Il mondo dietro di noi

da | Gen 4, 2024 | MONDOVISIONE

Uscito l’8 dicembre scorso su Netflix, «Il Mondo Dietro di Te» è il disaster movie diretto e sceneggiato da Sam Esmail (Io, Robot), il cui soggetto è l’acclamato best seller di Rumaam Alam, «Leave the World Behind», edito in Italia nel 2020 da la Nave di Teseo: nel cast, ambizioso e inedito, figurano Ethan Hawke, Julia Roberts, il due volte premio Oscar Mahershala Ali (Moonlight; Green Book), e nella parte del villain survivalista Kevin Bacon che, come sempre, dà il meglio di sé flirtando con l’abiezione.

L’opera, che non brilla per originalità ma che tranne qualche tara di scrittura ha un montaggio serrato e sfrutta bene i 70 milioni complessivi di budget, è stata lodata dalla critica e apprezzata dal pubblico, e rientra nel filone della distopia intelligente, quella che da Black Mirror in poi è divenuta più uno strumento interpretativo della realtà che non un’innocente evasione sci-fi.

La particolarità della pellicola non risiede tanto nella scrittura o nella messa in scena, ma nella casa di produzione, la Higher Ground Productions dei coniugi Obama, da sempre attenti al cinema, soprattutto l’ex presidente Barak che pubblica regolarmente la lista dei suoi film preferiti.

Sam Esmail ha detto: «Il Presidente Obama, avendo l’esperienza che ha, è stato in grado di mettermi un po’ in guardia su come le cose potrebbero svolgersi nella realtà […] aveva molti appunti sui personaggi e sull’empatia che avremmo avuto nei loro confronti […] devo dire che è un grande amante del cinema.»

E non deve essere stato facile lavorare con alle spalle un’eminenza grigia di tale portata, soprattutto per un film con una non trascurabile colonna vertebrale di intelligence e sicurezza nazionale, ma Esmail ha svolto bene il proprio compito, come l’allenatore di un dream team dal presidente tifoso, invasivo e appassionato.

TRAMA

I coniugi Sandford (Ethan Hawke e Julia Roberts), rispettivamente docente di lettere e mass media e pubblicitaria di New York, decidono di passare il week end in una lussuosa casa a Long Island, con i figli Archie e Rose, godendosi sia l’oceano che la piscina e dimenticando per un po’ la scialba routine quotidiana; un primo episodio che sembra infrangere tale progetto è l’incagliarsi di una petroliera proprio sulla spiaggia dove la famiglia è intenta a rilassarsi, iconica scena destinata a entrare di diritto nella storia della cinematografia, anche se priva delle necessarie spiegazioni che chiunque, al posto dei Sandford, avrebbe preteso dalle autorità.

Al rientro, Archie e Rose non riescono a collegarsi al wi fi e soprattutto Rose ne soffre perché deve finire di vedere l’ultima puntata della decima stagione di «Friends», bolla di nostalgica felicità di una decade in cui ci si annoiava parecchio ma in cui tutto era più semplice, e mentre sembra che buona parte degli Stati Uniti sia vittima di un problema elettrico o di connessione, Mr Scott e sua figlia suonano alla porta di quella che sostengono essere casa loro (data in affitto), di ritorno da un prestigioso cocktail party nella Grande Mela.

Clay, più gioviale e fiducioso, li accoglie notando che l’uomo ha anche le chiavi dell’armadietto dei liquori, mentre Amanda, misantropa e in ansia per i figli, si dimostra più sospettosa, soprattutto nei confronti della figlia di G.H., arrogante e indolente sin dal principio.

Nel frattempo, quello che inizialmente sembrava un esteso problema di server si trasforma in un probabile attacco terroristico di sconosciuta matrice, così Scott si reca nella casa di un vicino per provare ad usarne il telefono satellitare, ed assiste in diretta ad un disastro aereo causato probabilmente dal venir meno del pilota automatico.

Parallelamente, Archie e Rose vanno nel bosco limitrofo la casa per curiosare e il primo viene morso da una zecca, mentre Clay prova a raggiungere la città ma è costretto a tornare indietro in quanto non coadiuvato dal GPS: la signora Scott sembra essere svanita nel nulla e suo marito, dopo un mezzo flirt notturno con Amanda, confessa ai Sandford di aver sentito raccontare da un importante cliente di un possibile e imminente colpo di stato, cui inizialmente non aveva dato peso, ma che alla luce dei recenti avvenimenti si sta rivelando più che attendibile.

Impossibilitati alla fuga, e scoraggiati dal raggiungere la città proprio da Scott, Amanda e Clay dovranno aiutare Archie che nel frattempo, o per il morso subito o per una contaminazione data da un acuto fischio procurato da microonde, inizia a perdere i denti, e il solo in grado di aiutarli sembrerebbe essere il vicino di casa, un cinico Kevin Bacon disposto a fornire riparo e medicine solo in cambio di contanti.

Le sue teorie complottiste e il tentativo di razionalizzare da parte di Scott fanno da sfondo a una città bombardata e a un epilogo che è la cifra autoriale di tutta la pellicola, e che denuncia senza false retoriche la nostra totale dipendenza non dall’informazione (o dalla disinformazione), ma da una tecnologia autocannibalizzata dall’intrattenimento e dagli algoritmi.

RITRATTO DI FAMIGLIA IN UN INFERNO

Una mandria di cervi selvatici che accerchia Amanda e la giovane Scott e presidia la villa, a metà fra l’oscuro presagio e un incombente senso di minaccia, e che ricorda la memorabile scena dei corvi ne «Gli Uccelli» di Hitchcock, ma anche i fenicotteri beneauguranti che stazionano nella piscina riscaldata o il tamponamento a catena di Tesla senza guidatore, che finiscono con l’ostruire strade e autostrade: segni postmoderni di una natura ribelle che rappresentano, didascalicamente ma in maniera efficace, il disagio colpevole di una razza che sta uccidendo il proprio habitat.

L’ignoranza tecnologica di un insegnante di massmediologia e la facile misantropia di sua moglie, così come la rallentata reazione di entrambi i nuclei famigliari al disastro che incombe potrebbero essere letti come elementi di scarsa credibilità della storia ma, uniti alla totale mancanza di forze dell’ordine e di altri esseri umani (ad eccezione del coriaceo Bacon), creano quel senso di perfetta alienazione fagocitabile dal complottismo e dal meccanismo delle echo chambers che, attraverso l’iperbole dell’attacco terroristico, rivela la nostra quotidiana passività all’infodemia.

La costruzione di un fittizio nemico esterno (rappresentato dal lancio di volantini in arabo da parte id un drone), si salda all’isolamento che veicola l’homo homini lupus, tanto più veloce in quanto orfano delle più elementari forme di associazionismo, ormai schiave anche loro del capitalismo 2.0 e del politicamente corretto che, in quanto tale, non esiste senza spettatori, ovviamente paganti.

La puntata finale di «Friends» non è la salvifica bolla di un’età dell’oro (televisiva e non), come molti hanno erroneamente interpretato, ma l’influenza globale di una serialità che allontana il concetto stesso di fine, attraverso spin-off, sequel e prequel, un coma farmacologico che esclude quasi chimicamente la possibilità della morte e dell’estinzione, ma anche di dolori che non ammettano cure immediate, illudendoci di essere eterni e eternamente sorridenti, ninnati da un intrattenimento ormai così diabolicamente pervasivo che persino in un bunker antiatomico, brancoliamo alla ricerca non delle date di scadenza dello scatolame, ma della seconda stagione dell’Apocalisse.

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