Brazil: da qualche parte nel Ventunesimo secolo

da | Nov 14, 2023 | MONDOVISIONE

La storica idiosincrasia fra Terry Gillian e gli Studios americani che ne hanno prodotto i film, data dalla scarsa commerciabilità e dall’insita carica eversiva di tali pellicole, raggiunge il suo apice col terzo lungometraggio del regista naturalizzato britannico: lavorato nel 1984 e ultimato nel 1985, «Brazil» si scontra in fase di produzione col deus ex machina della Universal, Sid Sheinberg, che ne vorrebbe una versione edulcorata, con tanto di happy ending, al punto di crearne una seconda versione, assolutamente invisa a Gilliam.

Quest’ultimo promuoverà un ciclo di proiezioni nelle università americane (vietate dalla Universal, che continuerà a chiamarlo inutilmente per redarguirlo), una delle quali sconvolgerà in senso positivo dei critici californiani, il cui ammirato passaparola capace di trasformare in cult una pellicola non ancora uscita nelle sale, costringerà Sheinberg ad accettare l’opera distopica del nemico/amico e rivale.

Il film, con due ore e dodici minuti di girato, esce nel 1985 alla Berlinale e non riscuote inizialmente un grande successo al botteghino, nonostante la critica più avveduta si accorga subito della sua portata rivoluzionaria, e viene candidato agli Oscar solo come migliore sceneggiatura e scenografia, poiché al momento della selezione delle pellicole c’era ancora in atto il braccio di ferro con la Universal.

Gillian ha sempre dichiarato di essersi ispirato a un racconto di Ambrose Bierce del 1890 («An Occurance at Owl Creek Bridge»), ma anche al Dottor Stranamore di Kubrick, a «Metropolis» di Lang, a «1984» di Orwell e al cinema di Fellini, al punto che l’iniziale titolo doveva essere «1984 e 1/2», una combo fra l’opera orwelliana più influente e il lungometraggio esistenzialista del regista riminese.

A coadiuvare alla sceneggiatura il filmaker furono inizialmente Sir Tom Stoppard (Oscar nel 1998 per «Shakespeare in Love»), meticoloso screenplayer di origini ceche abituato a lavorare da solo e intenzionato a «normalizzare» in fase di scrittura la messa in scena allucinatoria di Gillian, il quale però in seguito ricorse anche al sodale e amico Charles McKeown, per creare un contrappeso grottesco alla lucidità del primo.

La fotografia «oscurata» fu affidata a Roger Pratt, la scenografia, da sempre fondamentale nelle pellicole di Gillian, a Norman Garwood e Maggie Gray, mentre per le musiche il regista si rivolse a Michael Kamen che creò un’infinita serie di variazioni sul tema «Aquarela do Brazil», o più semplicemente «Brazil», successo commerciale di Ary Barroso del 1939: l’ispirazione venne all’ex Monthy Python durante un soggiorno tutt’altro che ridente a Port Talbot, in Galles, quando, su una spiaggia ricoperta di polvere di ferro in uno scenario post-industriale, immaginò un uomo seduto su una sdraio che cercava di evadere da quel grigio squallore balneare ascoltando motivetti d’evasione sudamericani.

La scelta del protagonista, inizialmente ricaduta su Tom Cruise (!), virò per dei provini praticamente perfetti su Jonathan Price, che in seguito collaborò ancora con Gillian («Munchausen»; «I Fratelli Grimm e l’incantevole strega»; «L’uomo che uccise Don Chisciotte»), mentre il ruolo di Archibald Harry Tuttle, deuteragonista e perno della narrazione, venne affidato a De Niro, che inizialmente avrebbe voluto ricoprire quello di Jack, l’amico-torturatore di Sam, e che, al di là del budget stellare richiesto, fece impazzire la troupe per la maniacale precisione con cui rigirava dozzine di volte la stessa scena.

Un aneddoto racconta di quando River Phoenix, nel suo ultimo film mai terminato («Dark Blood»), confidò al collega Jonathan Price di quanto «Brazil» fosse la sua pellicola preferita in assoluto, e di come quest’ultimo avesse organizzato un incontro a sorpresa proprio fra Gillian e il giovane talento, incontro che non avvenne mai perché pochi giorni prima Phoenix morì nelle circostanze tragiche che tutti conosciamo.

