I «passaggi» dell’inquietudine di Ira Sachs

da | Feb 13, 2024 | MONDOVISIONE

Presentato al Sundance Film Festival il 23 gennaio 2023, e il mese successivo alla settantatreesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, «Passages» (pronuncia francese) è il nuovo lungometraggio di Ira Sachs, eclettico regista statunitense, ebreo e dichiaratamente gay, che affronta le nevrosi e le difficili connessioni sentimentali in un triangolo che vede coinvolti tre maiuscoli attori: Franz Rogowski, Ben Wishaw e Adele Exarchopoulos.

Sarebbe semplicistico ridurre l’ultima fatica di Sachs alle notevoli capacità attoriali dei suoi protagonisti, o liquidarla come l’ennesima pellicola che celebra la libertà sessuale o la fluidità di genere, considerato anche l’impegno del regista nel mondo Lgbtq (è il fondatore dell’associazione «Queer Art» a New York, e questa è solo una delle tante iniziative da lui intraprese per sensibilizzare l’opinione pubblica), perché Passages è molto altro.

Non tutta la critica ha speso parole d’encomio per un film sicuramente fassbinderiano, e questo perché la mano dell’autore è ferma ma volutamente piatta, senza artifici tecnici o invenzioni visive, così come il plot narrativo e i dialoghi sono scarni e anti-dialettici, eppure proprio quest’asciuttezza consente all’opera di ambire a un’universalità meno ammiccante a un certo pubblico di genere, ma di sicuro effetto e con una prospettiva più lungimirante.

TRAMA

Tomas (Franz Rogowski) è un regista, meticoloso e ossessivo, che alla fine del suo ultimo film, dopo una discussione col marito (Ben Wishaw), passa la notte con Agathe (Adele Exarchopoulos), maestra elementare, iniziando una relazione travolgente che lo porterà prima a discutere con Martin e poi a lasciarlo, per andare a vivere proprio con Agathe.

La decisione di Martin di vendere la casa di campagna, di cui Tomas è coproprietario, li porterà di nuovo al conflitto ma anche ad un inatteso vortice di passione che rimetterà in discussione il legame del regista con Agathe; quest’ultima, che nel frattempo è rimasta in cinta, deciderà di presentare il suo nuovo compagno ai genitori ma l’incontro, dominato da un’atmosfera tradizionalista e opprimente, non darà i frutti sperati.

Mentre Tomas vive in modo traumatico l’epifania della propria bisessualità, Martin inizia una relazione con lo scrittore emergente Ahmad, scatenando gelosie e ripensamenti nel marito che scorrazza istericamente in bicicletta per una Parigi ridotta a semplice sfondo del trittico sentimentale.

L’aborto di Agathe, taciuto da Tomas a Martin, proprio quando quest’ultimo aveva accettato la relazione a tre per crescere il figlio da sempre desiderato, determina la definitiva rottura fra i due uomini e il precipitare degli eventi.

Il finale, «en vèlo» (in bicicletta), con una distorta Marsigliese in sottofondo, è la chiosa impressionista di un lavoro che gioca su vari livelli senza mai giungere né ad un acuto né ad una soluzione.

IL NARCISISMO DELL’AUTODISTRUZIONE

Tomas, un Franz Rogowski sempre più «fisico» nel modo di recitare al punto di veicolare importanti temi politici attraverso il libero esercizio della propria sessualità (riguardate, sempre su Mubi, Grobe Freiheit di Sebastian Meise), tiene Agathe e Martin incatenati a sé attraverso un potere seduttivo che si fonda su una finta vulnerabilità e su una versatilità solo apparentemente confinante con la libertà: il suo narcisismo è sicuramente tossico e l’abilità manipolatoria direttamente proporzionale all’incapacità di rinunciare a qualcosa per possedere tutto, ma in quel possesso non c’è mai vera intimità perché l’adorazione, pratica vicina alla religiosità, esige un altare o un piedistallo, e quindi la solitudine.

Chiunque veda nella vorace promiscuità di Tomas/Franz un dionisiaco inno alla libertà sessuale, una sorta di Bohème 2.0 per intenderci, non si ferma solo all’apparenza ma perde tutto il sostrato di disperazione latente che Sachs sottolinea con la macchina da presa, e sotto questo punto di vista non sono per niente gratuite le lunghe e dettagliate scene erotiche perché ci introducono al nichilismo vitalista di un uomo che non è in grado di fermarsi.

Il suo rigore intellettuale, rivelato dalla pedanteria registica delle prime scene, non è un elemento decorativo ma serve a far capire che il caos emotivo in cui egli sprofonda nel corso della storia è una precisa scelta autodistruttiva e non una momentanea amnesia morale, e il primo a capirlo è proprio Ahmad, l’amante di Martin: «sei troppo fragile. Finirà male per tutti e due e non potete farci niente».

All’irruenza, fisica e verbale, di Franz (data anche dal difetto al labbro che ne ha condizionato per sempre lo stile recitativo), si contrappone la compassata calma di Ben, anche lui in possesso di una fisicità incisiva (cfr. «Il Profumo»), ma qui in grado di fermarsi a ragionare e di porre argini alla violenza affettiva del compagno, talmente concentrato su sé stesso da pretendere che lui lo segua e sostenga in questa prima incursione nel mondo etero.

I paralleli cinematografici sono molti e vanno dal monumentale «Ultimo Tango a Parigi» al capolavoro testamentario di Stanley Kubrick, «Eyes Wide Shut», ma non allontanandoci troppo sul piano cronologico, in «Shame» (2011) di Steve McQueen, il personaggio interpretato da Michael Fassbender sembra animato dalla stessa dirompente lussuria di Tomas, che lo spinge a percorrere tutti i gironi di un inferno privato che nemmeno il riavvicinamento della sorella potrà interrompere: c’è una verità nei rari istanti di lucidità di Brandon Sullivan (come nella bellissima performance di Carey Mulligan alle prese con una versione intimista di New York, New York), che lascia affiorare, dietro il più muscolare dei libertinaggi, l’incapacità di amare.

Michael Fassbender corre di notte nel traffico della Grande Mela provvisto di auricolari che diffondono musica classica e quel piano-sequenza è speculare alle escursioni  en vélo di Tomas, l’ultima delle quali lacrime agli occhi con disturbante tappeto jazzistico; da giovane Rogowski si è mantenuto facendo il corriere in bicicletta e il compagno di Ira Sachs, Boris Torres, fa il pittore, così come Martin è grafico/tipografo, ecco che la vita raddoppia l’opera e si incunea in essa sfuggendo dal sempre troppo presente rischio simbolico.

Torna in mente il verso di una delle più belle poesie di Giuseppe Ungaretti, «La Pietà»: «[…] il peccato che importa,/se alla purezza non conduce più».

Articoli Recenti