Ambiente 2024: il crepuscolo delle idee

da | Gen 17, 2024 | IN PRIMO PIANO

Il 2023 si è chiuso con la vittoria di Pirro di Cop 28 che, iniziata sotto i peggiori auspici (vedi l’ambiguo ruolo del suo presidente Sultan Al Jaber, anche a.d. di una compagnia petrolifera), tra lettere «minatorie» dell’OPEC ai suoi membri e la sospetta presenza di centinaia di lobbisti e funzionari di aziende gas&oil, ha comunque raggiunto l’obiettivo di fissare il 2050 come l’anno per le emissioni zero e il 2030 come termine di raddoppio delle energie e di triplicazione delle rinnovabili; certamente restano molte incognite e gli interessi in gioco sono così ampi, ramificati e connessi, che torna in mente il termine «porosità» coniato dal filosofo Walter Benjamin, ma alla fine della conferenza si è giunti a sancire inequivocabilmente il legame fra il cambiamento climatico e le emissioni di anidride carbonica, e quindi la netta responsabilità umana sul surriscaldamento globale, anche se il titanico (quasi due metri di statura) e discusso Al Jaber ha dovuto sostituire in bozza al termine «phase-out» quello più generico e graduale di «transition away», in modo da facilitare un terreno di dialogo fra tutte le forze in campo.

Resta il problema che gli obiettivi della Conferenza non prevedono sanzioni perché fondati su una generica forza morale o spirito di responsabilità e non sulla certezza del diritto.

«SUOLO» AL COMANDO

Uno dei principali nodi della «ecomodernità» è il consumo di suolo: dal terreno provengono il cibo che mangiamo, l’acqua che consumiamo e le materie prime di cui abbiamo bisogno, ed è proprio lui a svolgere una funzione essenziale di protezione dei nostri ecosistemi, della biodiversità e dell’atmosfera, memorizzando e trasformando le sostanze, ma anche attraverso i cicli biogeochimici e la costituzione organica e inorganica che lo caratterizza.

Ciò nonostante, il suolo è costantemente minacciato, a causa dell’incremento urbano e industriale, da fenomeni come erosione, salinizzazione e impermeabilizzazione, e quest’ultimo in particolare è il principale responsabile dei danni causati dagli eventi metereologici estremi e, più in generale, della crisi ecologica.

Nonostante gli obiettivi strategici europei mirino a limitare se non azzerare il consumo di suolo, l’Italia ne brucia troppo a vantaggio della copertura artificiale, al punto che nel 2022 (dati Snpa, Sistema nazionale per la Protezione dell’Ambiente) si è raggiunto un limite che non si vedeva da oltre dieci anni, e cioè due metri quadrati di terreno agricolo o spazio naturale impermeabilizzati al secondo, che fa complessivamente 21 ettari al giorno.

La lista nera di tale primato vede in testa Lombardia e Veneto, Puglia, Emilia-Romagna e Piemonte, mentre Monza e Brianza si aggiudicano il triste primato dell’impermeabilizzazione e Roma, coi suoi 124 ettari cancellati nel solo 2022, quello del consumo di terreno in senso stretto.

Non vanno meglio le cose nei pressi di fiumi, laghi e mari visto che il consumo di suolo nella fascia costiera ligure e marchigiana arriva al 45%, e non è un caso che in queste regioni il numero medio di vittime prodotto dal collasso climatico sia più alto che in altre zone d’Italia, eppure, nonostante il Comitato Interministeriale per la transizione ecologica abbia imposto per il 2030 un consumo netto pari a zero, la miopia della politica (e in parte dell’economia stessa) sta tutta nella cifra annuale che si spende per rimediare ai danni di questo fenomeno, e cioè tra i 7,8 e i 9,5 miliardi di euro.

Regione simbolo del consumo di suolo e dell’incremento capillare e non pianificato delle coperture artificiali è proprio il Veneto, una delle realtà-motore dell’economia nazionale che soprattutto negli anni ’80 e ’90 (complice il silenzio del governo regionale Dc) ha disseminato il proprio territorio di fabbriche ed aree industriali che a causa della crisi e delle delocalizzazioni, si sono trasformate in 9200 capannoni inutilizzati, e cioè in circa 18 milioni di metri quadrati di silenziosa aporia.

