Educare alle relazioni secondo Kurt Lewin

da | Mar 8, 2024 | IN CATTEDRA

In piena tempesta per i concorsi abilitanti e coi problemi di sempre che chiedono soluzioni veloci e pratiche (precariato; sostegno; abbandono scolastico; edilizia scolastica), ha fatto molto discutere il via libera del Senato al Ddl Sasso nn. 905 sulla sicurezza del personale scolastico, che prevede un inasprimento delle sanzioni (fino a 10 000 euro) e delle pene detentive (da cinque a sette anni e mezzo per aggressione, e da tre a quattro anni e mezzo per oltraggio) per studenti e famigliari che esercitino violenza non solo nei confronti degli insegnanti, ma dell’intero personale scolastico.

Pur trattandosi di una legge necessaria e propedeutica all’aumento di simili casi (due di recente nella sola Puglia, da parte di genitori nei confronti dei presidi), e tenendo conto che una parte del Ddl è volta al monitoraggio e alla sensibilizzazione, valorizzando il ruolo di pubblico ufficiale del docente, mentre la totalità delle forze di Governo plaude trasversalmente alla ratio legislativa, sono in molti nell’opposizione a storcere il naso per la natura repressiva, securitaria e «panpenalista» della legge Sasso.

Ad esempio, l’ex sottosegretaria all’istruzione e attuale presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai, nonché senatrice del M5S, Barbara Floridia, punta il dito sulla mancanza di «attività di supporto ed esperti come educatori, pedagogisti e psicologi», per non parlare della carenza di fondi, ad esempio per le attività dedicate all’educazione civica che sono appena 300 mila euro («circa sette euro per scuola, un’elemosina», tuona indignata la senatrice).

In un clima molto teso anche per la reintroduzione alla primaria dei giudizi, da ottimo a insufficiente, che di fatto cancellano la riforma Azzolino del 2020, e che secondo gli addetti ai lavori rischiano di catalogare un bambino in funzione di un numero o di una parola, rischiando di sminuirlo o traumatizzarlo, la legge Sasso, unita al decreto Caivano e alle classi di accompagnamento per alunni stranieri, che corrono il rischio di creare veri e propri ghetti a scuola o di pesare sulla libera, e non retribuita, iniziativa degli insegnanti, compongono un’immagine governativa garantista e punitiva, per niente o poco interessata alla prevenzione e alla formazione, perché le poche decisioni non repressive prese in chiave didattica non hanno la forza (soprattutto economica) delle altre.

Eppure, nonostante questa visione che potremmo definire «fenomenologica» e la gaffe sull’umiliazione come fattore necessario alla crescita, il ministro Valditara ha chiuso il 2023 con un’iniziativa che vale la pena ricordare e approfondire: un’ora di «educazione alle relazioni» nelle scuole superiori, in orario extracurriculare e per tre mesi l’anno, dodici incontri in tutto, con gli studenti seduti in circolo, chiusi in gruppi «di discussione e autoconsapevolezza», un docente al centro nel ruolo di moderatore e il supporto occasionale di psicologi, avvocati, assistenti sociali, organizzazioni attive nel contrasto alla violenza di genere, e il coinvolgimento anche di influencer, cantanti, attori, testimonial vicini al mondo dei giovani.

Non una vera e propria legge, come da tempo evoca Ely Schlein, ma un «progetto sperimentale» che si inserisca nelle linee guida già tracciate nel 2015, e che è stato presentato nel novembre scorso insieme a una campagna di sensibilizzazione nelle scuole con i ministri delle Pari Opportunità e della Famiglia, della Cultura e dell’Istruzione, e al varo del numero verde antiviolenza 1522; un buon inizio per uno dei sei paesi rimasti in Europa a non aver ancora reso obbligatoria l’educazione sessuale a scuola, nonostante le 16 proposte arrivate in merito in Parlamento dal 1977 a oggi.

Il progetto, che non esula dalla gravità giuridica dei reati legati alla violenza sulle donne e che, ideologicamente, non nomina le persone Lgbtq+, si fonda su un decalogo di concetti-chiave quali «un no è un no», «un vestito non è un invito», «le parole sono pietre», «innamorata da morire è un modo di dire», «non rinunciare e denunciare» e via dicendo, ed ha come mantra quello dei discenti considerati «esperti di sé stessi» che possono imparare dalle «dinamiche di relazione» che si instaurano durante le discussioni.

