Betti, e un prezioso cameo del rapper Gué, nella parte di sé stesso.
Alla fotografia, solenne comme d’habitude, Daria D’Antonio, sodale di Sorrentino da «È stata la mano di Dio» in poi, mentre la colonna sonora spazia dalla musica classica all’elettronica d’autore, passando per la trap di Gué («Le bimbe piangono»), che il regista aveva già incontrato a una presentazione meneghina di Parthenope, opzionandolo mentalmente per possibili collaborazioni future (futuring più che featuring).
Il film, congelato da anni per prima realizzare «Parthenope», trae ispirazione dalla grazia concessa da Sergio Mattarella nel 2016 a Giancarlo Vergelli, l’ottantottenne che ha strangolato la moglie per disperazione, dopo 12 anni di Alzheimer aggravato.
TRAMA
Nel semestre bianco del suo settennato, il Presidente della Repubblica Mariano De Santis, detto «Cemento armato» per l’integerrimo immobilismo, si trova alle prese con due possibili grazie e con la bozza di una legge sull’eutanasia che aspetta solo la sua firma.
Inconsolabile vedovo di Aurora, che quarant’anni prima l’ha tradito e non riesce ancora a farsene una ragione, cattolico convinto e penalista autore di un tomo di più di duemila pagine, l’uomo dialoga con la figlia Dorotea (mai nome fu più azzeccato), anch’essa giurista, con lo storico amico e ministro Ugo, ma anche con l’istrionico corazziere Labaro e col Papa di colore, per chiudere il viatico presidenziale nel migliore dei modi possibili.
Fra malinconiche trasferte fra gli alpini e prime alla Scala, sigarette fumate di nascosto e pasti frugali definiti dall’amica e critica d’arte Coco «ipotesi di cena», il presidente incontra Cristiano Arpa, in carcere per l’omicidio della moglie affetta d’Alzheimer, e fa incontrare irritualmente alla figlia, Isa Rocca, anch’essa rea confessa dell’omicidio nel sonno del marito, misogino e violento.
Mentre le vicende giudiziarie e politiche si intrecciano con quelle personali, il Capo di Stato cerca di estorcere il nome dell’amante di sua moglie all’unica persona cui l’abbia mai confidato e, prima di concedere un’anteprima d’intervista alla direttrice di Vogue (inspiegabilmente meritevole della sua fiducia), che si trasforma in ode muliebre, compie il passo che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui.
GRAZIA
Non rinunciando alla solenne geometria e all’umorismo deadpan che da sempre lo contraddistinguono, e pur concedendosi il vezzo di sgrammaticature grottesche, come il Papa nero che fugge in scooter o il drone zoomorfo che vigila il corteo presidenziale, Sorrentino trova «la grazia» non solo come figura retorica o attributo giuridico, ma anche come dimensione registica.
La tendenza gnomica, tipica di una certa napoletanità blasé, viene attenuata da una ricerca autenticamente emotiva della verità, sociale e individuale, che attraverso la stanchezza dell’uomo di potere consumato (consumato dal potere) assurge a condotta esistenziale: non esiste la verità assoluta ma solo le scelte dettate dal dubbio, rizoma della coscienza critica.
Il film è un susseguirsi di dialoghi a due che accentuano la dimensione dialettica del confronto e la figura di Mariano De Santis, la cui vedovanza abitata da una figlia femmina ricorda più Presidenti della Repubblica realmente esistiti, diviene simbolo di quella lentezza burocratica che può apparire a tratti snervante ma che concede lo spazio politico della riflessione, attualmente colonizzato dalla dittatura dell’algoritmo.
Servillo/De Santis punta alla leggerezza come digestione dell’ovvio e sogna l’assenza di gravità come ultimo stadio della consapevolezza; la riflessione sull’eutanasia («se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino») diviene un corpo a corpo con la modernità ed è proprio attraverso il dialogo con la figlia che il vecchio democristiano capirà cos’è giusto fare, obliterando il taglio punk del cinema sorrentiniano, perché il situazionismo, suo presupposto filosofico, nasce(va) proprio dallo scontro intergenerazionale e non dalla lotta di classe.
Mariano canticchia le canzoni di Gué, anche se rimprovera al figlio compositore, migrato in Canada per darsi alla musica moderna, di aver abbandonato quella classica, e in questo sforzo di aderire al contemporaneo, di misurarsi con esso, c’è la curiosità del giurista e non del politico di professione, del regista che punta all’emotività e non al manierismo.
Da sempre il cinquantacinquenne napoletano è ossessionato dal potere, soprattutto nelle sue smarginature e nei tic che ne deformano le maschere, dall’impietoso ritratto di Silvio Berlusconi, ostracizzato in Italia da Mediaset, fino al mefistofelico Andreotti, ingobbito sulla verità delle stragi di Stato e della trattativa con la mafia, ma ne «La Grazia» c’è una minore ricerca, dialogica ed estetica, del colpo ad effetto: per certi versi è come se Gep Gambardella avesse evoluto il suo sgargiante nichilismo nella più alta carica dello Stato, non limitandosi a «far fallire le feste» ma cercando possibili soluzioni a quel romanzo sul nulla tanto evocato da Flaubert.
La leggerezza sorrentiniana si transustanzia nel fumo di Servillo, vero apologeta della nicotina, che in questo lungometraggio consuma sigarette di nascosto dalla figlia benché ormai gli resti solo un polmone e che ne «La ragazza del lago», commissario campano comandato in Friuli, all’ammonizione del locale collaboratore di giustizia sul divieto appeso alla parete dell’improvvisata caserma, rispondeva, espellendo una nube azzurrina dalle narici, un laconico «arrestami».
Diciotto anni fa l’Andreotti-Servillo curato da Vittorio Sodano (candidato all’Oscar) sceglieva di tornare a casa a piedi, in piena notte, pedinato dalla scorta in una Roma spettralmente vuota; oggi il De Santis-Servillo lo fa in pieno giorno, in via Condotti, salutando chi lo riconosce con impercettibili cenni del capo.
Il potere che è stato ritorna di Stato nel confronto con la gente e la grande bellezza tramonta nell’abrasa leggerezza del dubbio.





