Presentato alla Berlinale 2024 (sezione Panorama), il norvegese «Sex» è il primo lungometraggio della «Trilogia delle relazioni» scritta e diretta da Dag Johan Haugerud, seguito da «Dreams», orso d’oro alla 75° Berlinale e da «Love», presentato invece alla 81° Mostra del Cinema di Venezia.
Perfette le interpretazioni di Jan Gunnar Røse e di Thorbjørn Harr, rispettivamente «Sweeper» e «Supervisor», con la curata fotografia a lenti panoramiche di Cecile Semec e le musiche di Kjellesby, così ispirate a «Taxi Driver» da sembrare quasi un omaggio, un omogeneo amalgama di sound anni Ottanta, musica sacra e mood dance.
Nonostante i dialoghi serrati e le intellettuali aperture riservate a un’insegnante di canto e a un medico, «Sex» è considerato dai fruitori della trilogia il più materiale e il meno approfondito dei tre film, forse proprio perché basato sulla sessualità, anche se in molti hanno ravvisato nelle fissità di macchina e nello stile spartano una scelta seminale del regista che ha voluto porre le basi di quanto rappresentato successivamente.
TRAMA
Sweeper e Supervisor sono due spazzacamini che operano nell’attuale Oslo e che si rispettano vicendevolmente nonostante alcune importanti differenze (il primo è ateo, il secondo un fervente cristiano); durante una pausa di lavoro Sweeper confessa all’amico di aver ceduto alle avances di un cliente vivendo il suo primo rapporto omosessuale, nonostante continui a ritenersi eterosessuale e innamorato della moglie, cui tra l’altro ha confessato tutto col massimo candore.
Sorpreso, ma non scandalizzato, Supervisor racconta di un sogno ricorrente che da tempo ne condiziona le giornate lasciandolo in uno stato di onirica leggerezza: si ritrova ad una festa quando all’improvviso arriva David Bowie e comincia a parlargli, ma più che altro è il modo in cui lo fissa a colpirlo, come se fosse una donna, perché «nessuno lo ha mai guardato prima così». A volte non sa nemmeno se si tratti proprio della pop star britannica, perché potrebbe benissimo essere Dio o un membro degli Abba.
Nel frattempo, il matrimonio di Sweeper è in crisi perché la sua confessione ha profondamente turbato la moglie, anche per il termine da lui utilizzato per definire il rapporto consumato («sensazionale»); la donna ha sentito il bisogno di parlarne con un’amica e con un conoscente psicologo, che le ha consigliato di trascrivere l’esperienza del coniuge su un diario, ma quando Sweeper le ha chiesto di poterlo leggere non si è minimamente riconosciuto nella narrazione.
Tre sono invece i cambiamenti fisici occorsi a Supervisor sotto l’influenza del sogno di Bowie: un parziale allungamento della lingua, un mutamento nella timbrica vocale che sembra a tratti più rauca e quasi stridula e una desquamazione della pelle, soprattutto alla schiena, che però non ha nulla a che fare né con psoriasi né con eczemi.
Cantando in un coro d’ispirazione religiosa, l’uomo decide di farsi visitare da un’insegnante di canto che gli consiglia degli esercizi e che racconta, a lui e a suo figlio, della differenza fra sfera sociale e pubblica in Hannah Arendt.
I cortocircuiti coniugali fra Sweeper e sua moglie proseguono tracciando delle differenze di base nella concezione del rapporto che potrebbero potenzialmente distruggere o rifondare la coppia, mentre il film approda a un epilogo musicale, con lo spettacolo di Supervisor che, vestito di rosso, intona il brano «Fredstanker» (pensieri di pace), ritrovando la propria voce e, forse, un’identità più consapevole.
LIBERTÁ E RESPONSABILITÁ
Libertà e responsabilità sembrano le opposte facce della medaglia del sesso secondo Hagerud.
Sweeper ha lottato con sé stesso per resistere alle avances del cliente ma alla fine ha dovuto cedere a quell’esperienza «sensazionale», senza considerare le conseguenze della sua innocua, e molto ingenua, confessione alla moglie che aveva fatto altrettanto con un suo ex agli inizi della loro storia per «mettersi alla prova».
Per nessuno dei due si è trattato di un vero e proprio tradimento perché Sweeper ha ceduto a un impulso momentaneo non iniziando una relazione e, dando all’episodio un significato puramente carnale, non ha pensato potesse minare i cardini del suo matrimonio, laddove la moglie ha vissuto l’intimità con l’ex come una lapide apposta sulla vita passata.
Più interessante, cinematograficamente parlando, è l’esperienza di Supervisor, proprio perché non agita ma solo percepita, e fondata su una deresponsabilizzazione della propria identità di genere: l’uomo non si sente solo desiderato in modo inedito ma anche liberato da tutti i vincoli e le responsabilità che la sua eterosessualità prevede.
Lo sguardo dell’altro, desiderante (Bowie) o giudicante (la moglie di Sweeper), diventa la chiave di una società da un lato estremamente libera e dall’altro inevitabilmente incatenata ad archetipi quintessenziali al concetto stesso di famiglia.
La curiosità dei due uomini, e l’apparente assenza di pregiudizi, figlia forse proprio del loro essere dei semplici manovali, ha come sfondo una Oslo vista dall’alto dei tetti dove lavorano, con campi lunghi invasi da un’eterna cantieristica, metafora di un’identità in continua evoluzione/costruzione, ma anche dialettico contraltare a una sessualità fluida, inafferrabile.
Un cinema fortemente legato a Bergman, Rohmer (il regista ci ha scritto la tesi di laurea) e Kaurismaki, fondato sul dialogo, con poche sequenze e pieno di primi piani e con pochissime inquadrature a due, quasi a segnare in modo chirurgico l’incomunicabilità di certi argomenti, e che però cerca in modo ossessivo proprio nella parola un senso alle esperienze che sembrano travolgere i suoi protagonisti, incapaci di decriptarne simbolicamente i significati profondi.
Da più di un decennio il cinema scandinavo indaga la crisi della mascolinità (basta pensare a «Forza Maggiore» di Östlund) tracciando i limiti, individuali e sociali, di una visione ristrettamente patriarcale ma anche quelli di una società che dietro un’apparente tolleranza, cela i residui di una tradizione tutt’altro che fluida, annullando l’equazione modernista fra benessere economico/ecologismo di maniera e apertura culturale.





