Carne in vitro: uno scontro all’ultimo sangue

da | Nov 28, 2023 | IN PRIMO PIANO

Ha fatto molto discutere il 17 novembre scorso l’approvazione da parte della Camera del disegno di legge che vieta la produzione e commercializzazione della carne coltivata in Italia che, a parte lo scontro fra il presidente della Coldiretti e un esponente di +Europa, i quali minacciano reciprocamente azioni legali (ce ne siamo occupati nel precedente articolo), desta perplessità in quanto preventivo, visto che in Europa ancora non si produce né vende carne in vitro, ma anche perché tale disegno violerebbe le leggi concorrenziali della Comunità, ed entrerebbe in contrasto con la volontà della maggioranza degli italiani, statisticamente «non contraria» alla ricerca e alla commercializzazione di questo nuovo tipo di alimento (55%).

Il problema più che serio è «siero», visto che ancora non è stato identificato un efficace mezzo di coltura vegetale, e che per far crescere le cellule staminali prelevate tramite biopsia dagli animali si utilizza il siero fetale bovino, la cui estrazione oltre che ancora molto costosa (dalle 300 alle 700 sterline al litro, e ne servono ben 50 per produrre ad oggi anche un solo hamburger), è anche molto cruenta, visto che si infila un ago nel cuore di un feto di vitello appena nato e se ne drena il sangue per cinque minuti finché non muore, e solo a quel punto si entra in possesso del siero.

Se è vero che da un lato la carne «pulita» elimina di fatto gli animali dal processo produttivo, così come diminuisce drasticamente l’uso di acqua e completamente quello del terreno, evitando tra l’altro che il bestiame venga bombardato da antibiotici in grado di generare nel nostro organismo superbatteri ormai immuni ai farmaci in circolazione, dall’altro, recenti e autorevoli studi hanno dimostrato che la tecnologia necessaria per produrre carne sintetica si serve ancora di combustibili fossili e, quindi, la sua presunta sostenibilità ambientale si cristallizzerebbe in un dato di fatto solo se legata all’evoluzione delle energie rinnovabili.

L’altra variabile contro cui anche gli ispirati guru delle più avanzate start-up sono costretti a fare i conti, è l’alto costo di tale processo, perché se da una parte è vero che la tecnologia è in continua evoluzione e che l’eventuale concorrenzialità di questo alimento potrà verificarsi solo sulle economie di scala e non nella fase embrionale che stiamo attraversando, è altrettanto vero che il problema degli allevamenti intensivi è di stretta attualità e necessita di soluzioni immediate e trasversali.

Il consumo di carne è direttamente proporzionale alla ricchezza di una nazione (la Cina fra il 1997 e il 2017 ha raddoppiato il consumo di pollame, l’India lo ha triplicato), e nei soli Stati Uniti si divorano 12 miliardi di chilogrammi di carne all’anno, il che, trasformato in hamburger, equivarrebbe a una pila alta quanto la distanza terra-luna, andata e ritorno e anche qualcosina in più: ogni anno vengono uccisi complessivamente 70 miliardi di animali per sfamarci e la sola industria della carne a stelle e strisce vale mille miliardi di dollari.

La questione diviene inesauribile se si parla di diritti degli animali e delle orribili condizioni in cui sono costretti a vivere negli allevamenti intensivi (significativo è in tal senso il nomignolo affibbiato da alcuni attivisti ambientali all’enorme «Harris Ranch» californiano, e cioè «Auschbeef»), ma è stata per un po’ anche semantica visto che si è optato per «carne pulita» o «carne coltivata» piuttosto che per «carne sintetica» o «carne in vitro», espressioni che richiamavano qualcosa di chimico o artefatto nel consumatore, procedimento non estraneo al mondo della carne allevata che utilizza «beef» al posto di «cow» e «pork» al posto di «pig», quasi a voler allontanare figurativamente l’animale dal processo produttivo, preferendogli il prodotto finale; il discorso della trasfigurazione alimentare passa da un problema lessicale ad uno di coscienza se si analizza invece la carne vegetale, che a livello industriale cerca di somigliare in tutto e per tutto a quella in senso stretto, quasi a rappresentare una sospetta nostalgia da parte del consumatore, vegetariano o vegano, che anela veder grondare dalle fibre di tofu sangue di barbabietola (nel disegno di legge contestato si vieta in Italia anche il «meat sounding», e cioè il voler chiamare con nomi tipo «salsiccia», «hamburger» e via dicendo, gli equivalenti alimenti vegetali).

Storicamente, il primo a realizzare un esperimento che riconduceva alla carne coltivata fu il Nobel francese Alexis Carrel, che estrasse un embrione di pollo vivo dall’uovo, gli prelevò un frammento del cuore e riuscì a far battere il tessuto muscolare cardiaco per oltre vent’anni, immergendolo in uno speciale bagno nutritivo, anche se il mantra per chi investe in tecnologia alimentare nella Silicon Valley resta il saggio «Fifty Years Hence» scritto da Winston Churchill nel 1931 in cui si legge: «[nel 1981] sfuggiremo all’assurdità di allevare un pollo intero solo per mangiarne l’ala o il petto, facendo crescere queste parti separatamente in un mezzo adatto».

Al di là degli esperimenti artistici d’avanguardia di Oron Catts, che si serve di tessuti viventi per i suoi «oggetti contestabili» già dal 2000, il battesimo del fuoco per la carne coltivata è stato il 5 agosto 2013, quando il professore olandese Mark Post di fronte a un pubblico di duecento persone, fra giornalisti e studiosi, servì a Londra durante una conferenza stampa un hamburger sintetico dal costo di 350 000 dollari, finanziato da Sergej Brin, uno dei cofondatori di Google.

I rischi, nell’ipotesi che la carne in vitro diventi «appetibile» sia dal punto di vista finanziario che organolettico, sono che si crei un mercato nero della carne allevata (soprattutto se quest’ultima verrà legalmente proibita), ma anche che solo le nazioni più ricche possano accedere al tipo di tecnologia più adatta a produrla, o che si inauguri una vera e propria dittatura chimica dei produttori a danno dei consumatori; più verosimilmente, come per le rinnovabili, è auspicabile un mercato misto e complementare in cui carne allevata a coltivata possano convivere, senza che le tradizioni enogastronomiche nazionali ed extranazionali se ne sentano minacciate.

Resta il problema culturale, e cioè che l’uomo continui a sentirsi il dominatore delle altre specie, libero di disporne come meglio crede, e che invece di diminuire o azzerare il proprio fabbisogno di carne cerchi un sostituto che non muti di una virgola il proprio paradigma ideologico, utilizzando la tecnologia non come un fattore di miglioramento ambientale, ma come una sorta di onnipotente lasciapassare antropocentrico.

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