Dal Vangelo secondo Narco: le nuove vie della droga

da | Mag 28, 2024 | IN PRIMO PIANO

Le perturbanti immagini dei consumatori statunitensi di Fentanyl, ridotti a veri e propri zombi in quartieri-ghetto, hanno riportato l’attenzione dei mass media sul mercato delle droghe, argomento fino a qualche anno fa «stra-abusato» (mi si passi il gioco di parole), e che invece negli ultimi tempi sembra essere soggetto ad una sorta di bassa sorveglianza o silente tolleranza.

Le ragioni possono essere di varia natura, dalla diffusione capillare di un consumo sempre meno legato alla criminalità e che nell’immaginario collettivo non (e)marginalizza più i fruitori, essendo questi ultimi diventati ormai trasversali e ubiqui, oltre alla ventata antiproibizionista che ha investito l’intellighenzia occidentale nell’ultimo decennio, ma non bisogna cadere nell’autoinganno di pensare che gli stupefacenti abbiano smesso di mietere vittime, o che il loro giro di affari si sia ridotto.

Ancora oggi la rendita finanziaria generata dal mercato illegale delle droghe è paragonabile solo a quella del petrolio e, nonostante il recente crollo del prezzo della coca e la scelta da parte dei narcotrafficanti di puntare momentaneamente sul cacao, visto l’aumento del costo del carburante e le difficoltà nel reperire i solventi necessari alla riconversione, va ricordato che da quando l’allora presidente degli Usa Richard Nixon lanciò la sua «guerra alla droga» (17 giugno 1970), siamo passati da un decesso ogni 100 mila abitanti a 20/30 ogni 100 mila, e ad un incasso che solo negli Stati Uniti sfiora i 350 miliardi di dollari, il 70 % dei quali va ai narcos e solo l’1,2% ai contadini che coltivano le piante.

Ovviamente, le stime più avvedute e cioè quelle più vicine alla realtà (come il recente dossier pubblicato da InSight Crime) sono sempre al ribasso visto che si basano sulle tonnellate di droga sequestrata, una classifica che per ciò che concerne la cocaina vede salire su questo triste podio rispettivamente Colombia. Ecuador e Panama e, come tratta, quella Amburgo/Tangeri, naturalmente via mare perché quella marittima sembra la rotta preferita dei nuovi oppio-nauti.

Dopo il Covid (la seconda vera crisi economica internazionale dopo quella del 2008), i narcos messicani, stanchi di trattare direttamente coi produttori e di pagare le tasse di passaggio, hanno deciso di tagliare gli intermediari e, scendendo a meridione del continente sudamericano, hanno preso in mano l’intera filiera e in particolare il segmento della costa pacifica che va dal Cile al Guatemala, passando proprio per il Messico, e che da sempre rifornisce il Nord America di coca, eroina e, più di recente, di Fentanyl; questo sconvolgimento di equilibri criminali ha provocato l’omicidio del candidato alle presidenziali in Ecuador, Fernando Villavicencio, nell’agosto del 2023, una sanguinosa faida col cartello venezuelano Tren de Aragua, e un aumento annuo del tasso di omicidi pari al 41% in Costa Rica, paese costituzionalmente sprovvisto di esercito e storico approdo dei precursori chimici cinesi, essenziali per produrre le nuove droghe sintetiche.

Le rotte terrestri sono diventate troppo rischiose, così le vie marittime dello smercio della droga nel continente sudamericano si muovono lungo due direttrici: quella «atlantica» che, attraverso i fiumi interni di Bolivia, Argentina, Paraguay e Uruguay arriva a Santos, in Brasile, e da qui raggiunge Africa ed Europa, passando prima per i Caraibi e la Giamaica, che si sono rivelati ottimi punti di transito e stoccaggio, e quella «pacifica» che ha eletto come sua capitale Duràn (Ecuador) che, con 200 tonnellate di cocaina sequestrate e un tasso di omicidi per droga pari a 44,5 ogni 100 mila abitanti, si candida a diventare il principale polo di stoccaggio al mondo ed una delle città più violente di sempre nella tormentata storia del narcotraffico.