I professori, formati secondo un programma articolato in schede e messo a punto dal Mim con il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli psicologi, dovranno stilare una relazione finale (insieme agli studenti) da inviare proprio al Mim.

Valditara ha così introdotto il progetto: «la scuola deve educare a sentire l’altro, all’empatia, alla cultura del rispetto, superando il pregiudizio e la cultura maschilista, la discriminazione e la prepotenza», e nonostante proprio l’Ordine degli psicologi abbia criticato l’occasionalità del provvedimento, laddove sarebbe opportuno avere sempre in classe uno psicologo o uno psicopedagogista che si prenda carico degli stati emotivi sia dei professori che degli alunni, la bozza del Piano Valditara per educare alle relazioni è parso un importante segnale di presa di coscienza.

Già nella capitale è da qualche anno che realtà all’avanguardia come il Liceo Tasso o il Mamiani, intraprendendo iniziative di questo tipo, collaborando (Tasso) con l’Aied, l’Associazione italiana per l’educazione demografica, o (Mamiani) lanciando progetti come «Solidea», vincendo il bando «A scuola di parità», e sfruttando le risorse messe a disposizione dal Campidoglio, che ammontano a 150 mila euro complessivi per un massimo di 7500 euro a singolo progetto: oltre a confrontarsi con sé stessi e con i propri compagni, lasciando emergere emozioni e pensieri altrimenti censurati o censurabili, i ragazzi hanno avuto la possibilità di dialogare sia con le forze dell’ordine che con le vittime, o i famigliari delle vittime, nei centri anti-violenza, avendo l’esatta percezione di un fenomeno capillare e complesso, oltre che per niente al ribasso.

Il piano Valditara «Educare alle relazioni» si fonda concettualmente sui T-group ideati nel 1946 dallo psicologo tedesco della Gestalt Kurt Lewin, uno dei primi umanisti ad occuparsi di psicologia sociale con un approccio olistico («il gruppo è qualcosa di diverso dalla somma delle singole parti»): lo strumento, definito nel tempo anche come «sensivity training group» o «gruppo autocentrato», e salutato con calore da personalità come Goleman o Carl Rogers, prevede seminari dagli otto ai quindici partecipanti, con durate e strutture rigide decise dallo staff e accettate al momento, per tre giorni e con unità di lavoro di 90 minuti, ad intervalli di 30.

Un trainer non pedagogico (né supportivo né direttivo), più un inespressivo e silente osservatore (schermo proiettivo), presiedono a una modalità a «finestra aperta» dove il «qui e ora» esperienziale produce una microsocietà incapsulata in grado di indurre riflessioni sui processi e sulle dinamiche di gruppo, che possono avvenire sia in modo residenziale e in digital detoxing, che in modalità blended o totalmente da remoto.

Per ciò che invece concerne la formazione dei docenti il modello è quello dei gruppi Balint (dall’omonimo psicoanalista ungherese di ispirazione freudiana che li concepì), nati con destinazione medica ma poi estesi a molte altre categorie, con un numero ideale di dieci partecipanti e una frequenza quindicinale: la finalità di tali gruppi è quella di acquisire nuove competenze emotive e relazionali, oltre a quelle tecniche, per evitare il burn-out e aumentare la job e customer satisfaction, attraverso il training di gruppo, per promuovere quello che venne definito «il coraggio della propria stupidità», e cioè l’imparare a trattare un caso in corso d’opera attraverso i propri errori e il confronto con gli altri, e non tramite informazioni ricevute dall’alto.

Nonostante alcune criticità (le direttive del progetto sono facoltative e non prescrittive, e serve il consenso di tutti gli studenti e di tutti i genitori, quindi l’unanimità), il piano può usufruire dei quindici milioni di euro finanziati dal P.O.N., il Programma Operativo Nazionale, e si pone come primo vero intervento pedagogico da parte di un Governo finora più attento alla correzione dello status quo che non a una visione generale di rieducazione generazionale all’istruzione e al dialogo.

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