Rental Family: nello sguardo degli altri

da | Feb 26, 2026 | MONDOVISIONE

Quando Mitsuyo Miyazaki, conosciuta come Hikari, migrò da Osaka negli Stati Uniti a diciannove anni per diventare regista, sceneggiatrice, fotografa ed autrice televisiva, ha vissuto lo stesso shock culturale che cerca di riprodurre nel suo ultimo film, «Rental Family-nelle vite degli altri», ma capovolgendo la prospettiva.

Scritta a quattro mani con Stephen Blahut (collaboratore storico), la pellicola si avvale di una fotografia minimale e di una regia discreta, con le preziose musiche di Jónsi, cofondatore degli islandesi Sigur Rós, e di Alex Somers, suo ex compagno, due estremi insulari che si sfiorano per mettere in risalto la goffaggine fenomenologica occidentale.

In un cast che vede brillare Akira Emoto nei panni del vecchio attore ormai dimentico (demenza senile) e dimenticato, anche il credibile Takehiro Hira, che interpreta il responsabile dell’agenzia Rental Family, ma è ovvio che la star di questo «feel good movie» sia Brendan Fraser, fresco vincitore dell’Oscar 2023 con «The Whale» di Darren Aronofsky (sei minuti di applausi alla consegna), il cui volto melodrammatico è finito, debitamente scontornato, sulla campagna pubblicitaria del film: un finto manifesto di un’agenzia di noleggio famigliari.

TRAMA

Philip Vanderpleug è un attore americano che vive da sette anni a Tokio, mastica un giapponese passabile e sopravvive alla giornata con dimenticabili comparsate dopo l’effimero successo di una pubblicità di un dentifricio, che gli aveva donato una passeggera popolarità.

La grande occasione arriva dopo la partecipazione a un funerale simulato (la scena più esilarante del film), quando Shinji, titolare di un’agenzia di noleggio attori per colmare i vuoti esistenziali delle persone, gli offre il ruolo di marito per un matrimonio posticcio che consentirebbe alla sposa, in realtà omosessuale, di trasferirsi in Canada con la sua compagna senza ferire i valori della propria famiglia.

Ingolosito dalla paga, e incuriosito dalla possibile performance, Philip decide di accettare, nonostante la comprensibile ritrosia data dalla mentalità gaijin, e la sua collaborazione con Shinji, Aiko e Kota, prosegue sbloccandolo sia professionalmente che emotivamente.

Dopo aver fatto da amico a un ragazzo che vive confinato in casa ostaggio dei propri videogames, Philip diviene il padre della piccola Mia, una hāfu, e cioè figlia di una giapponese e di uno straniero, che ha bisogno di inscenare una solida unione famigliare per essere accettata in una prestigiosa scuola e, successivamente, il finto giornalista che deve intervistare Kikuo, un anziano attore ormai dimenticato da tutti e affetto da demenza senile.

Lentamente inizia a legarsi sia alla bambina che al vecchio, costruendo una quotidianità e un’affettività che lo spingono prima a rinunciare a una parte lungamente attesa e poi ad accompagnare Kikuo nella sua casa d’infanzia, di fatto contravvenendo al distacco personale richiesto dall’agenzia.

Le conseguenze di questo gesto e le promesse (necessariamente e dolorosamente infrante) fatte a Mia, lo costringeranno ad affrontare sé stesso e il difficile bisticcio culturale con l’impenetrabile mondo nipponico; la conclusione, positiva ma un po’ scontata, sanerà le sue ferite e permetterà a Shinji e ai suoi collaboratori di ripensare al proprio ruolo, sociale e lavorativo.

NELLO SGUARDO DEGLI ALTRI

In Giappone esistono ad oggi circa trecento agenzie «Rental Family» in uno Stato in cui la psicoterapia è concepita quasi esclusivamente a livello clinico o scolastico, e con una scarsa diffusione capillare, se non per gli stranieri o per il fenomeno crescente degli hikikomori.

Pagare qualcuno perché interpreti un amico, un famigliare o un compagno (tema già affrontato da un punto di vista luttuoso in «Alps» da Lanthimos), può sembrare grottesco ai nostri occhi, ma nella cultura giapponese lo è molto di più l’affidare le proprie paure o ansie a un professionista.

«Rental Family-nelle vite degli altri» impatta il tema della «supplenza emotiva» da una prospettiva puramente emozionale, tralasciando la dimensione sociale/antropologica, e si serve del volto iper-espressivo di Brendan Fraser per modulare i passaggi affettivi attraverso una mimica facciale proteiforme: il personaggio di Philip, di cui si tace volutamente il passato se non per brevi cenni funzionali alla trama, si ritrova a vivere coi surrogati di una figlia e di un padre e, fingendosi padre e figlio acquisito, ne vive di fatto tutte le responsabilità e contraddizioni.

Il nucleo della pellicola ruota attorno al trionfo della sensazione sull’esperienza: non importa se si tratti di finzione ma conta quello che provi e susciti mentre reciti te stesso. Ma, come insegnava il sociologo della comunicazione Goffman, non è mai la recitazione in senso stretto ma i differenti livelli di adesione al ruolo.

La dicotomia fra la Tokio spersonalizzata e spersonalizzante della prima parte del film, pur nelle sue stramberie come il feticismo per i gatti, la prostituzione e gli strip club sdoganati socialmente, e la natura incontaminata in cui si rifugiano Kikuo e Philip nella seconda, alla ricerca di una memoria che sta abbandonando il vecchio attore, crea quello spazio di riflessione individuale che nessuna agenzia potrà mai colmare, lontano da un’etica del lavoro asfissiante e da una morale così reazionaria da veicolare una pressante logica suicidaria.

Tra «Family Romace, LLC» di Herzog e «La Finestra sul Cortile» di Hitchcock, Rental Family è un film delicato che risente dell’esperienza televisiva della regista, volutamente distante da analisi introspettive e da esplosioni melodrammatiche, ma anche lontana da approfondimenti che avrebbero arricchito il plot, e che trasformano un buon film in un’occasione mancata.

Chi si rivolge alle trecento agenzie diffuse in Sol Levante è sempre consapevole della finzione o solo chi ingaggia gli attori lo è, a scapito di un terzo che diviene l’(in)volontario oggetto di una truffa? La madre di Mia e la figlia di Kikuo non si sono minimamente preoccupate del danno emotivo che l’inevitabile scomparsa di Philip avrebbe provocato nei loro cari, oppure l’elaborazione del lutto (reale o simbolico) in Giappone è un fatto così personale da escludere rivendicazioni e polemiche?

Se il «servizio di scuse» di Aiko, che si finge amante per dare sfogo alle frustrazioni di mogli e compagne tradite ricorda un po’ il mestiere di capro espiatorio del Signor Malaussène in Daniel Pennac, l’intero impianto metateatrale di Rental Family è totalmente estraneo ai principi di rappresentazione occidentali, ma il meccanismo catartico d’interpretazione del dolore è comune ad ogni essere umano.

Prendersi cura della sofferenza degli altri, anche se per brevi periodi e sotto compenso, ci aiuta a risolvere la nostra, perché c’è un po’ di verità in ogni finzione e molta finzione in ogni verità.

«Date a un uomo una maschera e quell’uomo vi dirà la verità» scriveva Oscar Wilde, soprattutto se la maschera è il faccione iper-espressivo e commovente di Brendan Fraser.

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