Cop 28: guida ragionata alla salvezza del pianeta

da | Dic 19, 2023 | IN PRIMO PIANO

Si è chiusa il 12 dicembre scorso, a Dubai, la controversa Cop 28 che nonostante alcune illustri assenze e la discussa presidenza del sultano Ahmed Al-Jaber (contemporaneamente manager delle rinnovabili e amministratore dell’azienda petrolifera emiratina Adnoc) è destinata a rimanere nella storia per due principali motivi: il suo documento finale associa per la prima volta in maniera ufficiale i combustibili fossili al riscaldamento globale, e ne formalizza il graduale allontanamento per arrivare ad emissioni zero entro il 2050.

Vale la pena ripercorrere brevemente i passaggi politico-economici che hanno portato a questa svolta, per qualcuno tiepida, per altri leggendaria visto che in un trentennio di negoziati non si era mai giunti a tanto.

Risale al 6 dicembre una missiva dell’Opec (l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), firmata dal suo segretario Al-Ghais e inviata a tutti gli stati membri (Algeria, Angola, Guinea Equatoriale. Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Congo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Venezuela e Russia come membro esterno) affinché a Dubai «rifiutino qualsiasi testo o formula che abbia come obiettivo l’energia, per esempio i combustibili fossili, piuttosto che le emissioni», una lettera che dimostra tutta la preoccupazione dell’Oil&Gas dopo una prima scorsa alla bozza di lavoro della Conferenza Onu, contenente l’espressione «phase-out» dei combustibili fossili, oltre alla triplicazione delle rinnovabili e al raddoppio dell’efficienza energetica.

È la prima volta che l’Opec si schiera così apertamente e, se si deve risalire a contrario all’importanza di un evento, così come spesso si ricavano usi e costumi di un popolo da tabù e sanzioni, Cop 28 conteneva già dal principio tutti i requisiti per imporsi come una tappa fondamentale nella storia della lotta al cambiamento climatico.

La lettera ha spinto Al Jaber a una modifica, non solo semantica ma sostanziale, del termine «phase-out» in «transition away», un’espressione meno radicale per creare un terreno di dialogo fra i membri Opec e lo schieramento opposto, che oltre a Stati Uniti ed Europa prevede anche altri Stati africani e piccole isole come Tuvalu o Samoa, e in questa complessa fase diplomatica le due figure di spicco, antagoniste ma egualmente influenti, sono state Abdulaziz bin Salman, ministro saudita dell’Energia con alle spalle una prestigiosa carriera accademica, e ovviamente contrario all’abbandono dei combustibili fossili, e Teresa Ribera Rodriguez, vice premier e ministra spagnola della transizione ecologica, meglio nota come la «ministra in bicicletta», e per nulla intimidita dalla lettera dell’Opec, da lei stessa definita a caldo: «disgustosa».

Il ministro saudita ha replicato valutando il comportamento dell’Europa a Cop 28: «un attacco aggressivo con il quale l’Occidente tenta di dominare l’economia globale attraverso le rinnovabili».

Il questo «clima» tutt’altro che sereno si è giunti, nel primo giorno supplementare del summit, il 13 dicembre, all’approvazione del primo bilancio globale (Global Stocktake) delle politiche climatiche previsto dagli Accordi di Parigi, figlio dell’intesa fra Stati Uniti, rappresentati da John Kerry, la Cina, con l’inviato speciale per il clima Xie Zhenhua, il segretario esecutivo Onu per il Clima, Simon Stiell, il già citato ministro saudita per l’energia, più un’ampia coalizione di stati europei, molti dei quali però inizialmente fedeli alla filosofia del phase-out.

Oltre al «transition away», da attuare a partire dai prossimi tre anni fino ad arrivare allo zero netto di emissioni nel 2050, il documento finale stilato a Cop 28 e firmato da ben 130 governi prevede anche la triplicazione delle rinnovabili entro il 2030, ed entro lo stesso margine temporale il raddoppio dell’efficienza energetica, maggiori sforzi per diminuire l’uso del carbone «unabated», l’accelerazione delle tecnologie a zero e a basse emissioni (le rinnovabili e il nucleare di nuova generazione), la riduzione delle emissioni di metano e l’eliminazione dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili, oltre all’incremento dei veicoli a zero o a basse emissioni.

Si discuterà molto sul significato in senso stretto di transition away, oltre che sui cosiddetti «combustibili transitori», necessari a svolgere un ruolo nel facilitare la transizione, garantendo al tempo stesso la sicurezza energetica ma, a fianco all’entusiasmo del presidente Al Jaber («dobbiamo essere orgogliosi di questo risultato storico») si registra il malcontento di Samoa e di altri piccoli stati insulari che avrebbero voluto tempi più serrati e misure più nette, visto che la loro sopravvivenza è minacciata dal costante innalzamento del livello degli oceani.

I recenti accordi fra Cina e Usa (che da soli sono responsabili del 50% delle emissioni), e il peso specifico della Cina, che ha il più alto tasso mondiale di emissioni di CO2, diventano fondamentali per il realizzarsi degli obiettivi di Cop 28 e per il salvifico limite di 1,5 gradi che sembra essere sempre più a rischio.

La Cina, nel dettaglio, ha introdotto già nel 2012 il concetto di civiltà ecologica in Costituzione e punta a raggiungere il picco delle emissioni fra il 2026 e il 2030, e la neutralità carbonica entro il 2060 ma, nel frattempo, mentre spinge sulle tecnologie verdi e sulle auto elettriche, arrivando a produrre 400 terawattora l’anno (il doppio degli Usa), continua ad inquinare tantissimo e dipende ancora molto dal carbone, la cui potente industria è strettamente legata al Partito; il risultato di questo «ambientalismo autoritario» è un complesso gioco di contraddizioni che da una parte promuove la transizione verde per motivi economici, grazie anche a limiti meno vincolanti rispetto a quelli democratici, e dall’altra non rinuncia ai combustibili fossili e in particolare al carbone.

Per ciò che concerne invece il continente americano, nonostante gli Usa siano dei grandi produttori di fossili, Biden e Kerry puntano molto sulle rinnovabili e sul nucleare, ponendosi come principali antagonisti della Cina, mentre tutta l’America Latina (in particolare Venezuela, Brasile e la new entry Guayana), continuano a pompare greggio a ritmi vertiginosi, destando critiche e perplessità da parte degli ambientalisti di tutto il mondo, soprattutto per lo sfruttamento dei recenti giacimenti scoperti sulle coste di Rio de Janeiro, o alla foce del Rio delle Amazzoni.

Con Gaza e Ucraina che pesano sugli oltre sessanta conflitti internazionali già in corso, e i fondi «Loss and Damage» e «Green climate fund» finora insufficienti a coprire le necessarie attività di mitigazione e adattamento, la rinascita di sovranismi e il miope revanchismo delle nuove economie per nulla disposte alla rinuncia dei fossili, minacciano gli obiettivi inizialmente posti dall’Accordo di Parigi e ribaditi da Cop 28, ricordandoci, attraverso il ridicolo e autolesionista procrastinarsi dei countdown climatici, che nessuna rivoluzione è mai possibile senza un nuovo umanesimo, di abitudini, gesti e culture interdipendenti.

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