Dal Sudamerica, e di recente anche dall’Africa, la triade cocaina, eroina e fentanyl (ultimamente anche con un’impennata di droghe sintetiche fra cui primeggia la chetamina), approda nei porti spagnoli, belgi ed olandesi, con qualche scalo scandinavo, e a gestirne la diffusione sono la mafia nigeriana e l’emergente albanese, che per struttura familiare e omertà ricorda molto la ndrangheta la quale però, per esperienza contatti e know-how chimico, resta la narco-organizzazione più potente al mondo: non è un caso che il più importante porto di smercio europeo, e uno dei più grandi in assoluto, con l’80,35% dei sequestri internazionali, sia proprio quello calabrese di Gioia Tauro.

In un recente reportage sulla diffusione delle droghe nella Capitale, il quotidiano La Repubblica ha evidenziato come, soprattutto negli ultimi anni, la figura del consumatore sia diventata più estesa e trasversale, dai giovani (a volte molto giovani), passano attraverso medici e/o camionisti  per meglio perfomare sul lavoro, fino ad anziani arruolati come vettori di quello che gli addetti al mestiere hanno sardonicamente ribattezzato «speedy pezzo», e cioè una sorta di narco-deliveroo: oltre ai classici di sempre, è iniziato a comparire il funereo Fentanyl (50 volte più potente dell’eroina e 100 della morfina) che spopola proprio fra gli storici consumatori di ero e che grazie ai costi ridotti e alla facilità di trasporto e approvvigionamento (una vera epidemia di furti nelle farmacie ospedaliere e nelle Asl), si sta diffondendo anche da noi, ma fortunatamente non così velocemente come negli Stati Uniti.

Anche le sigarette elettroniche si sono aperte al Live Resin californiano, che arriva al 92% di thc, grazie al cannabidiolo e al butano che estrae la resina, e il cui costo contenuto (60 euro per 50 dosi) veicola allo svapo modificato gli adolescenti capitolini, e non solo, ma c’è anche il giro delle ricette falsificate per Rivotril e Xanax, la cocaina rosa che, a 400 euro al grammo, è considerata la nuova droga dei ricchi, la Wax, o cera d’api, un estratto della cannabis con un thc dell’80%, la Mdpv, chiamata Madonna di Pavia,  e poi ancora la Mdphp e il Jwh, un cannabinoide sintetico che riscuote successo soprattutto fra i giovanissimi, insieme alla Tangie Lemon, l’erba che sa di agrume.

Molti teenager, fingendosi amorevoli nipotini in pena per la nonna, ne utilizzano le ricette mediche per acquistare sciroppo per la tosse che poi mescolano a Sprite o Coca Cola, in modo che la codeina in esso contenuta crei il famoso «purple drank», sulla cui preparazione catechizzano fior di tutorial su Telegram, Signal o Sky Ecc, i canali dello smercio digitale che, soprattutto dal Covid in poi, hanno sostituito le vecchie piazze di spaccio.

Gli adulti hanno invece in larga parte sostituito la cocaina coi cantinoni sintetici, le cui molecole sono invisibili ai drug test, ed ogni anno in Italia vengono introdotte nuove sostanze non ancora tabellate come illecite: quello della droga è insomma un mercato che coinvolge il 5,8% della popolazione mondiale e se la liberalizzazione da una parte farebbe crollare i prezzi sottraendone lo smercio alla criminalità, e garantendo una filiera più sicura, dall’altra farebbe perdere il posto di lavoro a milioni di persone che vivono di quello senza farne uso.

Si tratta di un problema politico, oltre che economico, ed un ottimo esempio della complessità che si nasconde dietro il fenomeno del consumo di stupefacenti ce lo offre la Thailandia che, nonostante sia uno dei paesi più proibizionisti al mondo, ha depenalizzato il possesso per uso personale di cannabis per ingolosire i turisti (si va dai 155 dispensari dell’isola di Phuker fino ai 3000 della capitale) ed ora con un business che si stima potrebbe arrivare a 12 miliardi di dollari entro il 2025, sembra impossibile tornare indietro senza causare una vera e propria guerra civile.

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