È pur vero che secondo la società di consulenza che si è occupata della mappatura (la Smart Land), di recente circa 1400 di queste strutture hanno ripreso vita divenendo spazi di coworking, palestre, asili aziendali, sale prova, centri culturali e locali aperti al pubblico, e che un anno fa Assindustria Veneto Centro ha varato un portale dal funzionale nome di «Capannoni OnOff», in cui si incontrano domanda e offerta per la compravendita di questi ecomostri in divenire, ma del 20% sul totale che andrebbe demolito perché inutilizzabile o posto in un contesto non consono, l’abbattimento si è avuto solo in 35 casi.

LA SPAR(T)IZIONE DELLA NEVE

Rispetto a trent’anni fa i nostri inverni hanno avuto un aumento medio di quasi quattro gradi e le conseguenze sono visibili sia agli autoctoni montani che ai turisti, e soprattutto agli operatori sciistici: neve sempre più ad alta quota, scioglimento dei ghiacciai, dicembri con piste d’erba spelacchiata e lo zero e il sottozero che slittano (nell’etimo) sempre più in avanti nel calendario, fino a ridurre l’inverno percepito a un paio di mesi o forse tre, nelle stagioni, imprenditorialmente, fortunate.

Il 25 novembre di ogni anno si mette in moto sulle Dolomiti venete, trentine e altoatesine, uno dei più estesi comprensori sciistici al mondo, con 450 impianti di risalita e 1200 chilometri di piste complessive, ma il dato più allarmante, rilevato dal rapporto «Nevediversa 2023» di Legambiente, è che ormai il 90% delle piste italiane è innevato artificialmente.

Gli addetti al mestiere la chiamano neve «tecnica» o «programmata» mentre i detrattori semplicemente «artificiale», e lo scontro (non solo) semantico ricorda quello fra carne «pulita» o «sintetica», ma il punto è che i quasi dieci miliardi di fatturato complessivo annuo, incluso l’indotto, e cioè alberghi e servizi, sarebbe impossibile senza i cannoni sparaneve e gli impianti di innevamento di aziende come la TechnoAlpin, leader di settore: si tratta di cannoni e impianti chiavi in mano di innevamento programmato coi relativi invasi di stoccaggio d’acqua, che qualcuno chiama laghetti ma che in realtà sono bacini scavati e impermeabilizzati.

Il 40% degli investimenti dolomitici va proprio agli impianti d’innevamento e il 20% al consumo di energia e, se da una parte è vero che la neve programmata, sia i fiocchi duri per le gare di coppa come i giochi di Pechino del 2022 avvenuti interamente su piste artificiali, che quelli soffici alla portata di tutti, non hanno additivi chimici e che la sua produzione deriva in gran parte da fonti rinnovabili, è altrettanto vero che i 720 gigawatt/ora annui stimati da Legambiente necessari alle coperture artificiali, corrisponderebbero al fabbisogno di circa 250 mila famiglie e potrebbero quindi essere utilizzati altrimenti.

Inoltre, i laghetti o bacini di stoccaggio potrebbero diventare un problema in termini di consumo di suolo, oltre che un orrore estetico, in previsione di un futuro senza neve o con una drastica riduzione dell’industria sortale intorno, per non parlare dell’interrogativo morale di continuare a praticare uno sport nato come contingente strumento di locomozione, e ormai non più naturale.

Contro quest’ultima istanza, o la proposta avanzata da alcuni ambientalisti di ridurre lo sci solo alla sua componente agonistica, si scaglia l’intera industria del turismo montano che continua a fatturare milioni di euro ogni anno e ad attirare migliaia di sciatori, provetti o meno, da tutto il mondo.

Come nel dramma di Heinrich Böll, «Un sorso di terra», il suolo potrebbe divenire la nostra nuova religione e nella dialettica fra creare e costruire, forse solo la prima riuscirà ad interagire col territorio in modo armonico, invece di produrre vuote cattedrali destinate all’abbandono funzionale e al degrado.

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