TRAMA

«Da qualche parte nel ventesimo secolo», Sam Lowry è un impiegato del Registro, distaccamento minore del più prestigioso «Ministero recupero informazioni», dove sbroglia le matasse dell’inetto capo Kurtzman (Ian Holm), facendo disperare sua madre che sognava per lui una carriera decisamente più carismatica, anche grazie alle proprie influenti amicizie; in una città cupa, piena di slogan sistemici e gravata da un’architettura gigantista stile anni trenta, un errore burocratico nato da un insetto finito in una macchina da scrivere, porta alla tortura e morte della persona sbagliata e, proprio mentre Sam cerca di rimediare inutilmente a tale errore, incontra Jill, la donna che ogni notte sogna di salvare mentre si libra con ali d’Icaro al di sopra di nubi rosate.

Mentre il Nostro si danna per ritrovare il proprio amore, incontrato e subito smarrito, arrivando persino ad accettare la promozione veicolata da sua madre, un danno alla caldaia lo metterà in contatto con l’anarchico Tuttle, tecnico che ripara gratuitamente i guasti di tutta la città, facendo infuriare gli operai della Central Services, e nel giro di poco tempo questa sospetta amicizia e la sua affannosa caccia a Jill, considerata insieme a Tuttle una terrorista solo perché aveva inizialmente solidarizzato con la moglie dell’ingiusta vittima, lo trasformano in un nemico del Ministero dell’Informazione.

Fra deliranti balletti di potere, interventi di chirurgia plastica estremi, inseguimenti su improbabili automobili e visioni continue che rendono la seconda parte della pellicola un’ossessiva mise en abyme, Sam ritroverà la sua Jill, ma il finale distopico e concentrazionario anticiperà sulle note sussurrate di Brazil, tutti i temi patologici legati alla modernità, e tanto cari alla migliore fantascienza, da Philip Dick a «Black Mirror».

IN UNA SOCIETÁ LIBERA L’INFORMAZIONE DEVE PENETRARE OVUNQUE

Obiettivi ampi e angoli inclinati per riprese grandangolari dalla corta lunghezza focale sono gli ingredienti di un’opera spiazzante e ricca, in senso entomologico, di curatissimi dettagli minori: gli schermi televisivi, intrusivi e di ogni grandezza, perquisiscono la vita di Sam, trasmettendo western e classici dell’intrattenimento, ma anche anticipando l’estetica dei prossimi Pc, il tutto in una metropoli tentacolare, sporca e decadente, che alla tecnologia avanguardista unisce un look classico, come nel precedente «Blade Runner» (1982) o nel successivo «It Follows» (2014).

L’omaggio a «1984» di Orwell è solo nominale e coevo (il film è girato proprio nel 1984), visto che Gillian ha dichiarato di non aver mai nemmeno letto il libro, ma l’odissea di Sam Lowry, più simile esteticamente ad H.P.Lovecraft che a Kafka, è l’eterna lotta dell’individuo contro la macchina-sistema che vuole ridurlo a numero (e la morte di De Niro-Tuttle soffocato dalle scartoffie è emblematica in tal senso); gli attacchi terroristici ridotti a pittoresco sfondo, l’onnipresenza mediatica che nel parossismo di tracciare tutto compie errori grossolani, l’haute cuisine caricaturale quanto la extreme plastic surgery, tutto cupamente anticipa quanto stiamo vivendo e attraverso le iperboli create da Gillian, l’unica strada sembra quella del risveglio e della consapevolezza.

Il finale pessimista, antimarxista come tutti gli epiloghi kafkiani e simile alla cura Ludovico di «Arancia Meccanica», lascia ampio spazio all’immaginazione, vera cifra stilistica di Gillian, feticista di poetiche visionarie ed oscuro demiurgo di scene in cui dalla spazzatura e dal degrado s’ingenerano miracoli di assoluta bellezza (riguardate «La Leggenda del re Pescatore»).

Disse Gillian: «[…] cercano di abbassare lo standard il più possibile per raggiungere quello che pensano sia questo grande stupido pubblico. Io invece ho sempre voluto credere nell’intelligenza del pubblico, ma come puoi farlo se continui a nutrirlo di alimenti per bambini?»

Dedicato a tutti noi, dispersi da qualche parte nel Ventunesimo secolo.

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